Bohemian Rhapsody – Il film

Cinema

Bohemian Rhapsody esce al cinema il 29 novembre e, sin da quel momento, Facebook e colleghi, assumono le parvenze di giganteschi ed eclettici fans club dei Queen.
Decido di andare a vedere il film, per un quantitativo di motivi che sarebbe inutile – e prolisso – spiegare.
Diciamo che, i fattori principali, nascono dal voler rimpiangere ancora una volta la mia età anagrafica e dalla convinzione che, una pellicola sui Queen fatta come si deve, non possa fare altro che arricchirti.
Musicalmente, umanamente, musicalmente ancora.
All’interno del film ci sono degli aspetti chiave che, a mio avviso, ne rappresentano il cardine della potenza.
Il primo è indubbiamente l’interpretazione di Rami Malek,  alle prese con un ruolo sul confine fra il raggiungimento dell’elitè assoluto e l’esilio da 38 Paesi.
Il suo tête-à-tête con la Queen per eccellenza, poteva rivelarsi un mero e sconvolgente scimmiottamento di un personaggio super super – super – complesso e da un milione di sfumature a caratterizzarlo.
Invece, ad un certo punto, la sensazione in sala era quella di assistere ad un film interpretato e diretto dallo stesso Freddie, in una continua danza tra l’immenso genio, l’inenarrabile performer e l’uomo, fragile, con le spalle sempre più orientate verso la solitudine, man mano che il film procede.
Magistrale, fedele e senza quel farfallio di eccesso che poteva gettarlo nella rovina.

La seconda colonna portante del progetto è poter assistere – anche se indirettamente – alla creazione di canzoni che, anche solo definire canzoni, ti fa sentire un po’ follower delle playlist di PopHits Italia su Spotify.
Sono ormai compagne di vita, compagne dalla bellezza e della caratura di We Will Rock You, nata dal battito scostante di mani e piedi, in una giornata in studio dove Freddie era in ritardo.
Per non parlare di Bohemian Rhapsody, una perla rarissima che, poco prima dell’uscita ufficiale, veniva considerata solo rarissima (senza l’ombra di una benchè minima accezione positiva).
Il terzo fattore dominante in Bohemian Rhapsody, rappresenta e scandisce la definizione di ciò che una band, nel suo significato più intricato e profondo, dovrebbe essere.
Credo che tutto il talento e l’estro di questo mondo, non possano trovare espressione e merito, senza il supporto – tecnico ed emotivo – della nave madre.
Freddie aveva un bisogno essenziale, a tratti viscerale della band e la band, nutriva questo stesso bisogno nei confronti di Freddie.

Non è tutto oro quel che luccica ed il film, sotto certi aspetti, va a marcare aspetti più marginali, tralasciando fattori dalla caratura più incisiva e di natura musicale.
Grandi assenti gli approcci primitivi di Freddie alla musica, alla sua voce e alla scrittura dei suoi testi.
Comprensibilmente, il grande schermo, richiede una parte strong di quello che è il backstage della vita dell’artista ma il ricamo romanzato di alcune scene, ne toglie verità e calore.

Nel complesso, il film, rientra maggiormente nella positività delle aspettative.
Non sarà radical chic come una buona parte di giornalisti online sperava ma, questo fattore, lo rende maggiormente vicino al popolo e a chi, per motivi anagrafici o per altro, non ha vissuto i Queen e la loro discografia come merita di essere vissuta e amata.

 

A Star Is Born ed è destinata a brillare

Cinema

Se ne sta parlando in tutte le salse possibili e, complice, è sicuramente l’uscita molto fresca.
Ma quando guardi A Star Is Born per la prima volta e, in maniera decisamente repentina, desideri che ce ne siano altre, ci sono troppi aspetti di cui parlare per veicolare la pellicola ad una semplice uscita di un venerdì di ottobre.
Il primo fattore lampante, lo stesso che trovate fra le prime righe dei blog ad ogni clic, riguarda l’interpretazione magistrale di Lady Gaga, spogliata di una qualsiasi abituale sovrastruttura per lasciare spazio ad un qualcosa che assomiglia decisamente, al tepore di un’essenza.
Lady Gaga nella pellicola è Ally, un’aspirante musicista con questa voce e questo approccio alla musica in grado di sfogliare delle pagine di te che, solitamente, tendi a tenere alla fine del libro.
Ecco, questo potrebbe essere un degno riassunto dell’interpetazione sublime di Lady Gaga: ha costruito il personaggio dimenticando un qualsiasi tipo di costruzione, vestendo i panni di una riuscitissima congiunzione tra la forza e la fragilità dell’arte, attuando lo stesso processo ponendo sul tavolo la forza e la fragilità di una donna che ama, rivelandosi più volte la colonna portante della sua relazione, non vanificando però, momenti di smarrimento.
Perfetta, misurata e super espressiva, con un viso che sembra quasi richiedere lo schermo di un cinema.

Che dire poi di Bradley Cooper, il vettore perfetto per farti sentire sulla pelle i drammi che la dipendenza comporta.
Bradley regala un’interpretazione pregna di verità, a tratti straziante, ma che non smette nemmeno per un secondo di rivelarsi comunicativa.
Anche il suo approccio alla regia segue la stessa linea di pensiero e, alla fine del film, hai come la sensazione che Jackson Maine necessiti di Cooper per esistere in maniera convincente.

Il film è un piccolo gioiello, la trama non ha quel pizzico di radical chic che l’Oscar solitamente richiede, ma è supportata da colonne sonore qualitativamente impeccabili che, anche nei momenti di happiness, ti fanno voltare verso il tuo compagno di cinema per esordire con un sonoro “non ci credooo”.

Bello, struggente, in grado di farti affezionare ai personaggi e di donare una visione realistica di ciò che il mondo musicale rappresenta oggi, sopratutto fornendo uno specchietto ben definito dello stigma della cantante donna pop.

Andate a vederlo e considerate l’idea di infilare un pacco di Rotoloni Regina nella borsa.

 

 

picture credits @ radio deejay

Torna Titanic (ma non torna la mia dignità)

Cinema

Ho capito quanto Leonardo DiCaprio fosse il mio tallone d’achille, in un indefinito giorno di circa sei anni fa.
Ricordo di essermi imbattuta in un tweet che decantasse quanto Titanic non avesse fatto piangere la persona in questione, senza insulti in background o cose di questo genere.
Con la maturità intellettuale che mi contraddistingueva in quegli anni, ricordo di aver segnalato il tweet nella sezione “contiene materiale offensivo o dannoso”.

Succede che trascorrono circa sei anni e, Titanic, esce nuovamente nelle sale cinema in occasione del ventennale d’uscita italiano.
Dovete sapere che, in questi sei anni, ho avuto la possibilità di vederlo una quarantina di volte e vi giuro, vorrei dirvi che il numero sopracitato sia il frutto della mia solita e concitata esagerazione ma, purtroppo, mentirei spudoratamente.
Succede anche che, penso di poter affermare con certezza, nessuna di queste quaranta volte mi abbia lasciato senza un emergency di fazzolettini Tempo nella dispensa.
L’ultima necessaria specifica riguarda quanto, negli anni, Leonardo DiCaprio sia diventato la mia concezione umana e ultraterrena di cinema, per interpretazioni MAGISTRALI della caratura di Shutter Island e Il Grande Gatsby, puntualmente presenti nella lista dei miei film preferiti in assoluto (anche se è per Jack Dawson, che mi butterei nelle acque gelide sotto il transatlantico).

Insomma, leggo la notizia della riproposta ed inizialmente, mi riprometto persino di non andarci per questa volta.
Ma poi, come una mina vagante, giunge le consapevolezza che anche in occasione di questo anniversario, piangerò le ultime briciole della mia dignità fra i piatti che nessuno aveva mai usato e le lenzuola dove nessuno aveva mai dormito (se non avete il mio grado di delirio Titanic, non capirete mai questa cit).

Così, per l’ennesima volta, all’interno della sala cinema si manifesta il mio di copione, che sfocia in tentativi – falliti – di trattenere i singhiozzi e mantenere una certa posa che si avvicini anche lontanamente alla ricerca di una qualsivoglia dignità.
Ma la conclusione è che SONO FELICE di perderla per Titanic, una stupefacente e divina Kate Winslet e la mia personalissima concezione attoriale, Leonardo DiCaprio.
Non ci sarà MAI un film che saprà abbattere le mie difese – immunitarie e non – come Titanic e scusate l’uso eccessivo del caps lock, ma Titanic merita l’esagerazione.

Non so cosa ne sarà della mia vita, se mi costruirò una famiglia, se punterò la mia esistenza sul lavoro, se diventerò la zia simpatica che gira il mondo.
So solamente che Titanic mi ridurrà sempre con la testa nascosta nella borsa –  o sotto il cuscino – per tutti i rewatch della mia esistenza.

 

 

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