Ermal Meta – Gnu Quartet @ Teatro Ponchielli (CR)

Concerti - Recensioni

Si sa, i live report fanno giri immensi e poi ritornano.

Questa volta tocca ad Ermal Meta riportare in auge questi tanto attesi momenti di musica suonata e, dopo circa tre anni di attività nonstop, Ermal si rivela un ottimo sarto e dona al pubblico un nuovo abito per le sue parole.
Per questo tour infatti, Meta opta per i teatri ed in questo caso specifico per il Teatro Ponchielli di Cremona, una location tanto bella da porti nella predisposizione emozionale corretta per abbracciare la serata.

Il concerto inizia e, fin da subito, sento fiorire dentro di me la voglia di imparare a suonare qualsiasi strumento musicale esistente sul pianeta perché, la magia dello Gnu Quartet, é così dilagante da sfiorarti venature di anima recondite – che recondite sono per un motivo.
La realtà è che, quando il talento cela le vesti della naturalezza nel proporlo, la serata è vinta in partenza.
Un’altra realtà riguarda il fatto che, ancora una volta, mi limiterò a fare del mio strumento musicale cardine il clacson agli incroci delle strade.

Evitando ulteriori off topic, il tour nei teatri di Ermal Meta – banalmente – non è altro che la proposta dei pezzi clou e meno clou del cantautore, riarrangiati utilizzando chiavi di lettura inedite rispetto alle versioni precedenti e conosciute nei dischi.
La verità è che, Ermal Meta nei teatri, è Meta stesso che prende le sue parole per mano e le conduce alla potenza espressiva massima che possono sfiorare con le dita.
Il tutto, con il supporto magistrale di arrangiamenti raffinati e dall’atmosfera quasi fiabesca, nonché il richiamo costante ad un’eleganza espressiva che sembra parlare di tempi che non ci appartengono più.

Il concerto è un dialogo continuo fra musica suonata nella concezione più veritiera del termine, parole con lo sguardo puntato su una vena autorale di qualità e la voce di Ermal Meta che sfocia in momenti di up pazzeschi (vedi Unintented dei Muse, Amara Terra Mia e Mi Salvi Chi Può.)
Se la presentazione di questo tour è concepita dallo stesso Ermal come una sorta di freno ai ritmi che il “successo” regala ed impone, in realtà si rivela un acceleratore man mano che i pezzi scorrono fra loro.
Il pedale preme incessante all’interno di emozioni che il cantautore ha sempre saputo raccogliere ma che, grazie a questa tipologia di contesto, raggiungono l’apice nel suo aspetto più totalizzante.

In conclusione di uno spettacolo di oltre due ore, gli arrangiamenti si bilanciano e vanno a strizzare l’occhio anche ad un linguaggio uptempo e a sonorità più catchy, con la proposta – super interessante – di un medley fra Bob Marley (brano di Meta) e Billie Jean di Michael Jackson.
Tante sonorità danzano e vengono alla luce nello show proposto da Ermal e dallo Gnu Quartet, ma solo una è la certezza che abita dentro di me una volta fuori dal teatro: Ermal Meta è una delle realtà più solide del panorama musicale attuale e continuerà ad esserlo finché il tepore delle sue parole, andrà a pari passo con la continua innovazione nel proporle.

Le Nove Primavere di Ermal Meta

music friday

Dopo una selezione di pezzi up-tempo a fare da colonna sonora all’estate appena trascorsa, Ermal Meta torna a parlarci del suo ultimo album nelle vesti in cui, probabilmente, lo conosciamo meglio.
Il pezzo selezionato come nuovo singolo, è infatti 9 Primavere, un ritorno alle sonorità più intime e cantautorali dell’artista, con una vena radiofonica non indifferente.
Il brano sembra parlare della quotidianità di una storia d’amore facendo riferimento a momenti ben precisi e che sembrano coinvolgere un po’ tutti / Torno tardi mangia pure Non mi devi più aspettare / Spegni quella luce amore Fa un casino di rumore.

L’aspetto interessante di questa canzone verte principalmente nel modo in cui la quotidianità viene proposta.
Spesso infatti, scrivere di ciò che viviamo giornalmente, mette nella condizione di scrivere superficialmente o addirittura, di farlo male.
9 Primavere pone una riflessione veritiera della quotidianità che, con troppi fronzoli, non potrebbe di certo funzionare, ma lo fa mantenendo una raffinatezza di base tipica della penna di Meta, aspetto ricorrente anche nella sua discografia ed emerso durante il live report del concerto a Brescia (lo potete trovare qui).
Ermal Meta seleziona quindi, a mio parere, uno dei pezzi migliori di Non Abbiamo Armi per inaugurare la stagione musicale di questo autunno e rende onore ad un album testimone di una bellissima congiunzione tra la musica e le parole.

Ermal Meta @ Piazza Duomo BS – Live Report

Concerti - Recensioni

Il timore del meteo sembra vacillare su tutti i presenti un po’ come una sentenza di morte ma, sorprendentemente, il clima sembra collaborare e unirsi d’un tratto al team di Ermal Meta.
Un team, quello accorso per la data di Brescia, incline prevalentemente al girl power, caratterizzato solamente in maniera sporadica da qualche presenza maschile.

Tra dita incrociate e k-way sommersi nello zaino, la serata vede la luce verso le 21.30, in seguito ad un opening che, mea culpa, sento di ritenere non particolarmente all’altezza per motivi prettamente legati ai testi, suppongo.
Ermal fa il suo ingresso sul palco accompagnato da una band con cui, sin da subito, sembra danzare alla perfezione, complici sicuramente mesi di tour ben aizzati sulle spalle.
I primi pezzi si fanno strada fra l’ultimo album e i piacevoli ricordi – non troppo lontani – dei precedenti.
Le tematiche cambiano fra di loro e con esse le ritmiche, ma sin da subito un fattore risulta palpabile: è come se, Ermal Meta, fosse in grado di posizionare una telecamera nell’esistenza di chi lo ascolta e di chi lo vive, trattando di momenti che probabilmente abbiamo vissuto o che, è in grado di trasmettere al punto tale, da farci provare la sensazione o il desiderio di averli vissuti.
L’ipotetica telecamera di Ermal, non mira e non punta però a spiarci, bensì a raccoglierci, e al contempo raccogliersi, tentando di donare una comprensione e un volto a eventi di vita che, altrimenti, rimarrebbero lì, segregati in uno spazio e in un tempo a cui non tutti possono accedere.

Il tutto, mantenendo una penna raffinata, seppur diretta e senza fronzoli di contorno.
E sento il dovere di specificarlo perché, molto spesso, si ritiene che solamente chi fa della semplicità il proprio stile di scrittura, possa parlare della vita delle persone.
Semplicemente, non credo sia così.

La prova lampante di tutto ciò di cui ho parlato qui sopra, risiede e calza a pennello durante l’esecuzione di Caro Antonello, pezzo tratto dall’album Non Abbiamo Armi.
Il brano è di una delicatezza mostruosa a livello di atmosfere e non risulta particolarmente immediato a livello melodico, eppure, mantiene un taglio sporco che lo rende accattivante e dannatamente vero al tempo stesso.

Durante il live, Ermal non fa affidamento solo al mondo più intimo tipico della sua discografia, ma regala al suo pubblico una varietà importante di pezzi up tempo che gestisce dannatamente bene, soprattutto a livello di presenza scenica.
I testimoni? Indubbiamente i miei polpacci indolenziti, ma dovrete credermi sulla parola.

Insomma, Ermal Meta dimostra di avere una voce che potrebbe portarlo sulle stelle se solo lo chiedesse, una presenza scenica molto piacevole e coinvolgente, nonché una buona tecnica in vari strumenti musicali (anche se, suppongo, raggiunga la sua piena essenza nel pianoforte).
Eppure, e ne sono fermamente convinta, la sua reale forza risiede nella potenza dei suoi testi.
Si parla di amore, di violenza, terrorismo, perdita, infanzia e riscatto, ed è incredibile come riesca a dare un volto bellissimo e intricato a una varietà così vasta di sensazioni, seppur spesso trattate e ritrattate.
Per intenderci, se ricevessi due testi in anonimo, entrambi su una tematica a vostra scelta, probabilmente potrei riconoscere le parole di Meta.
Non per la ripetitività della proposta, bensì per la riconoscibilità dello stile.

Per capire meglio cosa intendo, vi consiglio vivamente l’ascolto di pezzi come Lettera a mio padre, Mi salvi chi può e Schegge, tra l’altro tutti grandi presenti nella tracklist della serata.

Insomma, è sempre bello per me, vedere le parole prendere forma e acquisirne un’altra ancora nella vita delle persone.
Ma, probabilmente, è ancor più bello vedere l’autore mentre le propone, con l’intensità e la naturalezza, del giorno in cui le ha poste nel mondo.