Nuovi Suoni: benvenuti, vi presento AboutMeemo

Interviste, underground!

Immaginate che il blog si trasformi in una piazza, priva di un qualsiasi confine geografico e di conseguenza limitante.
In seguito, tentate di concentrare tutte le venature del vostro udito verso il suono prorompente di una chitarra e, probabilmente, si instaurerà il clima perfetto per fare la conoscenza di AboutMeemo, l’artista che vi presenterò oggi.

Ciao Mimmo! Chi è AboutMeemo?

Dal punto di vista concreto, Aboutmeemo è il progetto solista di cui sono anima e forza lavoro.
Scrivo musica, testi e arrangiamenti e mi occupo – almeno per il momento –  in prima persona delle PR.
Il progetto nasce qui in Irlanda dove risiedo da 10 anni.
Dopo innumerovoli tentativi come fondatore o membro (bassista o chitarrista) di molte band dal punk al metal, ho deciso di percorrere la strada da solo in quanto, la democrazia di gruppo in tutte le sue dinamiche, non fa più per me.
Dal punto di vista artistico Aboutmeemo è il mio alter ego per eccellenza, una sorta di personaggio a cui affido tutto quel che mi passa per la testa e nel cuore.
Meemo, nello specifico, non è altro che un gioco di parole per indicare la pronuncia anglosassone del mio nome – non ce la fanno proprio – e può anche sottintendere la parte emozionale di me.

Nel 2016 hai pubblicato l’album Souvenirs. A quale tipologia di pubblico pensi possa interessare il tuo progetto?

Credo che Souvenirs possa piacere alle nuove generazioni di amanti del Rock e ai nostalgici del Rock suonato, in un’unione bilanciata fra underground e mainstream.
Ritengo sia un progetto crudo quanto potrebbe esserlo un live senza fillings, fronzoli ed effetti speciali, atti ad impressionare ed intrattenere l’ascoltatore più distratto.
Infatti consiglio di ascoltare l’album con calma, magari con una canna in mano e, se ci si sente un poco conservatori a riguardo, allora con un bel bicchiere di assenzio per rilassare la mente.
E’ un album carico ma pacato, un’atmosfera calda che richiede di essere accolta e non lo consiglierei a chi non ha voglia di impegnarsi nell’ascolto.

Vivi nella città di Galway, in Irlanda. Questo fattore ha influenzato la tua musica?

Potrei dire mille cose su quanto Galway, con le sue pioggie continue e le sue atmosfere cupe, possa aver giocato un ruolo importante nelle sonorità di Souvenirs.
Sarebbe suggestivo e affascinante, ma sarebbero fantasie.
La realtà è che Souvenirs è una raccolta di canzoni e ricordi che rappresentano passato e presente ed il mio spirito in generale, sia nella sua parte malinconica che nell’aspetto positivo. 
Probabilmente l’Irlanda ha avuto maggiore impatto su di me come persona: mi ha sicuramente rilassato e lasciato che allargassi le mie vedute sulla filosofia della vita.
L’impatto Italia/Irlanda, porta sicuramente un segnalibro nel racconto della mia crescita e se avessi scritto questi pezzi in Italia, avrebbero forse acquisito un carattere diverso.

Nei tuoi pezzi sono presenti forti spazi dove è la chitarra a prevalere sul resto.
Che ruolo ha questo strumento nella tua musica?

Sono in primis un bassista ma per soddisfare il mio bisogno di scrivere canzoni sono passato alla chitarra, strumento fondamentale e maggiormente espressivo in quello che è il mio genere di riferimento.
Sono ossessionato dal mondo chitarristico elettrico in generale.
Qualche anno fa (adesso mi sto calmando con l’età) ho raggiunto picchi di ossessione cronica per l’effettistica, pedalini, amplificatori, pick up.. quanta roba e quante notti insonni!
E’ fantastico come ogni singolo elemento può andare a determinare il suono di quel che vuoi comporre.
Se dovessi scegliere tre grandi chitarristi che mi hanno influenzato ti parlerei di Mike McCready (Pearl Jam) , SLASH ( Gun’s) , Dregen (Backyard Babies).

E’ inoltre disponibile il tuo nuovo EP “LOVE THAT YOU HOLD IT’S THE PAIN THAT YOU CARRY”.
Cosa ci dobbiamo aspettare?

E’ un EP di 5 brani che non riprende le atmosfere di Souvenirs, ma risveglia la voglia di capire qualcosa in più del mio songwriting.
In questa occasione opto per la maggior parte del tempo per la chitarra acustica, altra componente fondamentale nella scrittura dei miei pezzi.
Il singolo We all spin around parla del girotondo che spesso nella vita si attua man mano che la si percorre.
Pezzi come You Are All It Is e Leaving Behind hanno già uno stile aboutmeemiano piu’ classico, in quanto le ritengo più intime, riflessive e visionarie.
Far out è la ballad acustica per eccellenza nonchè una versione riaggiornata di un mio vecchio brano.
11.11 è invece un pezzo strumentale onirico e trascendentale.

Cosa è importante per te che gli altri sappiano su Aboutmeemo come artista?

Bella domanda.
Credo che per me sia importante far capire l’importanza dell’onestà intellettuale nella scena musicale attuale, specialmente in Italia.
Sono contro a copia e incolla, ipotetiche formule radiofoniche o stereotipi senza ricerca.
Non faccio canzoni che “funzionano”, belline, pulite e calcolate per provarci nel music biz.
Aboutmeemo si mette in gioco al 100% , determinato e vivo.


Se il progetto di AboutMeemo vi ha incuriositi, trovate nell’area sottostante tutti i consueti link di riferimento per prendere visione dei suoi pezzi e delle piattaforme social, dove potete monitorare le sue ultime notizie.

L’ EP LOVE THAT YOU HOLD IT’S THE PAIN THAT YOU CARRY è da oggi disponibile e acquistabile su I-Tunes e SoundCloud.
A breve sarà distribuito anche da Spotify, Amazon e molte altre piattaforme musicali.
Dal primo marzo invece il singolo We All Spin Around sarà promosso dall’agenzia L’Altoparlante e passerà nelle radio Italiane.

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Chester Bennington: tutto ciò che la malattia mentale non può scalfire

Interviste

Ci sono date che sembrano giungere sul calendario con la potenza di un proiettile.
Una di queste è senza dubbio il venti luglio che, senza un minimo di pietà, segna il primo anno che questa Terra ha vissuto senza il talento e la presenza di Chester Bennington.

Vago da giorni sui social senza una meta ben precisa, ma ben consapevole di ciò che troverò davanti agli occhi: un quantitativo impressionante di articoli dettagliati sul modo in cui ci ha lasciati e sugli sviluppi delle eventuali motivazioni, ben annesse in caps lock.

Insomma, trascorriamo il periodo che ci viene concesso, con il tentativo estenuante di lasciare un’impronta in questo terreno fangoso che calpestiamo tutti i giorni, ma viene raccontata minuziosamente solo la portata delle nostre cadute.
E questo accade anche quando a cadere, è un essere umano che ha ben altri segni particolari, meriti e talenti oltre all’inusuale e prematuro modo in cui la sua vita terrena si è conclusa.

E allora mi ritrovo inerme ancora una volta, e puntualmente investita da domande a cui non so dare risposta.
Non credo di poter rispondere perché innanzitutto, ritengo di conoscere la storia di Chester e dei Linkin Park, da un punto di vista troppo lontano per intromettermi e vomitare sentenze.

Eppure voglio rispondere, lo voglio fare.
È come se avessi la convinzione fin dentro le ossa che un uomo con una tale impronta, non sia il risultato del momento in cui la sua essenza smette di brillare, ma bensì del tratto di strada che ha saputo illuminare per gli altri.

All’improvviso, ricordo di conoscere una persona che su questa strada, ci cammina da tanti anni.
Allora le scrivo, nel cuore della notte, causandole non poche ansie su cosa possa aver scatenato un mio messaggio a quell’ora.
Francesca è una mia cara amica, nonchè la prima persona che mi è balenata nella mente il giorno in cui si è diffusa la notizia della morte di Chester.
Questo deve significare qualcosa, e credo dunque che Francesca, possa essere l’elemento di congiunzione perfetto tra ciò che Chester ha creato e, successivamente, lasciato.

“Francesca, voglio parlare di Chester, di quello che ti ha regalato, di cosa i Linkin Park ti hanno portato ad essere, fare e ascoltare.
Voglio che venga fuori ciò che il corso delle cose non ha saputo portarti via e che non saprà mai portarti via.”

Francesca accetta ed insieme elaboriamo questa intervista.

Ciao Francesca, ricordi come i Linkin Park hanno fatto ingresso nella tua vita? Con quale album?

– Sono entrati nella mia vita strada facendo, prevalentemente sentendo in radio i pezzi che giravano in quei tempi, attorno al 2002.
Il primo album che mi è capitato di ascoltare è Meteora, grazie ad un regalo del fidanzato dell’epoca di mia sorella.
Non conoscevo nemmeno il nome della band in questione, ma c’era qualcosa che sapeva tenermi in contatto con i brani.

Come hai capito che Chester avrebbe potuto rappresentare una figura importante nella tua vita?

– Nel momento in cui mi sono accorta che, nonostante avessi poche informazioni sulla band – anche considerando la mia tenera età – la voce di Chester e l’impronta del gruppo avessero la capacità di suscitare dentro di me una certa riconoscibilità ad ogni ascolto.

Hai avuto la possibilità di partecipare a due live della band, cosa ti hanno lasciato?

– Il primo concerto dei Linkin Park a cui ho partecipato è stato nel 2014 a Milano, mentre il secondo poche settimane prima che Chester morisse.
Il primo mi ha sicuramente regalato emozioni fortissime, considerando si trattasse di uno dei miei primi concerti.
Infatti, lo ricordo ancora in maniera molto vivida.

Ci sono delle passioni che hai iniziato a coltivare – e che coltivi tutt’oggi – nate in seguito al tuo approccio con la band?

– Assolutamente sì. All’età di sette anni ho cominciato a cantare grazie a loro, prendendo lezioni di canto per i successivi tre.
In seguito ho cominciato a suonare il pianoforte, per poi cominciare ad interessarmi e ad approfondire il discorso strumentale in maniera più ampia.
Hanno saputo trasmettermi un’idea di musica sotto il punto di vista professionale, oltreché una continua sperimentazione di suoni e generi.

Hai avuto modo di ascoltare Post Traumatic, l’album di Mike Shinoda?
Cosa ne pensi
?

– Si, ho ascoltato l’album di Mike.
In particolare una canzone ha suscitato in me un forte impatto emotivo: si tratta di Over Again, un pezzo che ho ascoltato per la prima volta in pullman e ha messo seriamente a dura prova le mie lacrime.
Il testo è molto immediato e sento non riguardi solo la morte di Chester, ma potrebbe coinvolgere in senso più ampio qualsiasi persona colpita da una perdita simile.

Ogni canzone dell’album di Shinoda sembra rappresentare un passo del percorso che si attua solitamente durante un lutto: alla fine del disco, ti sembra di cogliere uno spiraglio di speranza?

– Sinceramente colgo uno spiraglio sin dall’inizio, considerando quanto sia riuscito a tramutare la tragedia in arte, attraverso un album molto più che riuscito a mio avviso.

Ci sono degli album guida che potresti consigliare per avvicinare nuove persone alla musica dei Linkin Park?

– Non credo, dal momento in cui la loro discografia è una continua evoluzione e un cambio di direzione costante.
Dipende molto dalle preferenze dalla persona in questione: per pezzi più orientati verso il metal considererei gli albori, ovvero nel periodo tra il 1999 ed il 2004.
Abbiamo una fase più sperimentale invece verso il 2009, dove tra l’altro si colloca il mio album preferito A Thousand Suns.
L’ultima fase invece verte maggiormente verso il pop ed è proprio questo ciò che mi è sempre piaciuto di loro: non è mai stato un compromesso ma una costante sperimentazione.

Tralasciando per un attimo i Linkin Park, se tra vent’anni dovessi ritrovarti a parlare di Chester, cosa racconteresti alle nuove generazioni che non lo hanno vissuto in primis?

– Potrei dire che ai miei occhi è sempre stato una persona molto ironica, nonostante le storie che conosciamo della sua infanzia.
Mi ha sempre trasmesso tanta positività, per quanto  il suo vissuto sia accessibile a tutti.
A maggior ragione è sbagliatissimo ridurre la sua esistenza a come ci ha lasciati, considerando che a me, come ad altri milioni di persone, ha sempre lanciato messaggi positivi.

C’è un qualcosa che, nonostante il corso delle cose sia evidente a tutti, niente e nessuno potrà scalfire in merito alla tua storia con i Linkin Park?

– Innanzitutto, la musica. Il ricordo, per esempio, che la prima canzone che ho imparato al pianoforte è stata In The End.
A livello umano, la positività che mi ha sempre trasmesso nei diciotto anni in cui lo conosco, nonostante il modo in cui sia poi finita.

E’ proprio nel momento in cui, prevalentemente nell’ultima domanda, Francesca parla di Chester al presente, che mi rendo conto di quanto certe impronte dentro le persone possano essere eterne, nonostante il corso delle cose attorno cambi continuamente.
Per Francesca, Chester, ha rappresentato i primi passi verso la musica, che l’ha poi successivamente condotta all’idea che potrebbe essere questo, ciò che vuole fare nella vita.
E’ stato una costante fonte di ispirazione professionale e una figura umana di rifugio e riferimento.
Per il vostro compagno di corso potrebbe aver rappresentato mille altre cose ancora, idem per quanto riguarda lo sconosciuto con le cuffiette che prende il vostro stesso tram alle otto del mattino.
Per voi, potrebbe essere stato semplicemente la voce irriverente all’interno di una radio, la stessa che vi avrebbe condotti più velocemente a casa dopo una giornata stressante.

Rimane il fatto che, una persona, non si può mai riassumere all’interno delle scelte che compie se dettate, come in questo caso, da una malattia mentale.
La malattia mentale, la depressione, l’uso di sostanze sono tematiche reali e non sono mai scelte che una persona attua per sè: le scelte consapevoli di Chester sono e rimarranno sempre le risposte qui sopra, le stesse di una ragazza che avrà nel suo bagaglio, per il tempo dell’eternità, tutto ciò che i Linkin Park le hanno regalato.