Il Ballo Della Vita Tour – Live Report

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Il Ballo Della Vita Tour dei Måneskin, accorre al Gran Teatro Morato di Brescia e classificare il pubblico in range di generazione / tendenza musicale apparente o una qualsiasi altra categorizzazione, è pressochè impossibile.
In prevalenza, sembrano spiccare genitori in compagnia di bambini non troppo grandi o forse, è l’elemento che mi lascia maggiormente di stucco.
Certamente, l’impronta del post talent lascia un marchio pressochè indelebile sulle persone che poi decideranno di venire a sentirti o meno, ma ammetto che la foga di alcune bambine dinnanzi ai déshabillé di Damiano David, mi ha divertito tantissimo.

Il concerto comincia alle 21.30 e, la mezz’ora di ritardo rispetto alle indicazioni sul biglietto, mi ha fatto cogliere le prime venature di DNA da zia lamentosa delle caverne.
Ma sin dall’inizio, mi ritrovo a perdonare tutto.
E con me la bambina di sette anni, il padre al fianco e la coppia un filo più in là.
Damiano David sale sul palco e pone all’attenzione della sua audience, la definizione pura e sacrosanta del Fattore X, la stessa attribuita a Lorenzo Licitra solo un anno prima.
E’ nato per questo, per fare della sua lussuosa dimora il palco, per esibirsi ed esibire un qualcosa che ti dà l’idea di essere molto naturale e curato allo stesso tempo.
Non voglio assumere le sembianze di un piccolo Manuel Agnelli, ma questi ragazzi non vanno oltre i diciannove anni di età e sembra che abitino i palchi che calcano, da anni ben antecedenti persino alla loro stessa nascita.
Nel corso della serata, i Måneskin si cimentano con suoni e gestualità che, se proposti con un filo di voga in più o in meno, possono darti le sembianze dello Zecchino D’Oro o di Festa In Piazza, a seconda del punto in cui l’asticella va a premere.
Eppure loro conoscono le misure, conoscono ciò che potrebbe rivelarsi troppo o troppo poco, musicalmente e stilisticamente parlando.
Sanno ciò che stanno proponendo come se fosse il frutto di serate all’insegna del fallimento e anni di nottate trascorse alla ricerca della perfezione.
Il Fattore X risiede proprio qui: non hanno avuto il tempo materiale per sperimentare tutti questi passaggi eppure, li propongono tutti sul palco.

La serata è la congiunzione tra testi molto potenti in italiano, accenni strumentali credibilissimi sui pezzi in inglese e una fortissima convinzione nel progetto che si sta portando avanti.
E no ragazzi, non è necessariamente un male.
Uno dei fili conduttore del progetto Måneskin è questa convinzione, dai più giudicata fastidiosa, che va però a braccetto con una bellissima sostanza.
Sostanza rivelata appieno ne Il Ballo Della Vita Tour, a sostegno dello stesso album – ancora più credibile live – nella presentazione di una serata musicale solida e che vale la pena di sperimentare.

Il tour è il veicolo di un messaggio potente, incline a tutta la positività che deriva dal credere in se stessi e in ciò che si porta avanti.
Il talent, se utilizzato come una corretta vetrina di esposizione, non produce solo confezioni effimere destinate all’oblio.
I Måneskin, su questa linea, ne sono la prova.

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Gli inediti di X Factor 12 – Pagelle e Recensioni

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La quinta puntata di X Factor 12 ha segnato l’ingresso dei concorrenti rimasti nel tanto agoniato – quanto sopravvalutato – mercato discografico italiano.
Nel corso della serata, ho avuto modo di riscontrare conferme, momenti di lieve ed effimero stupore e scivoloni di una portata non indifferente.
La cosa più corretta da fare, in questo caso, è insidiarsi lievemente più in profondità, andando ad analizzare ogni singola proposta discografica nella sua totalità.

Luna – Los Angeles VOTO: 5

Ritengo che, l’inedito proposto da Luna, rappresenti il più grande scivolone della serata.
Le aspettative erano alte – molto, per quanto mi riguarda – ed il risultato, non si è allontanato troppo da una confezione regalo cartoon friendly troppo elementare, per la caratura delle sue possibilità.
Certo, Luna ha sedici anni – come più volte puntualizzato dal buon Agnelli- ma le sconfinate occasioni dettate del suo talento, non possono e non devono riassumersi in un pezzo che, anche solo definire commerciale, è un complimento.


Renza – Cielo Inglese VOTO: 6

La grande hamartia di Renza è che, la sua decantata eleganza, possa sfociare nel confine sottile con quella che è l’ostentazione di quest’ultima e una derivata pesantezza.
L’inedito, sembra sfiorare più volte questa eterna condizione, ma regge abbastanza bene i colpi con un testo delicato – anche se in certi punti forzato ad un radical chic  all’apparenza obbligatorio – e supportato da strofe in congiunzione con ciò che è contemporaneo e ciò che non lo è più.


Anastasio – La Fine Del Mondo VOTO: 8

Che bella la gente che scrive, che bella la gente che ha la possibilità di collocare il suo genere cardine all’interno della scrittura.
Anastasio propone la sua penna – dritta come una spada – in un pezzo che unisce tutta la raffinatezza dei suoi testi ed un elemento “grezzo” costante che ne costituisce la forza.
Incredibile però come, la produzione infighettata, tolga intenzione al brano, molto più immediato in presentazione alle auditions.


Sherol – Non Ti Avevo Ma Ti Ho Perso VOTO: 5

Il pezzo comincia e il testo, ti mette nella predisposizione apparente di commuoverti.
Poi arriva il ritornello e , con lui, una base che definire imbarazzante e totalmente fuori linea, sarebbe riduttivo.
D’un tratto, la sensazione, è quella di trovarsi a cantare Hey Jude sulla base di Runnin’ di Beyoncè o di posizionare un bradipo su un tapis roulant a mille.
Non so quale fosse la direzione da voler intraprendere, ma il brano non ne vede di positive all’orizzonte.


Naomi – Like The Rain VOTO: 5

L’inedito di Naomi è talmente confezionato ad hoc per emozionare che, alla fine, finisce per non farlo.
Le liriche, le sonorità e le intenzioni da ballatona breathtaking, raccontano di un brano che una qualsiasi grande voce potrebbe interpretare, senza l’aggiunta di nulla di personale.

Bowland – Don’t Stop Me VOTO 7.5

Credibili, ipnotici e strumentalmente solidissimi.
La canzone è un viaggio di notte che, sino alla fine, non sai esattamente dove ti condurrà ma al contempo, è in grado di sussurrarti che la destinazione ne varrà la pena.

Leo Gassman – Piume VOTO 6.5

Canzone lineare e pulita, un po’ come il percorso di Leo all’interno del talent.
A tratti il brano sembra invecchiarlo e sembra sfiorare momenti di up che poi, in concreto, non raggiunge.
Indubbio è che, la Vie En Rose di Gassman, sia l’italiano.


Martina Attili – Cherofobia VOTO: 8

Martina Attili torna al check- in con la sua carta d’imbarco per eccellenza, in un racconto intricato e semplice di situazioni e fobie che, pronunciate da Martina, ti mozzano il respiro.
I riferimenti musicali sono palesi – troppo – ma il pezzo, regala un’emotività tagliente.

Una birra con i TheGiornalisti – Live Report BS

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I punti che mi hanno spinto ad andare ad un concerto dei TheGiornalisti, sono fondamentalmente due:
1- le persone che lavorano con me sembrano essere state reclutate da un fanclub su Facebook;
2- una mattina alle cinque, dove Felicità Puttana risuonava potente nel mio abitacolo.

Succede dunque che al concerto dei TheGiornalisti ci arrivo ed il parterre, non è così indie alternative come lo immaginavo.
Piuttosto, la maggioranza, è costituita da coppiette più o meno – con un picco decisivo sul più – sopra i trent’anni, che mi danno la sensazione primitiva di quanto, probabilmente, saranno le varie Riccione e Completamente a scuotere il pubblico della serata.

Ogni concerto prevede, come molti di voi ben sanno, un’attesa di rito, durante la quale non suppongo però sia prevista l’uscita spaziale di Tommaso Paradiso, scalzo, da uno degli sbocchi laterali del palazzetto.
Il destino ed il Love Tour, hanno voluto che lo sbocco laterale del palazzetto fosse quello dove io poggiavo la schiena, dando vita alle foto che vi lascio qui sotto, scattate dalla mia amica decisamente più Usain Bolt di me.


Il concerto comincia alle 21.15 con una puntualità disarmante che, lo ammetto, credo mi abbia stupito.
Probabilmente, avevo un immaginario TheGiornalisti molto più egomaniac.
Il PalaGeorge di Montichiari sembra ruggire sin da subito letteralmente, in quanto l’acustica del luogo si rivela davvero di bassa qualità e, non sempre, permette di cogliere al meglio le liriche di Tommaso e compagni.

Il LOVE tour è un connubbio di gonfiabili e schizzi grafici da band tumbrl, membri dell’orchestra che sbucano dal sottosuolo e una parte corale che strizza l’occhio all’universo gospel.
Tutto carino, tutto suggestivo, a tratti, lievemente forzato.
Eppure la forza dei TheGiornalisti, risiede nella loro semplicità.
Risiede nella sensazione della penombra e della birra che ti fai la sera con gli amici, che si conclude con l’artista della compagnia che si piazza davanti ad un falò e ti racconta dell’ultimo pezzo che ha scritto.
Risiede nella spontaneità di un uomo che si china al cospetto di migliaia di persone dicendo che, la prossima canzone in scaletta, è stata scritta per te.
Ecco, i TheGiornalisti hanno la bellissima capacità di rendere intimo un palasport da gente che ce l’ha fatta senza l’obbligo di sovrastrutture che, sulla loro proposta musicale,  non fanno altro che assumere le sembianze di una forzatura.
Credo che si celi qui, la chiave del loro successo, fra un accenno fresco e malinconico agli anni Ottanta e la sensazione di trovarsi costantemente in un ambiente familiare.

Il concerto si conclude ed un filo di ragione ce l’avevo, perchè la maggioranza delle persone presenti, sembra attendere con ansia solo i pezzi radiofonici ultraproposti.
La scaletta vuole essere però, una congiunzione di ciò che i TheGiornalisti erano e di ciò che i TheGiornalisti sono.
Suppongo stia ai fans storici, decidere se il connubbio sia valso la candela.

XF12: slang, draghetti e pillole musicali

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La quantità di articoli che parlano di X Factor, in particolare nel giorno seguente alla puntata, potrebbe essere inferiore solo alle gaffe rigettate dalla Mara Maionchi Nazionale, nel corso della seconda puntata del talent.

Perciò, suppongo che mi piacerebbe analizzare la trasmissione da un altro punto di vista e, suppongo di volerlo fare, con un ritardo sulla linea temporale che mi permetta di proporlo nel modo più lucido possibile.
Scherzo, in realtà ho lavorato come una iena e non ho avuto il tempo di pubblicare.

SPOILER ALERT: il rischio, con un certo grado di consapevolezza, è quello di rivoltarmi d’un tratto, in un minestrone senza fine.
Un po’ come i Seveso Casino Palace che, con la loro proposta di Amore Capoeira, mi hanno fatto sospettare l’improvvisa apparizione sul palco di mia zia Pasqua, con un vassoio di tartine tra le mani (giusto per aggiungere ancora un pizzico di credibilità e coerenza alla performance).

Andando ad oscurare per un attimo il lato tecnico della trasmissione, vorrei soffermarmi su un aspetto che ogni volta mi sconvolge perché, seppur trash, rappresenta annualmente uno dei motivi per cui X Factor, mi fa raggiungere livelli di delirio mai sfiorati da nessun altro programma.
Il tutto risiede, sostanzialmente, nello slang adottato dai giudici.
A volte mi chiedo se, questi ultimi, vengano selezionati effettivamente per esperienza e cultura musicale, o per la capacità di partorire cimeli della caratura di Anche a Max Pezzali piace l’Heavy Metal ma non fa l’Heavy Metal oppure Volevo essere Lou Reed ma sono quello della vecchia che balla.
A proposito di Lodo Guenzi, a livello di slang può regalarci delle permanenti emozioni, anche perché io saluto già con un Ciao Draghetti , il 75% delle mie amicizie.
Se uniamo inoltre il suo tono vocale e l’accento da cartone animato, sono sin da subito in grado di proiettarmi in una spa di relax e soddisfazione.

La seconda puntata del talent ha celato diverse verità tra cui la scoperta del reale anno di nascita di Ghali (il 2012 secondo Mara), la conferma dell’appartenenza di Manuel Agnelli alla famiglia Cullen (dopo un’immersione improvvisa nella nebbia) e che, se ti risvegliassi Shaggy, potresti avere il microfono spento per 3/4 di esibizione, il tutto al fine di collaudare gli strumenti per TonyEffe.

Alla fine, sono stati i Red Bricks Foundation ad abbandonare la gara, contro un Emanuele Bertelli che, a mio avviso, aveva già bruciato la sua stella alle audition.
Curioso come, i Red Bricks, fossero la band con il livello strumentale più a fuoco all’interno del contest, supportati forse da un frontman troppo troppo difficile da cogliere, anche solo in superficie.
Ciò che è immediato e palese è quanto, il batterista della band, sia in realtà Ignazio Boschetto de Il Volo alla ricerca del brivido metal.
Il tutto, con la collaborazione del bassista, palesemente un Lorenzo Licitra, che ci riprova.

PREFERITI DELLA SERATA:

 

 
@credits : tutte le immagini riportate in questo pezzo sono state prese dal sito ufficiale di X Factor Italia :  https://xfactor.sky.it/xf12/concorrenti/

L’identità dei Måneskin è servita

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Sembra ieri quando, le audition di X Factor, sembravano porgerli al pubblico come i nuovi vincitori dopo tre minuti di esibizione ed io, dall’alto del mio divano, speravo celassero una certa cazzimma musicale perchè, quella visiva, ce l’avevano tutta.
Da quel momento di acqua sotto ai ponti ne è passata ed in merito, sono stati effettuati tutti i ragionamenti del caso secondo la quale – giustamente – una band non dimostra appieno il suo valore sino alla pubblicazione di pezzi propri.
Oggi abbiamo la prova del nove e si chiama Il Ballo Della Vita, il primo album di inediti dei Måneskin dopo l’esperienza del talent.

Se dovessi riassumere il disco in una parola, sin dall’albore dei primi ascolti, sarebbe senz’altro identità.
Il Ballo Della Vita è un disco che può trovare consensi o meno, a seconda della soggettività di ognuno ma che, indubbiamente, propone un’impronta identificativa netta e importante, fattore decisamente non scontato considerando la situazione discografica in Italia.
Insomma non è un album che, in radio, potrebbe fornire all’ascoltatore il dubbio su a chi appartenga la voce dalle casse, tantomeno l’orma strumentale.
Un altro elemento di spicco, è senz’altro il senso di rivalsa contenuto in praticamente tutti i pezzi, quasi in linea con la decantatissima Marlena.
Una rivalsa tale che, a metà dell’ascolto totale, l’istinto è quello di uscire in giardino in mutande ed urlare Ora ho la forza di rinascere / Lavare tutti i miei vestiti dalla polvere.

I Måneskin fanno il loro ingresso vero e proprio nel mercato discografico, con una proposta ben bilanciata tra l’inglese e l’italiano, anche se l’ago della bilancia verte prevalentemente su pezzi ritmati e uptempo.
Qui giunge l’aspetto, a mio avviso, più curioso del progetto.
Nella mia precedente recensione di Torna A Casa – potete trovarla qui – ho manifestato una certa confusione riguardo alla voce di Damiano vestita dell’abito affascinante – ma pericoloso –  della ballad.
Sono felice di ricredermi urlando a gran voce quanto, il pezzo più riuscito de Il Ballo Della Vita, sia proprio la ballad Le Parole Lontane , dove viene mostrata una venatura cantautorale e dalle atmosfere a tratti gotiche.
Ecco, mi sarebbe piaciuto ascoltare materiale maggiormente su questa linea nel disco, perchè trovo che, i Måneskin, abbiano delle possibilità positive anche in quel senso.
Questa, indubbiamente, è prevalentemente una considerazione personale, legata anche al fatto che il frontman Damiano, in ambito di liriche, ha dimostrato di possedere delle belle competenze.

Il Ballo Della Vita non è per il dinero, e non era necessaria la specifica nel featuring con Vegas Jones.
Quando un progetto racchiude personalità, i soldi non sono altro che una conseguenza.

Ermal Meta @ Piazza Duomo BS – Live Report

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Il timore del meteo sembra vacillare su tutti i presenti un po’ come una sentenza di morte ma, sorprendentemente, il clima sembra collaborare e unirsi d’un tratto al team di Ermal Meta.
Un team, quello accorso per la data di Brescia, incline prevalentemente al girl power, caratterizzato solamente in maniera sporadica da qualche presenza maschile.

Tra dita incrociate e k-way sommersi nello zaino, la serata vede la luce verso le 21.30, in seguito ad un opening che, mea culpa, sento di ritenere non particolarmente all’altezza per motivi prettamente legati ai testi, suppongo.
Ermal fa il suo ingresso sul palco accompagnato da una band con cui, sin da subito, sembra danzare alla perfezione, complici sicuramente mesi di tour ben aizzati sulle spalle.
I primi pezzi si fanno strada fra l’ultimo album e i piacevoli ricordi – non troppo lontani – dei precedenti.
Le tematiche cambiano fra di loro e con esse le ritmiche, ma sin da subito un fattore risulta palpabile: è come se, Ermal Meta, fosse in grado di posizionare una telecamera nell’esistenza di chi lo ascolta e di chi lo vive, trattando di momenti che probabilmente abbiamo vissuto o che, è in grado di trasmettere al punto tale, da farci provare la sensazione o il desiderio di averli vissuti.
L’ipotetica telecamera di Ermal, non mira e non punta però a spiarci, bensì a raccoglierci, e al contempo raccogliersi, tentando di donare una comprensione e un volto a eventi di vita che, altrimenti, rimarrebbero lì, segregati in uno spazio e in un tempo a cui non tutti possono accedere.

Il tutto, mantenendo una penna raffinata, seppur diretta e senza fronzoli di contorno.
E sento il dovere di specificarlo perché, molto spesso, si ritiene che solamente chi fa della semplicità il proprio stile di scrittura, possa parlare della vita delle persone.
Semplicemente, non credo sia così.

La prova lampante di tutto ciò di cui ho parlato qui sopra, risiede e calza a pennello durante l’esecuzione di Caro Antonello, pezzo tratto dall’album Non Abbiamo Armi.
Il brano è di una delicatezza mostruosa a livello di atmosfere e non risulta particolarmente immediato a livello melodico, eppure, mantiene un taglio sporco che lo rende accattivante e dannatamente vero al tempo stesso.

Durante il live, Ermal non fa affidamento solo al mondo più intimo tipico della sua discografia, ma regala al suo pubblico una varietà importante di pezzi up tempo che gestisce dannatamente bene, soprattutto a livello di presenza scenica.
I testimoni? Indubbiamente i miei polpacci indolenziti, ma dovrete credermi sulla parola.

Insomma, Ermal Meta dimostra di avere una voce che potrebbe portarlo sulle stelle se solo lo chiedesse, una presenza scenica molto piacevole e coinvolgente, nonché una buona tecnica in vari strumenti musicali (anche se, suppongo, raggiunga la sua piena essenza nel pianoforte).
Eppure, e ne sono fermamente convinta, la sua reale forza risiede nella potenza dei suoi testi.
Si parla di amore, di violenza, terrorismo, perdita, infanzia e riscatto, ed è incredibile come riesca a dare un volto bellissimo e intricato a una varietà così vasta di sensazioni, seppur spesso trattate e ritrattate.
Per intenderci, se ricevessi due testi in anonimo, entrambi su una tematica a vostra scelta, probabilmente potrei riconoscere le parole di Meta.
Non per la ripetitività della proposta, bensì per la riconoscibilità dello stile.

Per capire meglio cosa intendo, vi consiglio vivamente l’ascolto di pezzi come Lettera a mio padre, Mi salvi chi può e Schegge, tra l’altro tutti grandi presenti nella tracklist della serata.

Insomma, è sempre bello per me, vedere le parole prendere forma e acquisirne un’altra ancora nella vita delle persone.
Ma, probabilmente, è ancor più bello vedere l’autore mentre le propone, con l’intensità e la naturalezza, del giorno in cui le ha poste nel mondo.

The Kolors @ Chiari – Live Report

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Chiari, una calda serata di fine estate.

Sento di ribadire la posizione geografica in quanto, le demo di attesa in sottofondo, sono rigorosamente in testo Naples, accompagnate da basi strumentali di natura elettronica che mi fanno riflettere su quanto, un disco del genere, potrebbe non uscire mai dal lettore CD della mia auto.
Non mi dilungo eccessivamente e, con una certa agilità, passo al fatto che stiamo per addentrarci in quella che a breve, sarà la tappa bresciana del tour dei The Kolors.

La serata si avvia verso le 21.30 e la setlist si apre prontamente verso orizzonti che il grande pubblico, quello della Vodafone e dei ritornelli immediati, probabilmente ha mancato di conoscere.
Non per ignoranza, ma semplicemente perchè, il concetto Kolors proposto in Italia, non va troppo oltre una pubblicità televisiva e la vittoria di un rinomatissimo talent show.
E non ci sarebbe nulla di male, se solo la capacità di gestione e proposta del suono di questi ragazzi, rientrasse nelle descrizioni di poco fa.
La scaletta verte prevalentemente, verso un album che gli albori di Amici non li aveva ancora neppur immaginati, ma che, a mio modesto parere, qualitativamente parlando batte a mani basse i progetti discografici della band nel periodo post talent.
Il disco in questione prende il nome di I Want e suppongo che ascoltarlo vi farebbe cogliere appieno le venature più sottili che sto tentando di proporvi in questo articolo.
La produzione potrà risultare più grezza, ma sono i suoni e gli arrangiamenti a donare ai Kolors una verità e una direzione, che qui in Italia potrebbe far impallidire il mercato discografico (se solo non fossimo in Italia).
Infatti la presentazione live di questi pezzi rende alla perfezione, e vengono portate alla luce sonorità, prevalentemente anni 80, in grado di coinvolgere anche i più scettici della piazza, non indifferenti ai richiami – sempre attuali – del passato.
Qui si introduce un altro fattore che, nel live dei Kolors, ho saputo apprezzare tantissimo.
Parlo infatti dei numerosi  riferimenti a band, solisti e icone del passato a livello di sound e, talvolta, anche a livello vocale, da parte del frontman Stash.
Il rischio, in questi casi, sarebbe di incorrere in scimmiottamenti imbarazzanti che dovrebbero far meditare su un’eventuale emigrazione immediata in un Paese straniero.
In questo caso, si tratta però di riferimenti appunto, pillole strumentali che sono chiaramente frutto di uno studio e una tecnica non indifferenti.

Non mancano le cover, anch’esse prevalentemente orientate sulla decade Eighties, pezzi dei Queen e dei Duran Duran, dove Stash conferma di schierarsi Team Duran nell’eterna sfida con gli Spandau Ballet (e per questo, acquisisce ancor di più la mia stima).

L’evento si fa strada in un live di circa un’ora e mezza e non nega al suo pubblico momenti  di natura prettamente strumentale, di una certa solidità tecnica.
Insomma, la gavetta è palpabile e non sto parlando dei pomeridiani di Amici e delle salette di prova con i professori.
Vetrina rispettabilissima, per l’amor del cielo, ma diamo ai Kolors quel che è dei Kolors.

Azzeccatissima la scelta, inoltre, di inserire un bassista nella band, fattore indubbiamente fondamentale nella riuscita strumentale della serata.

Insomma, questo live mi ha donato diversi spunti di riflessione, ma uno su tutti ha fatto breccia nella mia mente: è così importante, rassicurante a tratti, porre delle etichette, musicalmente parlando, nel nostro Paese?
O se il sentimento di categorizzare si rivelasse così necessario, non si potrebbe effettuare in seguito a una scorpacciata di informazione sugli artisti in questione?

 

RTL 102.5 Power Hits e l’ascesa di Jared Leto

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RTL 102.5 organizza per il secondo anno consecutivo la celebrazione del tormentone dell’estate, il tutto, nella suggestivissima cornice dell’Arena di Verona, rigorosamente sold out da settimane.

Non nego di serbare un filo di preoccupazione considerando che, se ci fosse una voce sul dizionario ad indicare l’esistenza meno estiva del pianeta, probabilmente trovereste il mio nome e numero di telefono.
Non fraintendetemi, non disdegno ombrelloni, l’acqua salata sulla pelle e i ritornelli catchy che sembrano martellarti il cervello: tendo solo a disdegnarli in maniera molto rapida.
Ma questo è un mare in cui, almeno per il momento, non nuoteremo.
La serata comincia puntuale alle 20.30 e, da subito, si coglie la maestosità con la quale la radio più ascoltata d’Italia ha organizzato minuziosamente questo evento.
Testimone ne è certamente l’elicottero che sorvola l’Arena per annunciare l’inizio dell’evento che, Angelo Baiguini promette, non terminerà prima di quattro ore.
Un altro rantolo di sudore e preoccupazione divampa sulla mia fronte: mi chiedo se alla fine dello show sarà un capello bianco a donarmi un’aria più saggia ed autoritaria, oppure una marcata ruga di espressione.

Si susseguono esibizioni di ordinaria partecipazione passiva, a momenti musicali di un certo spessore, performance che a distanza di 14 ore sento di non ricordare totalmente a spaccati emozionali che probabilmente mi hanno lasciato qualcosa.
Nelle scoperte positive sento di inserire innanzitutto le esibizioni di Ultimo, bellissima congiunzione tra la freschezza di parole nuove e la maturità pregna di sostanza e spessore nel proporle.
Il suo con Fabrizio Moro è, a mio avviso, il duetto più riuscito dell’estate, nonostante di estivo non abbia effettivamente nulla.
Pollice riverso al cielo anche per Calcutta, portatore di testi che non riesco mai a classificare totalmente in una colonna di spessore ma che, per questo motivo, considero geniali e sempre degni di una corretta analisi.
E poi è stato l’unico a dire che la sua di Arena, era più bella, in una serata tripudio di belli che siete.
Brava e super piacevole anche Alice Merton, un’iniezione di venature british in una serata cautamente nazional popolare.

Poi arriva l’exploit, il mio personalissimo momento di up, chiamatelo come meglio credete ma sto parlando del momento in cui un concerto si tramuta nel concerto.
I Thirty Seconds To Mars si fanno strada sul palco, si presentano sommessamente e in un attimo, Jared Leto – in una mise che amplifica sempre di più le voci di corridoio sulla sua presunta identità evangelica – invita tre quarti di venue sul palco.
Ragazzi, credetemi quando vi dico che un terrore così arguto e profondo, l’ho riscontrato solo negli occhi degli addetti alla sicurezza che ieri sera prestavano servizio in Arena.
Tra un “maledizione qui si finisce a Studio Apertoe un “mannaggia Ilaria non aveva proprio torto sulla cazzimma dei Thirty” , l’ormai duo, si porta a casa due esibizioni al cardiopalma (in tutti i sensi) e si rivela la colonna portante della serata.

Si prosegue con ulteriori momenti musicali più o meno degni di nota e , più volte, mi ritrovo a desiderare ardentemente di avere il carisma e l’eccentricità di Renato Zero e Cristiano Malgioglio, alla loro rispettiva età.

L’estate 2018 alla fine, se la porta a casa Loredana Bertè in featuring con i Boomdabash e mi sento felice per lei.
Non che la Bertè abbia bisogno di un award estivo per affermare la sua grandezza, ma la luce del riscatto e della rinascita sul suo volto, chiudono in bellezza questa serata.
Questa lunga, lunghissima serata.

Michael Jackson nel 2018

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Agosto 2018, un rinomato teatro nei pressi del centro di Milano.

Michael Jackson ha selezionato una venue decisamente inconsueta, a livello di capienza, per la presentazione del suo nuovo album, giunto appena prima che i sessant’anni di vita arrivino frementi alla sua porta.
La scelta, sembra però non essere casuale, in quanto l’intimità a tratti eterea delle nuove tracce, sembra quasi richiedere la presenza di pochi eletti.
Nel corso dell’attesa, ho l’occasione di cogliere quanto il palco si riveli di una semplicità a tratti basica, considerando i balzi scenografici a cui Jackson ci ha sempre abituati.
Ma gli anni sono trascorsi, limando certi aspetti e andando a scoprire la durezza di altri ancora e a sessant’anni, Michael, dichiara di essere alla ricerca dell’essenza: l’essenza nella scenografia, l’essenza nei testi e nelle sonorità più primitive della sua voce.
Ma è anche laddove la semplicità regna incontrastata sulla scena, che riesco a cogliere i dettagli dello stesso minuzioso perfezionismo di Michael, caratteristica che ne accompagna il viaggio musicale sin dagli albori.
Il microfono con l’asta diamantata, lo strascico di un tappeto rosso e una cascata di petali bianchi sul pavimento, sono solo i primi elementi che giungono immediati al mio sguardo.

Attendo questo concerto da periodi interdetti in cui i cantanti erano solo figure indefinite all’interno di uno scatolotto luminoso e, We Are The World, il pezzo che la maestra ci aveva affidato per la recita di Natale, nel corso dell’ultimo anno di asilo.
Temo di non avere la criticità necessaria per analizzare il concerto con una buona dose di distacco, fondamentale per la proposta di un live report professionale e che colga il maggior numero di dettagli possibile.

Ad un tratto la serata comincia e non mi è più possibile torturare i pensieri – e con essi le cuticole – ormai seriamente provate dall’emozione del momento: Michael, infatti, fa la sua entrata con l’eleganza del presente ed il sorriso beffardo dei tempi dei Jacksons.
Ci sono cose che si compensano e coniugano fra loro e, nonostante l’impeto del tempo, sono tutte sul volto di Michael, di pochi metri di fronte a me.

Il primo elemento che mi colpisce come un proiettile, risiede sostanzialmente nel modo in cui il talento di quest’uomo arriva dritto nei meandri di un qualcosa che tutti abbiamo, ma nel momento in cui saliamo sulla bilancia non è riscontrabile.
Eppure esiste, ha un peso ben specifico e Michael Jackson lo ha accolto tra le mani sin dai primi pezzi.
È incredibile come ciò che gli è stato donato – e che ha perfezionato con perseveranza – lo avvicini in maniera così umana e naturale alle persone, ma lo distanzi al contempo per unicità e grandezza.
Vedere Michael Jackson sul palco ti dona la sensazione di volerlo estrapolare tutto quel talento, con la consapevolezza immediata che tutto ciò non potrebbe essere semplicemente iniettato in un altro corpo: appartiene a Jackson in maniera troppo intricata e personale.
I pezzi si susseguono tra loro, la voce non è più quella dell’era di Bad, i passi non hanno più il dinamismo elettrico del venticinquesimo anniversario della Motown e va bene così, perché, incredibilmente, anche Michael Jackson ha le sembianze e gli acciacchi di un essere umano e la sua grande croce, è sempre stata quella di non poter manifestare mai del tutto la sua banale e dilagante umanità, per il mero timore di deludere.
Ma il dono, lucente, persuasivo, lo stesso che sembra quasi condurti al delirio è ancora lì, intatto nella roccia della sua esistenza.
L’unica differenza è che a contenere tutta quella luce, è un uomo che ha cucito nel volto il valore del riscatto, con gli altri e verso se stesso.
Un uomo che ha cambiato la storia di milioni di altri uomini ma che, finalmente, ha trovato pace e rispetto nella sua.

E’ inutile ma doveroso, specificare quanto questo live report sia frutto della mia fantasia e di come, nel mio più totale immaginario, le cose si sarebbero svolte se Michael Jackson avesse svolto un concerto nel 2018.
Per scriverlo, ho necessariamente dovuto modificare diversi aspetti di come la realtà ha fatto il suo corso, sostituendoli con fatti dettati totalmente dal modo in cui avrei preferito si mutassero le cose.
E credetemi, va davvero bene così: è giusto e fondamentale avere una conoscenza approfondita della realtà, ma talvolta, è bello preservare un angolo dove i fatti, hanno la rassicurante sembianza di ciò che sarebbe dovuto essere.

 

 

 

Sting e Shaggy @ Arena di Verona – Live Report

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Arena di Verona, 29 Luglio 2018.

Devo ricontrollare un paio di volte la data sul calendario, considerando la presenza inalterata di maglie dei Police a tutto spiano.
L’Arena è esattamente di fronte a me ed appare pronta – e meravigliosa come sempre – per il concerto di Sting e Shaggy, in occasione di una delle numerose tappe italiane del 44/876 tour.

La mia domanda piuttosto, è se la venue sia altrettanto pronta per raccogliere tra le braccia, tutto il mio rimpianto per non essere stata un’adolescente negli Anni Ottanta.
Ma questa, è un’altra storia.

A scegliere di trascorrere la serata con Sting e Shaggy, sono prevalentemente persone che, adolescenti negli Eighties, lo sono state, e mi sembra sia evidente sin da subito che l’album che ha previsto la collaborazione dei due artisti, non avrà vita facile, considerando i pezzi in scaletta.
Da qui sorge spontaneo un altro quesito, ben distante dalle mie diatribe personali con il decennio più decantato di sempre: Shaggy sarà un’aggiunta al concerto che ci attende, o un elemento di distrazione?
Il flusso dei miei pensieri viene spezzato inaspettatamente, dal momento in cui i due, abbozzano un ingresso improvvisatissimo che lascia tutti i presenti in preda ad un certo delirio.
Sting sale sul palco senza video di introduzione, giochi di fumo o esperimenti di grafica vari, ma scopro sin da subito che non ne ha bisogno perchè, puntualmente,  ho la sensazione che l’Arena possa crollare sotto i miei piedi da un momento all’altro.
Dopo un inizio bomba con Englishman in New York, rivisitata con riferimenti testuali e sonori alla Jamaica, la serata prosegue dando spazio ai pezzi contenuti nell’ultimo album, con influenze reggae da ginocchia molleggiate e un cocktail tra le mani che lascio scegliere a voi.
Ma è quando le prime note di Message In A Bottle cominciano ad abbracciare le mura dell’Arena, che il concerto raggiunge un’apice che pochi concerti a cui sono stata, hanno saputo regalarmi.
E’ quello il momento in cui il 2018, è solo un numero su un pezzo di carta ed il tempo, un compagno di treno sceso alla fermata prima della tua.
Non ci sono più vite che sono andate avanti con il lavoro, la casa, la famiglia ed il mutuo: ci sono solo persone che urlano a squarciagola con l’intimità e la fiducia, con cui potrebbero averlo fatto anni prima nella loro camera da letto.
Le canzoni si susseguono velocemente e ho il piacere di smentirmi: il pubblico sembra apprezzare anche i brani tratti da 44/876 e Shaggy svolge un ruolo fondamentale per la riuscita della serata.
Lo fa vestendo i panni di un bellissimo anello di congiunzione tra Sting e il suo pubblico, considerando la totale assenza discorsiva di quest’ultimo.
E’ Shaggy ad incitare il pubblico, è Shaggy a movimentare e richiamare la folla alla totale attenzione: ma è Sting, senza l’utilizzo di una parola che si allontani dai testi, a dire tutto ciò di cui la serata aveva bisogno per decollare.
E’ incredibile che io lo stia dicendo e ho la piena consapevolezza di quanto per un occhio esterno, sia difficile da comprendere.
Ma Sting ieri, ha confidato ad ogni singolo presente, molto più di quanto avrebbe potuto fare spiegando ed introducendo minuziosamente ogni pezzo, riportando alla luce un modo di proporre la musica che non mi capitava di testare live da un po’.
Sting non ha parlato ma il suo pubblico ha parlato per lui, creando momenti in cui l’Arena di Verona ha saputo inginocchiarsi dinnanzi alla potenza di una voce e di una chitarra, durante pezzi della valenza di Fields Of Gold, Shape Of My Heart e Fragile.
Non so spiegare come ci riesca, se sia il frutto del talento che custodisce dentro di sè o di una costanza e cura continua di quest’ultimo o se probabilmente ancora, di un mix di questi due fattori.
Ma dall’altezza – considerevole –  delle gradinate non numerate, Sting ha saputo abbracciarmi.
Lo ha fatto con la stessa forza delle sue parole che, per qualità ed impatto, potrebbero essere state pubblicate nel 1979 come ieri pomeriggio.
Capisco inoltre, con una certa prontezza, quanto il matrimonio tra Shaggy e Sting sia bellissimo e destinato ad una vita felice.
Da un lato l’essenza british quasi pungente, trova un conforto a dir poco riuscitissimo nell’anima black reggae dell’artista.

Torno a casa dopo il mio appuntamento con Sting e Shaggy, senza le parole adatte e con una certa dose di preoccupazione, per come avrei potuto esporre al meglio qui sopra il corso della serata.
E’ difficile parlare di come ti cambi sentire dal vivo, pezzi che ti hanno sempre avvolto come una coperta, quando tutto ciò di cui avevi bisogno, era un po’ di calore.
E’ difficile al tempo stesso, sfiorare le colonne portanti di un qualcosa che ami dal profondo del cuore, ed avere la consapevolezza di quanto, la persona davanti a te, ne abbia mutato per sempre le radici.