Nuovi suoni: benvenuti nel mondo Lovecats

underground!

Il mio primo aggancio con i Lovecats, nasce da un’importante sfilza di link dove, il mouse, sembra orientarsi istintivamente sull’indice dell’indie alternative.
Diciamocelo senza troppi fronzoli: quando l’indie alternative chiama, Micalien acchiappa il telefono e risponde.

I Lovecats sono una band di tre amici che, i più radical, andrebbero a categorizzare in tutto quel bellissimo mondo underground che, sotto il calore della superficie, cela perle rare e bellissimi spunti di ascolto.
Mi sento di sostenere quanto questo sia il caso perchè l’EP Lovecats, in uscita il 4 Febbraio, è uno di quei progetti dove, l’incontro, è sempre premonizione di scoperte molto piacevoli.

Preceduto dall’avvenire di Mrs Moon, nonchè il pezzo più forte del progetto, Lovecats è un’insieme di un sacco di fattori che, insieme, funzionano.
Il motore trainante del disco è indubbiamente un’identità sonora molto solida, indice probabilmente, di un quantitativo di palchi calcati importante e che consente di porre il giusto nervo ad ogni pezzo.
Piero, il cantante della band, mi racconta di quanto Lovecats sia il risultato naturale dell’unione di background molto diversi ma che, nella totalità dell’EP, trovano un’uscita molto lineare.

Il punto focale del disco, oltre a quello precedentemente citato, riguarda quello che personalmente mi piace definire “sguardo sonoro”.
Quello dei Lovecats, e più precisamente del progetto in questione, sembra essere proiettato verso venature di un’ Inghilterra dalla verve sporca, con una punta di glam costante a bilanciare il tutto.
All’interno del disco sono riscontrabili – nonchè davvero misurate ed apprezzabili – influenze velate di artisti come James Bay, Queens Of The Stone Age e una manciata dei Death Cab For Cutie.

Lovecats, come precedentemente citato, è disponibile nel corso della giornata di oggi ed è possibile prenderne visione su Soundcloud e sulle piattaforme digitali e di streaming.

I Lovecats, sono inoltre presenti sui canali social.
Vi consiglio di monitorarli per ulteriori informazioni e per prendere consapevolezza di nuovi suoni che, a mio avviso, vale la pena di introdurre nelle vostre playlist.

LOVECATS ON FACEBOOK / LOVECATS ON INSTAGRAM

Tokio Hotel: esce Melancholic Paradise

music friday

Il music friday ci saluta con la mano inaugurando così il mese di Febbraio.
Lo stesso fanno i Tokio Hotel presentando al pubblico Melancholic Paradise, il primo singolo di un nuovo progetto in cantiere.

Se avete letto Rivelazioni scottanti: il mio 2007 ed i Tokio Hotel, la lettura di questo articolo risulterà inevitabilmente falsata: non potrete cogliere nemmeno una venatura di credibilità e distacco nelle parole che leggerete di seguito.
La mia promessa, d’altro canto, è di accontonare i sentimenti pregni di affetto, i poster e la matita nera in un angolo, per tentare di donarvi un aspetto più che oggettivo sul brano e sulla direzione intrapresa dai Tokio Hotel.

Melancholic Paradise non è altro che il proseguimento coerente di una linea ben marcata già intrapresa dagli ultimi due album della band, Dream Machine e Kings Of Suburbia.
I Tokio Hotel non parlano più tramite l’uso di chitarroni scabrosi e suoni mozzati da ambientazioni gotiche.
E’ come se, le cantine di Berlino, fossero state ristrutturate e trasformate in moderni club sulle vie più in e mainstream di Los Angeles.
Nonostante la mia possa sembrare una visione – appunto – malinconica, non è necessariamente un male.
Se si ascoltano gli album dei Tokio Hotel rispettando la cronologia, è palese quanto il cordone ombelicale delle origini, sia stato staccato in maniera fievole, come se ogni brano avesse già il capo rivolto ad un elettronica soft oggi definitiva.

Melancholic Paradise sancisce inoltre un ulteriore matrimonio, oltre a quello decantatissimo e alle porte di Tom Kaulitz.
Stiamo parlando dell’unione fra il cantante Bill ed il suo falsetto, ormai un tripudio proposto e riproposto in un quantitativo di pezzi consistente e che, neanche a dirlo, domina anche le atmosfere del nuovo singolo.
Il brano nel complesso funziona perchè trainato da riferimenti disco anni 70 – presenti ma soft – e perchè propone una base sonora ben pensata e catchy, nonostante il primo ascolto non giochi a suo favore nell’immediato.

I Tokio Hotel presenteranno il pezzo in questione, ed il nuovo progetto, in un nuovo tour che toccherà anche l’Italia.
Ve lo dico in modo tale da prepararvi – psicologicamente – per il live report che ne conseguirà.




Nuovi suoni: l’universo di Ekat Bork

underground!

Il mio approccio con Ekat Bork ed il suo ultimo progetto Kontrol, raggiunge il massimo del suo hype in un viaggio in auto dove, il meteo, fornisce l’impressione recondita di trovarsi in un videoclip fine Anni 90.

Ekat Bork é un’artista di origini siberiane che vanta alle spalle diversi progetti e che, mi viene descritta, come fiera portatrice di un sound che ti pone sull’attenti, in virtù di una sperimentazione di nuove sonorità sempre dietro l’angolo.
Decido dunque di andarmi a gettare in questo decantato pericolo e mi cimento nell’ascolto di questo piccolo universo che, anche se lì per lì non ne ero ancora a conoscenza, mi avrebbe condotto in un mondo di congiunzioni bellissime e super riuscite.

Kontrol è un EP composto da quattro pezzi dal profumo inebriante di paesi nordici, ghiaccio ed elettropop, che trova il massimo della sua celebrazione nell’unione con la voce di Ekat, un velluto in contrasto e comunione con la natura apparentemente artificiale del genere proposto.
I pezzi sono un connubio di sensualità, ricerca e un’importante imponenza testuale, in costante convivenza con un’elaborazione sonora molto attuale.

Man mano che si lascia scoprire, Kontrol, si rivela un EP elegante, evitando però il rischio e l’hamartia delle interpreti femminili eleganti: la poca immediatezza.
Se il disco è in grado di colpirmi in maniera abbastanza immediata infatti, non è certo definibile di facile comprensione.
Suppongo, avendo spulciato fra la discografia di Ekat, che l’intento fosse proprio quello.

Resta il fatto che, su tutti, il brano che ha saputo rapire la mia attenzione e canalizzarla in meandri di hype assoluto, è stato Heroin.
Ritengo infatti che sia Heroin, il tassello del puzzle che possa riassumere e congiungere tutte le analisi sopracitate, nonché un singolo che riterrei super versatile anche in contesti più mainstream.

Se foste interessati ad ampliare la sfera elettropop con una proposta molto valida, il mio consiglio verte senz’altro su Kontrol e sul percorso generale di Ekat.
Potete monitorare le sue attività social sulle piattaforme che vi lascio qui di seguito ed ascoltare il suo album nei link di riferimento.

Ekat Bork on Facebook
Ekat Bork About Me
Ekat Bork On Instagram

Michael Jackson: tutto ciò che i media non ti hanno detto

Rumore e pensieri

La motivazione che mi ha spinto ad aprire questo blog, verte prevalentemente nel voler raccontare la musica in molte delle sue sfaccettature.
Vi chiedo scusa dunque se, nell’esposizione di questo pezzo, andrò inevitabilmente ad allontanarmi dalla musica nel suo senso più stretto, per toccare aspetti ben distanti dalla natura di questo spazio.

Nel corso di queste giornate, viene diffusa la notizia che in occasione di un festival cinematografico molto rinomato, verrà proiettato un documentario destinato senza dubbio a provocare forti discussioni.
La pellicola infatti, andrebbe a porre all’attenzione del pubblico testimonianze riguardanti abusi sessuali che, Michael Jackson, avrebbe perpetrato a danno di due bambini, all’epoca di sette e dieci anni.
In questo articolo non troverete riferimenti precisi ai nomi degli accusatori, dei produttori del progetto e del contesto in cui quest’ultimo verrà pubblicizzato: sono facilmente rintracciabili su Internet e non voglio ricamare un contesto – studiato ad hoc – per la promozione di certi meccanismi.
In questo articolo, non troverete nemmeno i deliri di una fan con la convinzione che Michael Jackson fosse la reincarnazione terrena di un angelo: non fornirei comunque una visione obbiettiva, a prescindere da dove l’asticella delle mie opinioni vada a pendere.

Vorrei che questo articolo si tramutasse in una ricostruzione dei fatti oggettiva perchè, troppe volte, la figura umana e artistica di Michael Jackson è stata contaminata da informazioni inesatte o trasmesse per sentito dire.
Questo articolo vuole essere il filo conduttore di una rielaborazione chiara e netta delle accuse fatte a Jackson per permettere sì, di costruirsi un’opinione propria, conclamata però da una conoscenza dei fatti che vada oltre le radici di un giornalismo becero che predilige le sentenze facili e la bocca intrisa di gossip.

Le prime accuse.

Le prime accuse di molestie su minore, ricadono su Michael Jackson attorno al 1993 quando, un dentista radiato dall’albo, lo accusa di aver molestato il figlio tredicenne.
Il dentista formalizza le accuse in sede civile, ovvero limitandosi alla richiesta di un indennizzo monetario a carico di Jackson.
È in questo momento che, Michael Jackson ed il suo team, commettono il primo errore fondamentale di questa infinita scarica di scandali e accuse.
Decidono infatti di versare agli accusatori un’importante somma di denaro, per tentare probabilmente di salvare l’immagine dell’artista, ormai ridotta in brandelli.
Solo dopo, vengono alla luce delle telefonate in cui l’accusatore sostiene apertamente di voler distruggere Jackson perchè non aveva voluto prestargli dei soldi, adibiti probabilmente, alla sua riammissione all’albo.
Pochi mesi dopo la morte di Michael, avvenuta nel 2009, l’ormai adulto e presunto vittima di molestie, ammette quanto le accuse fossero tutta un’invenzione del padre, nel tentativo di estorcere soldi al cantante.
Il padre del ragazzo, dopo le dichiarazioni del figlio, si toglie la vita sparandosi un colpo di pistola.

Nuove casistiche e sviluppo definitivo.

Trascorrono circa dieci anni e nuove polemiche vengono alla luce.
Il filo conduttore, parte dalla messa in onda di un documentario che, travisando totalmente le parole di Jackson, fornisce dichiarazioni che andrebbero a sostenere quanto per Michael, fosse normale condividere il proprio letto con dei minorenni.
La troupe di Michael Jackson, ormai abituata a certi exploit di delirio pseudo-giornalistico, decide però di registrare con una telecamera nascosta l’intera ripresa del docufilm, pubblicando poco dopo la totalità del girato in un’elaborazione molto chiara.
Vi lascio in allegato il materiale per permettervi di avere una visione più completa.



L’entità della seconda molestia cardine, arriva proprio in questo periodo, da una famiglia che Michael aveva ospitato nel suo decantatissimo ranch.
Il tutto parte e si sviluppa dalla testimonianza presente nel documentario sopracitato dove, il ragazzino in questione, sostiene di aver condiviso il letto con Jackson nel senso più improprio del termine.
Solo il tempo fa emergere il tempestoso passato della famiglia accusatrice che, alle spalle, cela un’importante quantitativo di denunce molto simili, ai danni di personaggi famosi e aziende rinomate.
Un esempio lampante risiede in un caso risalente a qualche anno prima dove, uno dei figli della donna, viene fermato in seguito ad un piccolo furto all’interno di un supermercato.
Nella stessa occasione, il ragazzo, andrà a sostenere di aver visto una guardia dello spazio commerciale in questione, picchiare e molestare sua madre.
Solo durante il “processo Jackson”, ammetterà di essersi inventato tutto sotto suggerimento della madre stessa, per accapparrarsi l’indennizzo di 100.000 dollari proposto dalla catena di supermercati.
Per quanto riguarda le accuse mosse direttamente al cantante, furono riscontrate parecchie discordanze fra i racconti della famiglia accusatrice e le evidenze effettivamente a disposizione.
L’insieme di tutti questi fattori – ed una serie di dettagli a sfondo prettamente legale (nel caso foste interessati ad ampliare il discorso trovate tutto facilmente sul web) portano la Corte a decretare l’innocenza totale di Jackson.
Nel giugno del 2005 Michael Jackson è ritenuto dunque non colpevole di tutti i capi d’imputazione per mancanza di evidenze che andassero effettivamente a provare, la veridicità dei fatti.

Nel caso specifico di questo nuovo documentario, le persone da cui partono queste testimonianze sono persone che, sotto giuramento, hanno sostenuto di non aver mai subito o riscontrato atteggiamenti impropri da parte di Michael Jackson o che comunque, hanno già intentato cause milionarie ritrattando più volte le accuse.

Tengo nuovamente a sottolineare quanto, questo articolo, voglia essere solo un elemento chiarificatore di fatti che, troppo spesso, non vengono riportati o presi in considerazione.
L’omissione dei nomi delle persone in questione e dei progetti trattati, è totalmente voluta perchè non ritengo sia necessario pubblicizzare o decantare personaggi o situazioni, alla ricerca dichiarata di pubblicità e celebrazione.
I fatti sopracitati non sono frutto di interpretazioni o di opinioni personali, si limitano ad essere una narrazione di avvenimenti realmente accaduti e che hanno giocato un ruolo fondamentale nel corso del processo ai danni di Michael Jackson.

Spero che, in seguito alla lettura di questo pezzo, possiate avere una visione più chiara di un caso sì, ultra trattato, ma poco conosciuto nella veridicità delle sue radici.

pic credits @ mj edits on tumbrl
youtube credits @ Valexina78



Playlist da traffico molesto e viaggi in auto indimenticabili

Playlist

I legami che ci vincolano a volte sono impossibili da spiegare.
Ci uniscono anche quando sembra che i legami si debbano spezzare.
Certi legami sfidano le distanze e il tempo e la logica.
Perché ci sono legami che sono semplicemente… destinati ad essere.

Meredith Grey



Diceva così Meredith Grey, ancora inconsapevole che, da lì a poco, avrebbe perso 5/4 della sua famiglia e dell’equipe ospedaliero con cui era solita collaborare.
Dicevo così io, in concessionaria, quando stavo per acquistare quella che sarebbe entrata nella storia come La Prima Macchina Della Mia Vita.
Ho sempre avuto una concezione abbastanza irrealistica della mia auto, sin dai tempi in cui i miei occhi hanno incrociato i suoi abbaglianti.
Non l’ho mai percepita come un banale mezzo di trasporto come, un occhio inesperto, può constatare.
La guida ha sempre rappresentato per me una specie di Super Bowl dove poter sfoderare acuti che Beyoncè levate, nonchè la location perfetta per la manifestazione di una veridicità che, la vita sociale e la civiltà, non ti permettono di esternare.
Dovete sapere che, sin dai tempi in cui gestivo la frizione come se fosse un problema governativo, la mia soddisfazione si celava dietro al fatto di quanti cd fighi avessi creato per la mia autoradio.
E nonostante sia trascorso qualche anno e il mio status di guida non sia più un pericolo per il 94% degli automobilisti – grazie papi – uno dei motivi cardine che mi spingono a navigare l’intricato universo delle strade italiane, si cela ancora una volta dietro alla musica.
Ecco dunque, come creare legami indissolubili e duraturi con la vostra auto, tramite l’aiuto delle nostre amatissime playlist.


1) Un pezzo rap da memorizzare

Aggiungete alla vostra playlist un pezzo che vi metta nelle condizioni di sfoggiare barre tali, da farvi sentire un vero e proprio Rap God.
Fate tesoro dei viaggi in solitudine per fare pratica, per poi sparare a raffica la vostra attitudine ai – fortunatissimi – passeggeri.

Consigli :
Look At Me Now – Chris Brown ft Lil Wayne, Busta Rhymes
Manolo – Trip Lee ft Lecrae
Doubt – Twenty One Pilots

2) Pillole di musical

Selezionate il musical clou dei vostri anni e ribollite nella confortevole – e spesso imbarazzante – acqua termale a getto diretto sui vostri ricordi.
Consigliato per i viaggi lunghi e in compagnia.

Consigli :
Summer Nights – Grease
Never Enough – The Greatest Showman
Breaking Free – High School Musical


3) Canzoni incazzate

Ottime per quelle strade che, sapete, vi condurranno inesorabilmente alla radice proficua e radicata di un traffico che sembra aspettare solo voi.
Indicatissime anche prima di andare al lavoro.

Consigli :
Rape Me – Nirvana
Morphine – Michael Jackson
Over Again – Mike Shinoda

4) Sezione di acuti e virtuosismi

Ritornelli che sembrano sfiorare picchi di note che non credevi esistessero, fino a quando il fuoco nelle corde vocali ne sfiora uno e non lascia scampo ad ulteriori dubbi.
Attenzione: questi pezzi vi inducono a pensare di avere talenti che, in realtà, non possedete.
E’ solo l’hype del momento.

Consigli:
Halo – Beyoncè
My Heart Will Go On – Celine Dion
Million Reasons – Lady Gaga


5) Pezzi da videoclip

Dove il vento sembra vibrare sui vostri capelli come solo nei servizi fotografici di America’s Next Top Model avete visto.
Le strade sembrano infinite ed il cemento, è colpito solo dal tepore delle vostre ruote.
Vi chiedete se tutto sia deserto per rendere l’atmosfera poetica o se siete gli unici stronzi ad andare a lavorare in orari improponibili.

Consigli:
There Is A Light That Never Goes Out – The Smiths

Little By Little – Oasis
Jesus To A Child – George Michael


6) Riff caratteristici che non perdonano

Tutto quell’universo che verte in sound che ti inducono a cambiare la marcia solo nel momento in cui la ritmica del pezzo lo impone e non quando, il motore, sembra tenderti la mano in un saluto eterno e definitivo.

Consigli:
Another One Bites The Dust – Queen
Perm – Bruno Mars
Why’d You Only Call Me When You’re High? – Arctic Monkeys

Quali sono i vostri must da automobilisti conclamati?
Sarei felice di leggervi nei commenti!


Pic from @ElvinaInWonderland Tumbrl

La narrazione musicale del mio 2018

Playlist

Il tempismo di questa pubblicazione, se effettuata appositamente nel corso del primo di gennaio, si sarebbe rivelato perfetto e super sincronizzato con il senso di questo articolo.
La verità è che, il primo giorno dell’anno, non mi ha regalato altro che sconnessioni grammaticali da brividino che ho preferito evitarvi perchè, di cominciare l’anno fra verbi pregni di fragolino e spumante, proprio non lo meritate.

La tendenza generale tipica di queste prime giornate dell’anno, verte su una specie di bilancio su quello che è stato e su quello che sarà, il tutto condito di una positività che, leggo su Instagram, generalmente scompare attorno al terzo giorno del mese.
Quindi, se la vostra asticella è incline alla positività come la celebrazione della vita è incline al due novembre, tenete duro, ritorneranno tutti stronzi e negativi nelle prossime ventiquattro ore.
Come dicevamo è tempo di bilanci e ho deciso di effettuarne uno dal punto di vista prettamente musicale, per analizzare quali picchi di genere abbia sfiorato maggiormente l’anno appena trascorso.
Questo pezzo sarà una specie di dupe economico del famigeratissimo Spotify Wrapped, un’analisi di ciò che il 2018 ha rappresentato, musicalmente parlando, per ogni account Spotify tranne il mio perchè, nonostante 264 tentativi, il sito continua a ricaricarsi all’infinito.
Forse vogliono farmi una playlist del decennio nella sua totalità?

Resta il fatto che, dovete immaginare la mia annata musicale come un campo da calcio dove, la linea centrale, divide il team del mainstream da quello del vagamente – ma saggiamente – ricercato.

Per l’agguerritissima squadra del mainstream, troviamo dei pezzi che, se analizzati a livello psicologico, potrebbero comporre il profilo di una tredicenne, apparecchio, venature ballad negli occhi e una passione per i film che dipingono standard super irrealistici per quanto riguarda le relazioni amorose.

Dall’altro lato, a gran voce, troviamo l’universo ricercato e in eterna combutta-  e convivenza- con il team appena citato.
Vi chiedo scusa perchè, di 2018, questi pezzi hanno solamente il periodo storico in cui sono stati riprodotti.

Per farmi perdonare – anche se gli artisti sopracitati senz’altro non sono una pena per le orecchie – ho deciso di posizionare come album dell’anno un disco che, effettivamente, nel 2018 ha visto la luce.
Sto parlando di A Brief Inquiry Into Online Relationships dei The 1975, di cui, fra l’altro, ho parlato QUI sul blog poco fa.
Una particolare menzione va senz’altro ai miei pezzi preferiti dell’album I Like America and America Likes Me, Love It If We Made It e I Always Wanna Die (Sometimes).

 

Questa era la narrazione musicale – e romanzata – del mio 2018.
Sarei felice di leggere la vostra nei commenti!
Approfitto dell’occasione per augurarvi un serenissimo anno nuovo e per ringraziarvi per il supporto, sopratutto per quanto riguarda l’ultimo articolo.
Ho davvero apprezzato!
Alla prossima!

 
Le immagini utilizzate non mi appartengono in nessun modo e sono facilmente reperibili tramite la ricerca Google e Pinterest.

Il calendario mi ha detto che è arrivato il Natale

Rumore e pensieri

Non c’è niente di meno necessario che l’espressione di un pensiero negativo il giorno di Natale.
Non è necessario esprimere un qualcosa che vada inevitabilmente a schernire il calore delle luci o l’iniziativa delle persone che, sembrano scoprire l’esistenza della parola grazie, gli ultimi sei giorni dell’anno.
Eppure, nonostante l’altro giorno abbia messo Last Christmas ad un volume illegale in 37 Paesi, quest’anno lo spirito natalizio non lo percepirei nemmeno se dovessero inviarmi un bonifico bancario per permettermi di percepirlo.
Il mio ragionamento di base è sempre stato questo, da un quantitativo di anni inqualificabile: dal momento in cui ci siamo tutti, che sia allo stesso tavolo o connessi dal filo di un telefono malridotto, sarà da considerarsi un anno positivo e un conseguente Natale positivo.
Questo, è stato il primo anno della mia vita in cui non è andata così.
Credetemi, non potete capire quanto ho riflettuto sulla pubblicazione o meno di questo post, perchè la vetrina dei sentimenti non è stato mai un contesto che mi è interessato addobbare.
Scrivo questo post nella maniera più egoista possibile, consapevole sì, che queste parole non siano destinate solamente a me, ma con il bisogno di dare un volto a quello che ho dentro e per farvi sapere un paio di cose.
Dovete sapere che è esistito un uomo di nome Paolo e che, insieme, abbiamo trascorso una quantità considerevole di 25 dicembre.
Paolo è mio nonno ed era un sacco di altre cose insieme.
Paolo era le partite a briscola che sfociano in qualche litigio ed era i calici di vino rosso che, a Natale, trovano la totalità della loro espressione.
Paolo era le canzoni a squarciagola e gli inni degli Alpini innalzati al cielo, lo spiedo che sa di poesia e i discorsi infiniti sull’idraulica e su quanto i dossi fossero una strategia del comune per consumare più benzina.
Paolo era i pranzi che trovano il loro culmine nei racconti di guerra, in accenni di agricoltura e in una malinconia che sentivi essere anche un poco tua.
La stessa che provo io oggi.

Il Natale non è – e non deve essere – il covo di momenti che non torneranno più.
Non è sua la colpa se oggi tutto splende quando, la luce per me, è attanagliata in una voce che non sentirò più chiamarmi dal retro di una porta.
Eppure oggi, il Natale, è tutto questo per me.
Un calice di vino vuoto, una cantina senza pietanze da conservare e una canzone troppo lontana per essere sentita.

Le serie tv della mia vita – TOP 3

serie tv

Ci sono dei periodi della nostra vita – un po’ come per quanto riguarda le playlist imbarazzanti – dove ogni richiesta di uscita che potrebbe inevitabilmente sgorgare in sprazzi di vita sociale, viene rifiutata.
Solitamente, questa condizione, è favorita dalle temperature gelide, dalle coperte troppo calde e dalle serie tv.
Puntate che ci accompagnano per un breve lasso di tempo, flop inaspettati, momenti di rewatch alternati a pause di riflessione.
Poi ci sono loro: le serie tv della vita.
Quelle che ti hanno fatto desiderare – a tratti credere – di essere un membro del cast e ti fanno sentire sulla pelle sensazioni di appartenenza, che nemmeno la Vigilia di Natale sul divano con i parenti.
Ognuno ha il suo parterre di élite e questo, irrimediabilmente, è il mio.

GREY’S ANATOMY.

Grey’s Anatomy è un uomo bellissimo.
All’inizio vi organizza sorprese da farvi mozzare il respiro e ad un certo punto, vi sentirete persino libere di progettare in sua compagnia viaggi intercontinentali che, inevitabilmente, sfoceranno nell’acquisto di una casa sul mare da adornare con golden retriever e pargoli.
Il caso vuole che, il tempo, si ritrovi a passare e quest’uomo si tramuti in qualcuno che vi fa soffrire ma non riuscite a lasciare perchè ciò che vi ha dato, sembra essere sempre un tassello sopra a ciò che vi sta togliendo.
Questa potrebbe essere la trama romanzata del nostro caro e vecchio Grey’s, corridoi di un ospedale che sembra rivangare ricordi vissuti in prima persona dove non potete MAI immaginare il futuro di un personaggio perchè, probabilmente, non ne avrà uno.
Ciò non toglie che, Grey’s Anatomy, sia l’appiglio per eccellenza nel momento in cui un vostro conoscente lamenta dei dolori basic che, subito dopo, sfociano in una vostra diagnosi dettata dalle 14 stagioni sulle spalle.
Come non parlare poi del vibe che vi scorre nelle vene quando è richiesto un medico all’interno di un centro commerciale o nel momento in cui, un eventuale ricovero, vi fa giungere alla comprensione che il vostro chirurgo non avrà l’appeal di Patrick Dempsey.

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THIS IS US.

Per riassumere l’essenza di questa serie tv, potrei semplicemente dirvi che ho deciso di testare le lenti a contatto guardando una puntata di This Is Us perchè, l’oculista e Google, non erano stati particolarmente esaustivi per quanto riguarda il loro utilizzo durante un pianto disperato.
La realtà è che, se siete alla ricerca di emozioni strazianti, premete play e indossate le vostre lenti a contatto migliori, perchè la semplicità della famiglia Pearson e dei loro vissuti, sarà la stessa a spezzarvi il cuore con un coltellino svizzero.
Vi ritroverete ad adorarli e, la visione di alcune esperienze che i protagonisti si ritrovano ad affrontare, sarà inevitabilmente metro di paragone per il vostro di vissuto e sarà proprio quello, il momento in cui ogni meccanismo di difesa andrà in brandelli.

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L’ASSASSINIO DI GIANNI VERSACE.

Sin dalle prime visioni, persino la vostra posizione sul divano subirà una modifica perchè, i Versace vibes, vi condurranno ad un delirio tale da farvi sentire uno pseudo stilista Anni 80 alla ricerca della fama e dell’eleganza primaria.
Questa serie è la congiunzione perfetta fra il persistente velo di mistero dettato dall’omicidio e i numerosi interrogativi della famiglia Versace, il tutto supportato da un’analisi costante dell’intricatissima situazione psicologica di Andrew Cunanan, assassino dell’indimenticabile Gianni.
Uno dei concetti cardine della serie è senz’altro l’interpetazione di Darren Criss, che pone sul tavolo capacità attoriali magistrali che rendono il personaggio super realistico e, a mio avviso, memorabile.

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Quali sono le vostre serie tv della vita?
Sarei felice di leggervi nei commenti!

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Il trionfo di Anastasio e della scrittura di qualità

music friday

 

Guardo X Factor da un quantitativo di tempo immemore e, in maniera concreta, non ho mai colto appieno i parametri secondo la quale si dovrebbe – o non si dovrebbe – decretare un vincitore.
Non ho mai capito se si dovesse correre in nome del percorso fatto nel programma oppure, se dovessimo sederci tutti ad un tavolino immaginario e attuare un ragionamento in ottica discografica.
La vittoria di Anastasio, a mio parere, rappresenta la congiunzione di questi due fattori e decreta la meritocrazia di una vittoria in un programma in cui – storicamente – è l’eterno secondo a sollevare la tanto ambita X.
Anastasio ha meritato la vittoria del talent perchè, nonostante debba sempre essere un aspetto cardine, in Italia ci stiamo dimenticando di quanto la scrittura dovrebbe essere in rilievo, alla base di un progetto artistico.
Anastasio, inoltre, ha vinto con le parole un contesto in cui non si era mai dato un peso fondamentale ai testi e, seppur non totalmente classificabile nella sfera rap, potrebbe regalarci pezzi che si distanzino da Lamborghini placcate in oro e bling bling.
Sino al momento del verdetto, ritenevo i giochi più che aperti con la concorrente Naomi, la cui eventuale vittoria non sarebbe stata uno scandalo in quanto possibilità vocali, ma avrebbe rivangato aspramente un certo effetto boomerang post Licitra piuttosto amaro.
Look At Me Now, il pezzo con la quale Fedez ha precisato un paio di volte di aver rilanciato il percorso della cantante, è arrivato troppo tardi, ma rischiava comunque di rappresentare ciò che Who Wants To Live Forever rappresentò per Lorenzo Licitra l’anno precedente: il motivo dell vittoria.
Conclude il suo percorso molto bene Luna, poco incisiva nel duetto con Mengoni, ma decisamente in riscatto nell’esplosività del suo medley.
L’amaro in bocca rimane per i Bowland, quarti classificati in una serata che doveva dare loro di più, in nome di un percorso che non li ha mai visti tremare da un livello sempre altissimo dove, cadere, non avrebbe risparmiato rovinosi scivoloni.

In generale, la finale di X Factor 12, si è rivelata più godibile rispetto alle aspettative che mi ero posta.
Diciamocelo, in toto, l’edizione non ha brillato per momenti al cardiopalma e, nonostante l’habitué sia una coperta rassicurante, è palese quanto il programma necessiti di una riverniciata che, probabilmente, partirà dal tavolo dei giudici.
Manuel ha perso l’entusiasmo in una cherofobia senza fine, Fedez ha sparato tutte le sue cartucce e Lodo non ha mai sfoderato le unghie in un ambiente di gatti rabbiosi.
Mara Maionchi salva il tavolo, rivelandosi competente e intrattenitrice sempreverde, come del resto Alessandro Cattelan, il presentatore più versatile, piacevole e dall’attitudine internazionale che abbiamo in Italia.

X Factor si conclude qui, ma è arrivato il momento che sia il Fattore X a parlare.
Lo vedremo in classifica e nelle piazze.

Il Ballo Della Vita Tour – Live Report

Concerti - Recensioni

Il Ballo Della Vita Tour dei Måneskin, accorre al Gran Teatro Morato di Brescia e classificare il pubblico in range di generazione / tendenza musicale apparente o una qualsiasi altra categorizzazione, è pressochè impossibile.
In prevalenza, sembrano spiccare genitori in compagnia di bambini non troppo grandi o forse, è l’elemento che mi lascia maggiormente di stucco.
Certamente, l’impronta del post talent lascia un marchio pressochè indelebile sulle persone che poi decideranno di venire a sentirti o meno, ma ammetto che la foga di alcune bambine dinnanzi ai déshabillé di Damiano David, mi ha divertito tantissimo.

Il concerto comincia alle 21.30 e, la mezz’ora di ritardo rispetto alle indicazioni sul biglietto, mi ha fatto cogliere le prime venature di DNA da zia lamentosa delle caverne.
Ma sin dall’inizio, mi ritrovo a perdonare tutto.
E con me la bambina di sette anni, il padre al fianco e la coppia un filo più in là.
Damiano David sale sul palco e pone all’attenzione della sua audience, la definizione pura e sacrosanta del Fattore X, la stessa attribuita a Lorenzo Licitra solo un anno prima.
E’ nato per questo, per fare della sua lussuosa dimora il palco, per esibirsi ed esibire un qualcosa che ti dà l’idea di essere molto naturale e curato allo stesso tempo.
Non voglio assumere le sembianze di un piccolo Manuel Agnelli, ma questi ragazzi non vanno oltre i diciannove anni di età e sembra che abitino i palchi che calcano, da anni ben antecedenti persino alla loro stessa nascita.
Nel corso della serata, i Måneskin si cimentano con suoni e gestualità che, se proposti con un filo di voga in più o in meno, possono darti le sembianze dello Zecchino D’Oro o di Festa In Piazza, a seconda del punto in cui l’asticella va a premere.
Eppure loro conoscono le misure, conoscono ciò che potrebbe rivelarsi troppo o troppo poco, musicalmente e stilisticamente parlando.
Sanno ciò che stanno proponendo come se fosse il frutto di serate all’insegna del fallimento e anni di nottate trascorse alla ricerca della perfezione.
Il Fattore X risiede proprio qui: non hanno avuto il tempo materiale per sperimentare tutti questi passaggi eppure, li propongono tutti sul palco.

La serata è la congiunzione tra testi molto potenti in italiano, accenni strumentali credibilissimi sui pezzi in inglese e una fortissima convinzione nel progetto che si sta portando avanti.
E no ragazzi, non è necessariamente un male.
Uno dei fili conduttore del progetto Måneskin è questa convinzione, dai più giudicata fastidiosa, che va però a braccetto con una bellissima sostanza.
Sostanza rivelata appieno ne Il Ballo Della Vita Tour, a sostegno dello stesso album – ancora più credibile live – nella presentazione di una serata musicale solida e che vale la pena di sperimentare.

Il tour è il veicolo di un messaggio potente, incline a tutta la positività che deriva dal credere in se stessi e in ciò che si porta avanti.
Il talent, se utilizzato come una corretta vetrina di esposizione, non produce solo confezioni effimere destinate all’oblio.
I Måneskin, su questa linea, ne sono la prova.