Paolo è nel vento

Rumore e pensieri

C’era una storia che mio nonno era solito raccontarmi quando il sole penetrava fievole dalla finestra e il calore del legno sapeva inebriare la stanza.
Parlava di monti, di un periodo indefinito del suo servizio militare, di tanti nomi e di un Caporale su tutti.
La storia aveva sempre tante varianti e, non sempre, credo di averle scolpite tutte nella memoria.
Mi piace pensare che possa essere andata così.
Buon compleanno nonno!

Quel giorno, ebbe la sensazione che la luce non volesse mai calare per lasciare spazio alla notte.
Era il corso fievole e ordinario delle cose ma, quella giornata, sembrava portarsi sulle spalle il peso di mille rocce.
Il Caporale si era divertito in uno dei suoi comizi senza capo nè coda, comizi che avevano abbracciato – ancora una volta – le stanche membra di Paolo, calato nuovamente nei suoi beffardi silenzi.
Avrebbe dovuto mascherare le sue espressioni perchè, nonostante dalla sua bocca non uscisse alcun suono, la sua faccia parlava chiaro e se ne avesse avuto l’occasione, il Caporale l’avrebbe presa a pugni, ripetutamente e con un certo ritmo nelle mani.
Eppure a Paolo piaceva pensare che, in un altro tempo – e probabilmente in un universo parallelo – con il Caporale avrebbe potuto condividere persino una serata, un panino con il salame e la brezza dei monti sulle spalle.
Non capì mai se i rimproveri del superiore fossero dettati da un’antipatia lancinante o se il sorriso trattenuto alla fine di essi, fosse testimone di un ruolo che entrambi dovevano mantenere.
Certamente quelli, non erano quesiti che ci si poneva particolarmente in un campo di battaglia, dove le temperature gelide sembravano spezzarti le ossa.
Paolo ebbe la possibilità di pensarci molto più in là con gli anni, dove il tepore del riscaldamento segnava il massimo ma era qualcos’altro a congelare le sue ossa.

Finalmente, il buio era giunto a dare il suo saluto e ad ammantare la cabina del Caporale, da dove non proveniva più alcun suono.
Era giunto il momento, l’unico per cui la guerra potesse valere qualcosa per Paolo: un bicchiere di vino rosso in plastica lo aspettava sulla cima del monte che, anche se lui non poteva ancora saperlo, avrebbe scandito il ritmo della maggior parte dei suoi ricordi.

La camminata sembrò tamponargli le gambe ma, come tutte le sere, la vista non rese vano il sacrificio.
Era tutto così relativamente piccolo da lassù e Paolo desiderava avesse raggiunto la stessa dimensione, anche il peso che portava sulle spalle.
Il tepore del primo sorso di vino rosso gli scatenò dentro il brivido della sua casa, distante un quantitativo di kilometri che ormai sembrava aver dimenticato.
Sentiva sino allo stomaco, la mancanza di una casa che non poteva professare, perché gli Anni Sessanta e un esercito di uomini, avrebbero senz’altro marciato contro di lui.
Il vino, la cima maestosa di quella montagna e il candore delle stelle, iniziarono a rendere la sua mente in grado di navigare, navigare e spaziare, nel limbo di alcuni eventi che la cronologia non poteva ancora conoscere.
Chissà se il suo pensiero sarebbe arrivato a Paola e ai suoi occhi verdi, chissà se ciò che aveva dentro avrebbe smorzato il tremolio acido della guerra e se, gli abeti all’orizzonte, sarebbero stati portatori di quel messaggio.
Alla mente, balenò anche il pensiero di qualche giorno prima, dove il riflesso nello specchio non gli aveva di certo risparmiato la visione del primo capello bianco.
Poco più di vent’anni ed il primo capello bianco.
Era proprio come suo padre.

Fu proprio quello il momento in cui, irreparabilmente, il suo pensiero giunse a me.
Si rivelò sfuggente, rapido a tratti, ma giunse sino a me.
Nascondeva la certezza che ci avrebbe costruiti tutti con Paola e sorrise quando pensò di poter “costruire” delle persone come, prima della guerra, dava luce e costruzione alle tubature dei suoi impianti.
D’altronde, è quello che però fece in seguito.
Sapeva che la sua strada sarebbe stata quella, perchè quel bicchiere di vino ne era stato rivelatore, come lo è il sole che sorge tutte le mattine.
Aveva tentato di immaginare dove i lineamenti del mio viso lo avrebbero condotto e giunse alla conclusione che, ciò che sarebbe rimasto di lui, sarebbe stato frutto delle decisioni che avrebbe preso e di quelle che, invece, avrebbe scelto di accantonare.
Probabilmente, per un breve lasso di tempo, si sentì importante nel corso di quella serata, complice il rossore fruttato che sentiva pizzicare sulle guance.

Oppure, quella notte non giunse mai e l’esistenza che venne in seguito, fu solo il risultato di un susseguirsi di giorni e dello scorrere di migliaia di notti.
Non avremo mai la risposta o, perlomeno, io avrò sempre quella che la scrittura sceglierà di concedermi.
Probabilmente, la verità, ha trovato riposo e conforto tra le striature della roccia di quel monte.
Spero che anche mio nonno Paolo abbia fatto lo stesso, ora che il vento sembra vergere le sue ali un po’ più forte e, gli abeti, sembrano portatori di messaggi indecifrabili.

Michael Jackson: tutto ciò che i media non ti hanno detto

Rumore e pensieri

La motivazione che mi ha spinto ad aprire questo blog, verte prevalentemente nel voler raccontare la musica in molte delle sue sfaccettature.
Vi chiedo scusa dunque se, nell’esposizione di questo pezzo, andrò inevitabilmente ad allontanarmi dalla musica nel suo senso più stretto, per toccare aspetti ben distanti dalla natura di questo spazio.

Nel corso di queste giornate, viene diffusa la notizia che in occasione di un festival cinematografico molto rinomato, verrà proiettato un documentario destinato senza dubbio a provocare forti discussioni.
La pellicola infatti, andrebbe a porre all’attenzione del pubblico testimonianze riguardanti abusi sessuali che, Michael Jackson, avrebbe perpetrato a danno di due bambini, all’epoca di sette e dieci anni.
In questo articolo non troverete riferimenti precisi ai nomi degli accusatori, dei produttori del progetto e del contesto in cui quest’ultimo verrà pubblicizzato: sono facilmente rintracciabili su Internet e non voglio ricamare un contesto – studiato ad hoc – per la promozione di certi meccanismi.
In questo articolo, non troverete nemmeno i deliri di una fan con la convinzione che Michael Jackson fosse la reincarnazione terrena di un angelo: non fornirei comunque una visione obbiettiva, a prescindere da dove l’asticella delle mie opinioni vada a pendere.

Vorrei che questo articolo si tramutasse in una ricostruzione dei fatti oggettiva perchè, troppe volte, la figura umana e artistica di Michael Jackson è stata contaminata da informazioni inesatte o trasmesse per sentito dire.
Questo articolo vuole essere il filo conduttore di una rielaborazione chiara e netta delle accuse fatte a Jackson per permettere sì, di costruirsi un’opinione propria, conclamata però da una conoscenza dei fatti che vada oltre le radici di un giornalismo becero che predilige le sentenze facili e la bocca intrisa di gossip.

Le prime accuse.

Le prime accuse di molestie su minore, ricadono su Michael Jackson attorno al 1993 quando, un dentista radiato dall’albo, lo accusa di aver molestato il figlio tredicenne.
Il dentista formalizza le accuse in sede civile, ovvero limitandosi alla richiesta di un indennizzo monetario a carico di Jackson.
È in questo momento che, Michael Jackson ed il suo team, commettono il primo errore fondamentale di questa infinita scarica di scandali e accuse.
Decidono infatti di versare agli accusatori un’importante somma di denaro, per tentare probabilmente di salvare l’immagine dell’artista, ormai ridotta in brandelli.
Solo dopo, vengono alla luce delle telefonate in cui l’accusatore sostiene apertamente di voler distruggere Jackson perchè non aveva voluto prestargli dei soldi, adibiti probabilmente, alla sua riammissione all’albo.
Pochi mesi dopo la morte di Michael, avvenuta nel 2009, l’ormai adulto e presunto vittima di molestie, ammette quanto le accuse fossero tutta un’invenzione del padre, nel tentativo di estorcere soldi al cantante.
Il padre del ragazzo, dopo le dichiarazioni del figlio, si toglie la vita sparandosi un colpo di pistola.

Nuove casistiche e sviluppo definitivo.

Trascorrono circa dieci anni e nuove polemiche vengono alla luce.
Il filo conduttore, parte dalla messa in onda di un documentario che, travisando totalmente le parole di Jackson, fornisce dichiarazioni che andrebbero a sostenere quanto per Michael, fosse normale condividere il proprio letto con dei minorenni.
La troupe di Michael Jackson, ormai abituata a certi exploit di delirio pseudo-giornalistico, decide però di registrare con una telecamera nascosta l’intera ripresa del docufilm, pubblicando poco dopo la totalità del girato in un’elaborazione molto chiara.
Vi lascio in allegato il materiale per permettervi di avere una visione più completa.



L’entità della seconda molestia cardine, arriva proprio in questo periodo, da una famiglia che Michael aveva ospitato nel suo decantatissimo ranch.
Il tutto parte e si sviluppa dalla testimonianza presente nel documentario sopracitato dove, il ragazzino in questione, sostiene di aver condiviso il letto con Jackson nel senso più improprio del termine.
Solo il tempo fa emergere il tempestoso passato della famiglia accusatrice che, alle spalle, cela un’importante quantitativo di denunce molto simili, ai danni di personaggi famosi e aziende rinomate.
Un esempio lampante risiede in un caso risalente a qualche anno prima dove, uno dei figli della donna, viene fermato in seguito ad un piccolo furto all’interno di un supermercato.
Nella stessa occasione, il ragazzo, andrà a sostenere di aver visto una guardia dello spazio commerciale in questione, picchiare e molestare sua madre.
Solo durante il “processo Jackson”, ammetterà di essersi inventato tutto sotto suggerimento della madre stessa, per accapparrarsi l’indennizzo di 100.000 dollari proposto dalla catena di supermercati.
Per quanto riguarda le accuse mosse direttamente al cantante, furono riscontrate parecchie discordanze fra i racconti della famiglia accusatrice e le evidenze effettivamente a disposizione.
L’insieme di tutti questi fattori – ed una serie di dettagli a sfondo prettamente legale (nel caso foste interessati ad ampliare il discorso trovate tutto facilmente sul web) portano la Corte a decretare l’innocenza totale di Jackson.
Nel giugno del 2005 Michael Jackson è ritenuto dunque non colpevole di tutti i capi d’imputazione per mancanza di evidenze che andassero effettivamente a provare, la veridicità dei fatti.

Nel caso specifico di questo nuovo documentario, le persone da cui partono queste testimonianze sono persone che, sotto giuramento, hanno sostenuto di non aver mai subito o riscontrato atteggiamenti impropri da parte di Michael Jackson o che comunque, hanno già intentato cause milionarie ritrattando più volte le accuse.

Tengo nuovamente a sottolineare quanto, questo articolo, voglia essere solo un elemento chiarificatore di fatti che, troppo spesso, non vengono riportati o presi in considerazione.
L’omissione dei nomi delle persone in questione e dei progetti trattati, è totalmente voluta perchè non ritengo sia necessario pubblicizzare o decantare personaggi o situazioni, alla ricerca dichiarata di pubblicità e celebrazione.
I fatti sopracitati non sono frutto di interpretazioni o di opinioni personali, si limitano ad essere una narrazione di avvenimenti realmente accaduti e che hanno giocato un ruolo fondamentale nel corso del processo ai danni di Michael Jackson.

Spero che, in seguito alla lettura di questo pezzo, possiate avere una visione più chiara di un caso sì, ultra trattato, ma poco conosciuto nella veridicità delle sue radici.

pic credits @ mj edits on tumbrl
youtube credits @ Valexina78



Il calendario mi ha detto che è arrivato il Natale

Rumore e pensieri

Non c’è niente di meno necessario che l’espressione di un pensiero negativo il giorno di Natale.
Non è necessario esprimere un qualcosa che vada inevitabilmente a schernire il calore delle luci o l’iniziativa delle persone che, sembrano scoprire l’esistenza della parola grazie, gli ultimi sei giorni dell’anno.
Eppure, nonostante l’altro giorno abbia messo Last Christmas ad un volume illegale in 37 Paesi, quest’anno lo spirito natalizio non lo percepirei nemmeno se dovessero inviarmi un bonifico bancario per permettermi di percepirlo.
Il mio ragionamento di base è sempre stato questo, da un quantitativo di anni inqualificabile: dal momento in cui ci siamo tutti, che sia allo stesso tavolo o connessi dal filo di un telefono malridotto, sarà da considerarsi un anno positivo e un conseguente Natale positivo.
Questo, è stato il primo anno della mia vita in cui non è andata così.
Credetemi, non potete capire quanto ho riflettuto sulla pubblicazione o meno di questo post, perchè la vetrina dei sentimenti non è stato mai un contesto che mi è interessato addobbare.
Scrivo questo post nella maniera più egoista possibile, consapevole sì, che queste parole non siano destinate solamente a me, ma con il bisogno di dare un volto a quello che ho dentro e per farvi sapere un paio di cose.
Dovete sapere che è esistito un uomo di nome Paolo e che, insieme, abbiamo trascorso una quantità considerevole di 25 dicembre.
Paolo è mio nonno ed era un sacco di altre cose insieme.
Paolo era le partite a briscola che sfociano in qualche litigio ed era i calici di vino rosso che, a Natale, trovano la totalità della loro espressione.
Paolo era le canzoni a squarciagola e gli inni degli Alpini innalzati al cielo, lo spiedo che sa di poesia e i discorsi infiniti sull’idraulica e su quanto i dossi fossero una strategia del comune per consumare più benzina.
Paolo era i pranzi che trovano il loro culmine nei racconti di guerra, in accenni di agricoltura e in una malinconia che sentivi essere anche un poco tua.
La stessa che provo io oggi.

Il Natale non è – e non deve essere – il covo di momenti che non torneranno più.
Non è sua la colpa se oggi tutto splende quando, la luce per me, è attanagliata in una voce che non sentirò più chiamarmi dal retro di una porta.
Eppure oggi, il Natale, è tutto questo per me.
Un calice di vino vuoto, una cantina senza pietanze da conservare e una canzone troppo lontana per essere sentita.

Pillole in viaggio (niente di Narcos)

Rumore e pensieri, Viaggi

Oggi ho capito di essere cambiata quando, per la prima volta nella vita, ho letteralmente guardato negli occhi un treno merci passare alla velocità tipica dei treni merce nelle stazioni dei treni (merce e non solo).

Questa cosa me la porto dietro da quando, mia nonna Paola – Paolina per gli intimissimi – mi accompagnava da piccola a vedere i treni passare, solo noi due e il tepore di una bicicletta, la stessa che, nonna, incolpava sempre di non decollare mai realmente.

Il tutto terminava puntualmente nella mia figura minuta – ebbene sì, c’è stato un periodo in cui la mia figura poteva considerarsi relativamente minuta – nascosta dietro la sua gonna, con la sola curiosità di uno sguardo a bucare la scena.

Non so quanti anni siano passati, ma oggi portavo quello stesso sguardo, ma non c’era nonna a dividermi da quello che da sempre, è il mio timore.

Lei ha un quantitativo di preoccupazioni importante sulle spalle oggi e a volte, se la guardate bene, potete coglierlo anche nel verde dei suoi occhi.

Ma è incredibile vedere come, nonostante il tempo passi, trascorra e intacchi quelle che consideriamo le nostre fondamenta, ci sono tasselli che vestiranno sempre l’abito della costante.

Quei pomeriggi alla stazione dei treni sono la nostra costante e, quando ne parliamo, il tempo si ferma a bere il nostro stesso caffè e noi, ci emozioniamo ancora.