Il trionfo di Anastasio e della scrittura di qualità

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Guardo X Factor da un quantitativo di tempo immemore e, in maniera concreta, non ho mai colto appieno i parametri secondo la quale si dovrebbe – o non si dovrebbe – decretare un vincitore.
Non ho mai capito se si dovesse correre in nome del percorso fatto nel programma oppure, se dovessimo sederci tutti ad un tavolino immaginario e attuare un ragionamento in ottica discografica.
La vittoria di Anastasio, a mio parere, rappresenta la congiunzione di questi due fattori e decreta la meritocrazia di una vittoria in un programma in cui – storicamente – è l’eterno secondo a sollevare la tanto ambita X.
Anastasio ha meritato la vittoria del talent perchè, nonostante debba sempre essere un aspetto cardine, in Italia ci stiamo dimenticando di quanto la scrittura dovrebbe essere in rilievo, alla base di un progetto artistico.
Anastasio, inoltre, ha vinto con le parole un contesto in cui non si era mai dato un peso fondamentale ai testi e, seppur non totalmente classificabile nella sfera rap, potrebbe regalarci pezzi che si distanzino da Lamborghini placcate in oro e bling bling.
Sino al momento del verdetto, ritenevo i giochi più che aperti con la concorrente Naomi, la cui eventuale vittoria non sarebbe stata uno scandalo in quanto possibilità vocali, ma avrebbe rivangato aspramente un certo effetto boomerang post Licitra piuttosto amaro.
Look At Me Now, il pezzo con la quale Fedez ha precisato un paio di volte di aver rilanciato il percorso della cantante, è arrivato troppo tardi, ma rischiava comunque di rappresentare ciò che Who Wants To Live Forever rappresentò per Lorenzo Licitra l’anno precedente: il motivo dell vittoria.
Conclude il suo percorso molto bene Luna, poco incisiva nel duetto con Mengoni, ma decisamente in riscatto nell’esplosività del suo medley.
L’amaro in bocca rimane per i Bowland, quarti classificati in una serata che doveva dare loro di più, in nome di un percorso che non li ha mai visti tremare da un livello sempre altissimo dove, cadere, non avrebbe risparmiato rovinosi scivoloni.

In generale, la finale di X Factor 12, si è rivelata più godibile rispetto alle aspettative che mi ero posta.
Diciamocelo, in toto, l’edizione non ha brillato per momenti al cardiopalma e, nonostante l’habitué sia una coperta rassicurante, è palese quanto il programma necessiti di una riverniciata che, probabilmente, partirà dal tavolo dei giudici.
Manuel ha perso l’entusiasmo in una cherofobia senza fine, Fedez ha sparato tutte le sue cartucce e Lodo non ha mai sfoderato le unghie in un ambiente di gatti rabbiosi.
Mara Maionchi salva il tavolo, rivelandosi competente e intrattenitrice sempreverde, come del resto Alessandro Cattelan, il presentatore più versatile, piacevole e dall’attitudine internazionale che abbiamo in Italia.

X Factor si conclude qui, ma è arrivato il momento che sia il Fattore X a parlare.
Lo vedremo in classifica e nelle piazze.

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The 1975 – A Brief Inquiry Into Online Relationships

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La maggior parte delle volte in cui mi ritrovo a parlare dei 1975, è pressochè inevitabile che, la persona a cui mi sto riferendo, mi chieda che genere facciano in specifico o, quanto meno, in quale genere possano essere catalogati.
La mia risposta, quasi in automatico, è che io il genere dei 1975, non ho mai capito quale fosse.
Le opzioni , quando avvengono questo tipo di considerazioni, sono fondamentalmente due.
La prima potrebbe riguardare quanto, la band in questione, abbia un’impronta talmente fievole da provare a gettarsi in quasiasi sorgente d’acqua, pur di fare musica.
La seconda invece, potrebbe riguardare il fatto che, sempre la band in questione, possa avere una maestria tale da potersi destreggiare su più fronti – a livello strumentale e di spunti testuali – risultando credibile nella maggior parte dei casi.
Ecco, ho sempre ritenuto la discografia The 1975 degna di essere catalogata nella seconda opzione nonchè, questa impossibilità di categorizzarli in qualsiasi range, la loro più grande forza.

Nel corso della giornata di questo – gelido – 30 Novembre, potremmo avere le conferme di quanto citato qui sopra o le clamorose smentite.
Il tutto in un progetto – attesissimo – che prende il nome di A Brief Inquiry Into Online Relationships.
Il fil rouge, nonchè conduttore dell’album, a detta di Matty e compagni vuole essere un’analisi sul rapporto e sulle influenze che la globalizzazione – e nello specifico Internet – ha portato sulla nostra società.

Il tema trova il suo terreno fertile grazie a testi potentissimi, talmente diretti da essere in grado di fornire quasi delle immagini a livello mentale, in supporto ai concetti trattati.
L’album mantiene spesso un’ombra quasi gotica, che raggiunge l’apice della sua inquietudine all’interno di The Man Who Married a Robot , un tête-à-tête con Siri che ti mozza il respiro.

 

Il disco profuma di Inghilterra, di cantine deteriorate dai suoni delle chitarre, di musicisti jazz afroamericani, di attualità e di politica, di instrumental che ti consumano le dita e di pop americano al limite del radiofonico.
Ed è riuscitissimo.
E’ riuscitissimo perchè analizza sì, l’avvento tecnologico in tutta la sua inquietudine, ma non ne dà una visione retrograda o totalmente deviante.
E’ riuscitissimo perchè è la congiunzione di un sacco di aspetti, temi e spunti che qualsiasi altra band avrebbe potuto tramutare in un accozzaglia di oggetti senza arte nè parte.
Ma non i 1975.
I 1975 presentano un progetto – il loro migliore probabilmente – che li rende una delle pochissime band sul mercato con una personalità talmente definita, da gettare all’aria una qualsiasi categorizzazione.

 

pic credits : @the1975 Instagram

 

Rivelazioni scottanti: il mio 2007 ed i Tokio Hotel

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Fondamentalmente credo siano due, i fattori che sino ad ora sono emersi all’interno di questo blog.
Il primo è la mia marcata attitudine verso il drama.
Il secondo, è la mia marcata attitudine verso tutto ciò che è stato il 2007 e tutte le influenze emo propinate – e propinate ancora – in quel periodo.
Questo articolo, con molta probabilità, sarà la congiunzione di questi due fattori.

Dovete sapere che l’idea, è partita dal fatto che oggi cade l’anniversario da un concerto per cui ho lottato, come solo le ragazzine che scartano i biglietti Ticketone su Youtube hanno lottato.
Non nego di dovermi raccontare con un filo di imbarazzo in queste righe, perchè il concerto è quello dei Tokio Hotel e le mie reazioni vanno un filo controvento con tutto il radical chic decantato sino ad ora.
Non fraintendetemi, i Tokio Hotel non vanno analizzati come la band di undici anni fa, gente che si strappava i capelli e poi tentava di riposizionarli per riproporre l’acconciatura del tempo di Bill Kaulitz.
I Tokio Hotel, con gli anni, hanno acquistato una certa stabilità musicale che li ha condotti a produrre – autonomamente – degli album di tutto rispetto.
Il punto da trattare in questo articolo non è nemmeno questo però, nonostante alla fine troverete il consueto link con tutti i riferimenti discografici del caso.
Il punto è che, ci sono delle band o degli artisti, che abbatteranno sempre la nostra barriera da wild radical, conducendoci a delle reazioni tali, da dover proteggere i video dei relativi concerti con diciassette password.
Quella band per me, sono i Tokio Hotel.

E’ iniziato tutto nel lontano 2007 appunto, io avevo 9 anni e sta a voi decidere se fossi dannatamente precoce o già con inclinazioni drama queen nel sangue.
Succede che mi ritrovo in una stanza d’albergo al mare e mia madre, decide di accendere la tv su quello che era Il Mantra dei Tempi, il Festivalbar.
Compaiono questi ragazzi alla televisione ed io, chiedo a mia mamma di spegnere la televisione qualche secondo dopo.
Raga, avevo nove anni e di ragazzi con l’eyeliner così marcato non ne avevo mai visti.
Non potevo sapere che, lo smokey eye proposto dal cantante, sarebbe diventato Lo Smokey Eye.
La serata archivia tutto abbastanza velocemente, ma dentro di me, qualcosa, era già in funzione.
Ricordo solo, una volta a casa, di aver cominciato a raccogliere informazioni in tutti i modi possibili in cui, una bambina di nove anni, potesse raccogliere informazioni nel 2007: l’edicola e in particolare, la rivista Big.
Sentitevi pure liberi di inserire uno shoutout di ringraziamenti a Big.
Tutto ciò che ne è conseguito dopo, si racchiude fondamentalmente in poster attaccati nell’aula delle elementari e di fughe organizzate con le mie compagne di classe per raggiungere i concerti italiani.
Non temete, i piani consistevano in considerazioni diaboliche della serie: tu dici che vieni a fare i compiti a casa mia ed io a casa tua, invece prendiamo il treno e andiamo a Modena.

Il destino ha voluto poi che, i Tokio Hotel, li vedessi per la prima volta all’età di diciannove anni, mandando in fumo tutti i piani di fuga elaboratissimi del tempo.
Quella sera, in occasione di un concerto al Fabrique di Milano, speravo che l’età fosse dalla mia parte, ma sin dall’inizio, mi sono resa conto di non aver mai disinnescato le reazioni spropositate di quella bambina di nove anni. Anzi.
Lo stesso fattore si è puntualmente ripresentato nel concerto di un anno fa al Geox di Padova, ma questi sono segreti che rimarranno tra me e l’archivio del mio Huawei.

Avete delle band o degli artisti che vi hanno tolto tonnellate e tonnellate di dignità ai concerti?
Sarei curiosa di leggervi nei commenti! Alla prossima!

 

 

 

 

 

@pic from Pinterest

Le Nove Primavere di Ermal Meta

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Dopo una selezione di pezzi up-tempo a fare da colonna sonora all’estate appena trascorsa, Ermal Meta torna a parlarci del suo ultimo album nelle vesti in cui, probabilmente, lo conosciamo meglio.
Il pezzo selezionato come nuovo singolo, è infatti 9 Primavere, un ritorno alle sonorità più intime e cantautorali dell’artista, con una vena radiofonica non indifferente.
Il brano sembra parlare della quotidianità di una storia d’amore facendo riferimento a momenti ben precisi e che sembrano coinvolgere un po’ tutti / Torno tardi mangia pure Non mi devi più aspettare / Spegni quella luce amore Fa un casino di rumore.

L’aspetto interessante di questa canzone verte principalmente nel modo in cui la quotidianità viene proposta.
Spesso infatti, scrivere di ciò che viviamo giornalmente, mette nella condizione di scrivere superficialmente o addirittura, di farlo male.
9 Primavere pone una riflessione veritiera della quotidianità che, con troppi fronzoli, non potrebbe di certo funzionare, ma lo fa mantenendo una raffinatezza di base tipica della penna di Meta, aspetto ricorrente anche nella sua discografia ed emerso durante il live report del concerto a Brescia (lo potete trovare qui).
Ermal Meta seleziona quindi, a mio parere, uno dei pezzi migliori di Non Abbiamo Armi per inaugurare la stagione musicale di questo autunno e rende onore ad un album testimone di una bellissima congiunzione tra la musica e le parole.

Il ritorno dei Twenty One Pilots con Trench

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This is not rap, this is not hip hop
Just another attempt to make the voices stop

Cantavano così i Twenty One Pilots in HeavyDirtySoul, pezzo tratto dall’album che, oggi, è il creatore di aspettative dall’altezza considerevole sul nuovo progetto.
Un’altezza che vede, nell’eventualità di una caduta, poche possibilità di scampo.

Questo non è rap, questo non è hip hop e Trench si distacca ulteriormente da una qualsiasi categorizzazione.
Trench non è Blurryface, e non è ciò che ti aspetteresti da un sequel Twenty One Pilots.
I suoni cambiano abbastanza nettamente, mantenendo una certa connessione con il periodo antecedente solo nei singoli apripista, Jumpsuit e Nico and The Niners.
Il resto, si tramuta in atmosfere malinconiche, forse meno catchy ed immediate rispetto ai lavori precedenti ma che, nel complesso, funzionano.
Funzionano perchè il disco si rivela dannatamente vero ed è quasi palpabile il distacco musicale con ciò che ha rappresentato l’era prima di Trench.
Con distacco non mi sento di parlare di un’inversione di marcia o di rinnegare un certo tipo di percorso, lo stesso selezionato sino ad ora.
Trench è il distacco della sperimentazione, della ricerca di nuove identità mantenendo però un’impronta che, il mercato discografico di oggi, si dimentica spesso di offrire.
E con sperimentazione, non intendo ciò che si usa oggi per scusarsi di un disco mal riuscito o al di sotto delle aspettative.
Parlo dell’esigenza di non accontentarsi mai dell’acqua che tira al proprio mulino, per andare alla ricerca di sorgenti che potrebbero rivelarsi altrettanto proficue.
I Twenty One Pilots lo hanno fatto in questo album, non andando a tralasciare, per quanto mi riguarda, una certa intensità a livello testuale.
Un esempio lampante risiede in Neon Gravestones, il pezzo che, tra tutti, ha saputo catturare maggiormente la mia attenzione.

Il disco è stato pubblicato nella giornata di venerdì 5 ottobre e quindi, questa è solo la scrematura di un’opinione.
I dischi vanno divorati e vanno messi alla prova del tempo e Trench, deve ancora vivere tutti questi passaggi.
I Twenty One Pilots però, in questo continuo rinnovo di sè, possono rappresentare una bellissima realtà musicale per un lungo periodo di tempo.

 

 

 

 

I Måneskin che non ti aspetti con Torna a Casa

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Il music friday è sempre un pentolone di novità per chi, sulle vie di settembre, si rende conto di ascoltare, con una certa dose di imbarazzo nel cuore, la stessa playlist dai meandri di giugno.
Oggi tornano i Måneskin, perchè chiamarsi il secondo posto più inaspettato nella storia di un talent show pareva brutto, nonchè lievemente prolisso.
Tornano con una proposta che abbandona – per il momento –  le venature a cui ci avevano abituati durante X Factor e con i singoli post talent.
Il pezzo si chiama Torna A Casa e quando il play scatta su Spotify, ti chiedi se l’account Premium sia effettivamente scaduto e si sia riattivata l’inesorabile riproduzione casuale.
Poi, fa il suo corso anche la voce di Damiano David e, in un certo senso, a casa ci ritorni un poco anche tu.
Riconoscibile, ruvida ma che, lì per lì, sembra non si rivesta perfettamente dell’abito di una ballad.
Il testo prosegue incontrando lievi scivoloni, con riferimenti all’impossibilità di avere una vita perfetta in assenza della decantata Marlena, ma compensa poi con up pazzeschi, in particolare a livello della seconda strofa / Voglio arrivare dove l’occhio umano si interrompe / Prima ero quiete perchè oggi sarò la tempesta.
Ed è incredibile notare come, certe sonorità e certi picchi testuali, siano di inevitabile riferimento ad un tipo di atmosfere cantautorali che non avrei mai pensato che i Måneskin sfiorassero, o volessero mai sfiorare.
Certo, il brano probabilmente non riveste le mura della casa ideale dei Måneskin, ma non credo nemmeno che questo fosse l’intento.
Piuttosto, è palese come la band sia in grado di valutare e abbandonare più zone di comfort, fattore che sapremo analizzare con decisione nel momento in cui il primo album, verrà definitivamente alla luce.
Nel frattempo mi sento di dire che, i Måneskin, siano la scoperta più interessante e valida che l’edizione italiana di X Factor, abbia mai saputo regalarci.
E se continueranno ad avere fame di fare strada, quella vera, sapranno imprimere un’orma ben riconoscibile nel panorama musicale italiano.

 

Col sangue sulle mani scalerò tutte le vette
Voglio arrivare dove l’occhio umano si interrompe
Per imparare a perdonare tutte le mie colpe
Perché anche gli angeli, a volte,
Han paura della morte