Ciò che accade a Parigi rimane sul blog

Viaggi

Le foglie cadono, le persone cambiano, gli iban si ricaricano ed arrivano le ferie: le condizioni si rivelano dunque ottimali per riportare in auge la fantomatica rubrica Ciò che accade … rimane sul blog.
Il primo episodio, per un’esistenza incline al drama e alle venature nobili del mio animo, è girato a Londra e lo trovate qui.

Succede che parto per Parigi con due grandi consapevolezze sulle spalle.
La prima riguarda – ancora una volta – la psicosi determinata dalla policy di imbarco liquidi sull’aereo e, la seconda,  il fatto che sono consapevolissima di avere un’inclinazione alla lingua francese, pari a quella che dimostrò di avere Matteo Renzi in quella celebre conferenza stampa in inglese. (ndr. shish)

La premesse sono degne di una puntata di Pomeriggio Cinque ed infatti, l’arrivo alla prima stazione metro mi suggerisce che – spoiler – a Pomeriggio Cinque potrei finirci davvero, con una menzione speciale nella sezione dedicata alla cronaca nera.
Poi però, scopro Parigi.
Scopro Parigi nel suo senso più recondito e mi accorgo che è la città delle congiunzioni per antonomasia, l’unione di poli opposti la cui convivenza è improbabile da tutti i casi dettati dal buon senso ma che, eppure, esiste.

Parigi si rivela bella come una poesia e sporca come solo la razza umana può deturpare, in un matrimonio incomprensibile fra la maestosità dell’arte che ti mozza il respiro ed il degrado che, il respiro, te lo mozza comunque in un modo che lascio porre alla vostra immaginazione.
Parigi è la pioggia che ti colpisce inaspettatamente quando il sole sembra maestro, è uno scrigno di opere incantevoli ed è anche i francesi che vorrebbero menarti con lo sguardo quando, gentilmente, richiedi di poter accennare un discorso in lingua inglese, dal momento in cui le ultime pillole di dialogo risalgono ai tempi in cui non sapevi ancora di essere una pippa totale.

La capitale francese è l’emblema di quanto fosse stupido desiderare di voler crescere da bambini e, allo stesso tempo, della consapevolezza che la crescita ti ha fornito la possibilità di interiorizzare e vivere certe testimonianze artistiche in un modo che, la tenera età, non ti avrebbe consentito di fare.
Parigi è il trionfo degli angolini aesthetically pleasing, delle operazioni visual super instagrammabili e dei font che manderebbero in visibilio un qualsiasi graphic designer che non abbia studiato presso L’Università della Vita.

Me ne vado così: con il timore dei 100 ml ben fedele sulla spalla, gli occhi intrisi di opere che non scorderò e con una papera che mi ricorderà sempre l’importanza delle amicizie, quelle che ti entrano dentro in un modo che non vorrai mai allontanare.

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La Verità Sul Caso Harry Quebert: arriva la serie tv!

serie tv

Sono fondamentalmente due, le componenti cardine che potrebbero farvi sobbalzare nella location da cui state leggendo questo articolo.
La prima componente potrebbe andare a solleticare il fatto che siete amanti dei gialli, vi lasciate divorare dagli enigmi come legno dalle termiti e, voi stessi, divorate libri ben scritti ed in grado di mozzarvi il respiro sino all’ultima pagina.
La seconda componente potrebbe riguardare il fatto che, Patrick Dempsey, è la vostra concezione di serie tv, il fulcro da cui una trama parte e si sviluppa, nonchè la costante McDreamy di cui avete bisogno nel turbinio della vostra esistenza.

Benissimo: calcolando che la mia personalità in ambito di lettura – nonchè in campo esistenziale – è costituita da queste due componenti sopracitate, potrete ottenere facilmente la mia reazione alla notizia che sto per comunicarvi.
A partire dal 20 marzo, Sky Atlantic, manderà in onda una serie tv totalmente incentrata su La Verità Sul Caso Harry Quebert in cui, manco a farlo apposta, Harry Quebert è interpretato da Patrick Dempsey.

Nel caso in cui il romanzo fosse sfuggito dalle grinfie della vostra libreria (male male), dovete sapere che la trama è incentrata sull’omicidio della fantomatica Nola Kellergan, una ragazzina scomparsa nel 1975 in una cittadina fittizia del New Hampshire.
Il corpo verrà ritrovato solo nel 2008, sepolto nella tenuta del decantatissimo scrittore Harry Quebert.
Dalle radici di questa storia, partiranno intricatissimi ragionamenti logici che vi faranno sospettare pure dei vostri vicini di casa.
Il motore del romanzo è senz’altro fomentato da una scrittura sublime, in grado di tenervi la mano per più di 700 pagine.

Non si tratta dunque di congiunzioni astrali favorevoli o di preghiere giunte alla divinità corretta: segnatevi la data del 20 marzo sul calendario con un indelebile rosso perchè, Sky Atalantic, proporrà la serie tv che pone le aspettative più proficue dell’anno fra le mani.

Guarderete la serie tv?
Avete letto il romanzo?
Sarei felice di leggervi nei commenti!



Ermal Meta – Gnu Quartet @ Teatro Ponchielli (CR)

Concerti - Recensioni

Si sa, i live report fanno giri immensi e poi ritornano.

Questa volta tocca ad Ermal Meta riportare in auge questi tanto attesi momenti di musica suonata e, dopo circa tre anni di attività nonstop, Ermal si rivela un ottimo sarto e dona al pubblico un nuovo abito per le sue parole.
Per questo tour infatti, Meta opta per i teatri ed in questo caso specifico per il Teatro Ponchielli di Cremona, una location tanto bella da porti nella predisposizione emozionale corretta per abbracciare la serata.

Il concerto inizia e, fin da subito, sento fiorire dentro di me la voglia di imparare a suonare qualsiasi strumento musicale esistente sul pianeta perché, la magia dello Gnu Quartet, é così dilagante da sfiorarti venature di anima recondite – che recondite sono per un motivo.
La realtà è che, quando il talento cela le vesti della naturalezza nel proporlo, la serata è vinta in partenza.
Un’altra realtà riguarda il fatto che, ancora una volta, mi limiterò a fare del mio strumento musicale cardine il clacson agli incroci delle strade.

Evitando ulteriori off topic, il tour nei teatri di Ermal Meta – banalmente – non è altro che la proposta dei pezzi clou e meno clou del cantautore, riarrangiati utilizzando chiavi di lettura inedite rispetto alle versioni precedenti e conosciute nei dischi.
La verità è che, Ermal Meta nei teatri, è Meta stesso che prende le sue parole per mano e le conduce alla potenza espressiva massima che possono sfiorare con le dita.
Il tutto, con il supporto magistrale di arrangiamenti raffinati e dall’atmosfera quasi fiabesca, nonché il richiamo costante ad un’eleganza espressiva che sembra parlare di tempi che non ci appartengono più.

Il concerto è un dialogo continuo fra musica suonata nella concezione più veritiera del termine, parole con lo sguardo puntato su una vena autorale di qualità e la voce di Ermal Meta che sfocia in momenti di up pazzeschi (vedi Unintented dei Muse, Amara Terra Mia e Mi Salvi Chi Può.)
Se la presentazione di questo tour è concepita dallo stesso Ermal come una sorta di freno ai ritmi che il “successo” regala ed impone, in realtà si rivela un acceleratore man mano che i pezzi scorrono fra loro.
Il pedale preme incessante all’interno di emozioni che il cantautore ha sempre saputo raccogliere ma che, grazie a questa tipologia di contesto, raggiungono l’apice nel suo aspetto più totalizzante.

In conclusione di uno spettacolo di oltre due ore, gli arrangiamenti si bilanciano e vanno a strizzare l’occhio anche ad un linguaggio uptempo e a sonorità più catchy, con la proposta – super interessante – di un medley fra Bob Marley (brano di Meta) e Billie Jean di Michael Jackson.
Tante sonorità danzano e vengono alla luce nello show proposto da Ermal e dallo Gnu Quartet, ma solo una è la certezza che abita dentro di me una volta fuori dal teatro: Ermal Meta è una delle realtà più solide del panorama musicale attuale e continuerà ad esserlo finché il tepore delle sue parole, andrà a pari passo con la continua innovazione nel proporle.

Nuovi Suoni: benvenuti, vi presento AboutMeemo

Interviste, underground!

Immaginate che il blog si trasformi in una piazza, priva di un qualsiasi confine geografico e di conseguenza limitante.
In seguito, tentate di concentrare tutte le venature del vostro udito verso il suono prorompente di una chitarra e, probabilmente, si instaurerà il clima perfetto per fare la conoscenza di AboutMeemo, l’artista che vi presenterò oggi.

Ciao Mimmo! Chi è AboutMeemo?

Dal punto di vista concreto, Aboutmeemo è il progetto solista di cui sono anima e forza lavoro.
Scrivo musica, testi e arrangiamenti e mi occupo – almeno per il momento –  in prima persona delle PR.
Il progetto nasce qui in Irlanda dove risiedo da 10 anni.
Dopo innumerovoli tentativi come fondatore o membro (bassista o chitarrista) di molte band dal punk al metal, ho deciso di percorrere la strada da solo in quanto, la democrazia di gruppo in tutte le sue dinamiche, non fa più per me.
Dal punto di vista artistico Aboutmeemo è il mio alter ego per eccellenza, una sorta di personaggio a cui affido tutto quel che mi passa per la testa e nel cuore.
Meemo, nello specifico, non è altro che un gioco di parole per indicare la pronuncia anglosassone del mio nome – non ce la fanno proprio – e può anche sottintendere la parte emozionale di me.

Nel 2016 hai pubblicato l’album Souvenirs. A quale tipologia di pubblico pensi possa interessare il tuo progetto?

Credo che Souvenirs possa piacere alle nuove generazioni di amanti del Rock e ai nostalgici del Rock suonato, in un’unione bilanciata fra underground e mainstream.
Ritengo sia un progetto crudo quanto potrebbe esserlo un live senza fillings, fronzoli ed effetti speciali, atti ad impressionare ed intrattenere l’ascoltatore più distratto.
Infatti consiglio di ascoltare l’album con calma, magari con una canna in mano e, se ci si sente un poco conservatori a riguardo, allora con un bel bicchiere di assenzio per rilassare la mente.
E’ un album carico ma pacato, un’atmosfera calda che richiede di essere accolta e non lo consiglierei a chi non ha voglia di impegnarsi nell’ascolto.

Vivi nella città di Galway, in Irlanda. Questo fattore ha influenzato la tua musica?

Potrei dire mille cose su quanto Galway, con le sue pioggie continue e le sue atmosfere cupe, possa aver giocato un ruolo importante nelle sonorità di Souvenirs.
Sarebbe suggestivo e affascinante, ma sarebbero fantasie.
La realtà è che Souvenirs è una raccolta di canzoni e ricordi che rappresentano passato e presente ed il mio spirito in generale, sia nella sua parte malinconica che nell’aspetto positivo. 
Probabilmente l’Irlanda ha avuto maggiore impatto su di me come persona: mi ha sicuramente rilassato e lasciato che allargassi le mie vedute sulla filosofia della vita.
L’impatto Italia/Irlanda, porta sicuramente un segnalibro nel racconto della mia crescita e se avessi scritto questi pezzi in Italia, avrebbero forse acquisito un carattere diverso.

Nei tuoi pezzi sono presenti forti spazi dove è la chitarra a prevalere sul resto.
Che ruolo ha questo strumento nella tua musica?

Sono in primis un bassista ma per soddisfare il mio bisogno di scrivere canzoni sono passato alla chitarra, strumento fondamentale e maggiormente espressivo in quello che è il mio genere di riferimento.
Sono ossessionato dal mondo chitarristico elettrico in generale.
Qualche anno fa (adesso mi sto calmando con l’età) ho raggiunto picchi di ossessione cronica per l’effettistica, pedalini, amplificatori, pick up.. quanta roba e quante notti insonni!
E’ fantastico come ogni singolo elemento può andare a determinare il suono di quel che vuoi comporre.
Se dovessi scegliere tre grandi chitarristi che mi hanno influenzato ti parlerei di Mike McCready (Pearl Jam) , SLASH ( Gun’s) , Dregen (Backyard Babies).

E’ inoltre disponibile il tuo nuovo EP “LOVE THAT YOU HOLD IT’S THE PAIN THAT YOU CARRY”.
Cosa ci dobbiamo aspettare?

E’ un EP di 5 brani che non riprende le atmosfere di Souvenirs, ma risveglia la voglia di capire qualcosa in più del mio songwriting.
In questa occasione opto per la maggior parte del tempo per la chitarra acustica, altra componente fondamentale nella scrittura dei miei pezzi.
Il singolo We all spin around parla del girotondo che spesso nella vita si attua man mano che la si percorre.
Pezzi come You Are All It Is e Leaving Behind hanno già uno stile aboutmeemiano piu’ classico, in quanto le ritengo più intime, riflessive e visionarie.
Far out è la ballad acustica per eccellenza nonchè una versione riaggiornata di un mio vecchio brano.
11.11 è invece un pezzo strumentale onirico e trascendentale.

Cosa è importante per te che gli altri sappiano su Aboutmeemo come artista?

Bella domanda.
Credo che per me sia importante far capire l’importanza dell’onestà intellettuale nella scena musicale attuale, specialmente in Italia.
Sono contro a copia e incolla, ipotetiche formule radiofoniche o stereotipi senza ricerca.
Non faccio canzoni che “funzionano”, belline, pulite e calcolate per provarci nel music biz.
Aboutmeemo si mette in gioco al 100% , determinato e vivo.


Se il progetto di AboutMeemo vi ha incuriositi, trovate nell’area sottostante tutti i consueti link di riferimento per prendere visione dei suoi pezzi e delle piattaforme social, dove potete monitorare le sue ultime notizie.

L’ EP LOVE THAT YOU HOLD IT’S THE PAIN THAT YOU CARRY è da oggi disponibile e acquistabile su I-Tunes e SoundCloud.
A breve sarà distribuito anche da Spotify, Amazon e molte altre piattaforme musicali.
Dal primo marzo invece il singolo We All Spin Around sarà promosso dall’agenzia L’Altoparlante e passerà nelle radio Italiane.

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Paolo è nel vento

Rumore e pensieri

C’era una storia che mio nonno era solito raccontarmi quando il sole penetrava fievole dalla finestra e il calore del legno sapeva inebriare la stanza.
Parlava di monti, di un periodo indefinito del suo servizio militare, di tanti nomi e di un Caporale su tutti.
La storia aveva sempre tante varianti e, non sempre, credo di averle scolpite tutte nella memoria.
Mi piace pensare che possa essere andata così.
Buon compleanno nonno!

Quel giorno, ebbe la sensazione che la luce non volesse mai calare per lasciare spazio alla notte.
Era il corso fievole e ordinario delle cose ma, quella giornata, sembrava portarsi sulle spalle il peso di mille rocce.
Il Caporale si era divertito in uno dei suoi comizi senza capo nè coda, comizi che avevano abbracciato – ancora una volta – le stanche membra di Paolo, calato nuovamente nei suoi beffardi silenzi.
Avrebbe dovuto mascherare le sue espressioni perchè, nonostante dalla sua bocca non uscisse alcun suono, la sua faccia parlava chiaro e se ne avesse avuto l’occasione, il Caporale l’avrebbe presa a pugni, ripetutamente e con un certo ritmo nelle mani.
Eppure a Paolo piaceva pensare che, in un altro tempo – e probabilmente in un universo parallelo – con il Caporale avrebbe potuto condividere persino una serata, un panino con il salame e la brezza dei monti sulle spalle.
Non capì mai se i rimproveri del superiore fossero dettati da un’antipatia lancinante o se il sorriso trattenuto alla fine di essi, fosse testimone di un ruolo che entrambi dovevano mantenere.
Certamente quelli, non erano quesiti che ci si poneva particolarmente in un campo di battaglia, dove le temperature gelide sembravano spezzarti le ossa.
Paolo ebbe la possibilità di pensarci molto più in là con gli anni, dove il tepore del riscaldamento segnava il massimo ma era qualcos’altro a congelare le sue ossa.

Finalmente, il buio era giunto a dare il suo saluto e ad ammantare la cabina del Caporale, da dove non proveniva più alcun suono.
Era giunto il momento, l’unico per cui la guerra potesse valere qualcosa per Paolo: un bicchiere di vino rosso in plastica lo aspettava sulla cima del monte che, anche se lui non poteva ancora saperlo, avrebbe scandito il ritmo della maggior parte dei suoi ricordi.

La camminata sembrò tamponargli le gambe ma, come tutte le sere, la vista non rese vano il sacrificio.
Era tutto così relativamente piccolo da lassù e Paolo desiderava avesse raggiunto la stessa dimensione, anche il peso che portava sulle spalle.
Il tepore del primo sorso di vino rosso gli scatenò dentro il brivido della sua casa, distante un quantitativo di kilometri che ormai sembrava aver dimenticato.
Sentiva sino allo stomaco, la mancanza di una casa che non poteva professare, perché gli Anni Sessanta e un esercito di uomini, avrebbero senz’altro marciato contro di lui.
Il vino, la cima maestosa di quella montagna e il candore delle stelle, iniziarono a rendere la sua mente in grado di navigare, navigare e spaziare, nel limbo di alcuni eventi che la cronologia non poteva ancora conoscere.
Chissà se il suo pensiero sarebbe arrivato a Paola e ai suoi occhi verdi, chissà se ciò che aveva dentro avrebbe smorzato il tremolio acido della guerra e se, gli abeti all’orizzonte, sarebbero stati portatori di quel messaggio.
Alla mente, balenò anche il pensiero di qualche giorno prima, dove il riflesso nello specchio non gli aveva di certo risparmiato la visione del primo capello bianco.
Poco più di vent’anni ed il primo capello bianco.
Era proprio come suo padre.

Fu proprio quello il momento in cui, irreparabilmente, il suo pensiero giunse a me.
Si rivelò sfuggente, rapido a tratti, ma giunse sino a me.
Nascondeva la certezza che ci avrebbe costruiti tutti con Paola e sorrise quando pensò di poter “costruire” delle persone come, prima della guerra, dava luce e costruzione alle tubature dei suoi impianti.
D’altronde, è quello che però fece in seguito.
Sapeva che la sua strada sarebbe stata quella, perchè quel bicchiere di vino ne era stato rivelatore, come lo è il sole che sorge tutte le mattine.
Aveva tentato di immaginare dove i lineamenti del mio viso lo avrebbero condotto e giunse alla conclusione che, ciò che sarebbe rimasto di lui, sarebbe stato frutto delle decisioni che avrebbe preso e di quelle che, invece, avrebbe scelto di accantonare.
Probabilmente, per un breve lasso di tempo, si sentì importante nel corso di quella serata, complice il rossore fruttato che sentiva pizzicare sulle guance.

Oppure, quella notte non giunse mai e l’esistenza che venne in seguito, fu solo il risultato di un susseguirsi di giorni e dello scorrere di migliaia di notti.
Non avremo mai la risposta o, perlomeno, io avrò sempre quella che la scrittura sceglierà di concedermi.
Probabilmente, la verità, ha trovato riposo e conforto tra le striature della roccia di quel monte.
Spero che anche mio nonno Paolo abbia fatto lo stesso, ora che il vento sembra vergere le sue ali un po’ più forte e, gli abeti, sembrano portatori di messaggi indecifrabili.

Vince Mahmood e la strumentalizzazione è dietro l’angolo

too radical to be real

La domenica apre le sue braccia con una lieve pioggerellina di contorno.
Probabilmente, sono le lacrime di Claudio Baglioni e la consapevolezza di dover accantonare i duetti per un po’.
Quando Sanremo finisce ci sentiamo tutti un po’ più soli e, ciò che abbiamo snobbato per una settimana, andiamo a ricercarlo morbosamente all’interno delle playlist di Spotify anche se, Piccolo Grande Amore, non ha più quel vibe emotivo che rieccheggia nell’Ariston, mano sul cuore e sguardo rivolto al soffitto del salotto.

Il risveglio di questa domenica post sanremese ha il sapore dei Soldi, non perchè un parente ricco ci abbia piazzato un bonifico in banca – sia mai – ma perchè Mahmood ci ha regalato la vittoria più inaspettata degli ultimi anni.
Non perchè il pezzo non avesse una caratura interessante o non puntasse a posizioni proficue, ma di certo non avrei mai pensato di vedere il Leoncino fra le mani di Mahmood, mentre le due di notte stavano per rintoccare sull’orologio.
Vado a dormire decisamente stupita, ma con una sensazione tutto sommato positiva nella testa: vince un artista giovane e con una proposta accattivante sia dal punto di vista sonoro che testuale.
Certo, non avrei mai nemmeno lontanamente posizionato di mia volontà Soldi all’apice del cielo di Sanremo, ma va bene così e l’unica cosa che mi causa un’embolia polmonare è la decima posizione di Enrico Nigiotti.

Mi piace pensare che la linea di questa positività sia destinata a continuare anche al mio risveglio ma sfortunatamente, mi ricordo quanto Sanremo sia un bellissimo contesto violentato da una dose di strumentalizzazione che, a volte, è in grado di mozzarmi il respiro.
Vince Mahmood ed è subito in cantiere il dipinto secondo la quale, la sua, sia l’esistenza di un ragazzo egiziano fuggito da realtà improponibili e di quanto questo debba rappresentare uno switch immediato nella nostra cultura.
Secondo l’etica Sanremese – nonchè tipicamente italiana – Mahmood non vince perchè ha portato una canzone figa e lo ha fatto con uno stile ben delineato: Mahmood vince perchè si deve per forza urlare alla vittoria politica o al caso umano.
Tant’è che si coglie quasi un manto di delusione quando, in sala stampa, Mahmood annuncia – come se fosse un fattore musicalmente di rilievo – di essere un ragazzo 100% italiano, perchè il dipinto macchinato dalla Sala Stampa andrà a perdere sostanza.

Mi sveglio e prendo visione di un video che, fondamentalmente, rappresenta tutto ciò che io vorrei fare nella vita, ovvero scrivere e vivere conseguentemente di musica, nonchè dei racconti che ne derivano.
In questo video, vedo persone che hanno la fortuna di praticare questo mestiere nella quotidianità esultare ed urlare “merde!” alla proclamazione del terzo posto de Il Volo.
E allora capisco che, davvero, qualcosa non va.
Capisco che, quando il giorno dopo la fine di una kermesse dedicata alla musica ci ritroviamo a parlare di polemiche nervose, qualcosa non funziona e va cambiato.
Capisco che il giornalismo musicale in Italia è deteriorato e che, la musica, è un pretesto per vomitare sentenze che non avrebbero sfogo altrove.
Ci stanno le critiche e le recensioni perchè io stessa ne propongo sul mio spazio, ma il tutto deve sempre essere supportato da un aspetto prettamente tecnico.

Sanremo scivola via così, cominciando in uno spettro musicale che lì per lì non avevo ritenuto di troppo spessore e finisce con canzoni che, sera per sera, hanno costruito una propria riconoscibilità.
Fra tutti ho trovato tanta validità ed emozione nei pezzi di Enrico Nigiotti, Daniele Silvestri, Ultimo, Simone Cristicchi ed Ex Otago, senza disdegnare il riscatto di Loredana Bertè ed andando persino ad urlare a squarciagola A VENTISETTE COME AMYYY (Rolls Royce ndr). 


Too Radical To Be Real: Perchè Sanremo è Sanremo finisce qui!
Vi ringrazio per avermi seguito e per essere stati estremamente radical ed estremamente trash in mia compagnia.
Quali sono le vostre conclusioni in merito al podio finale del Festival?
Avete qualche considerazione sullo status del giornalismo musicale in Italia?


Il podio di Sanremo secondo Micalien

too radical to be real

Nonostante il titolo del pezzo vada palesemente a citare il Vangelo, spero di non avere disguidi con i copyright ecclesiastici.

Anche la terza puntata del Festival ci fa ciao ciao con la manina e se chiudiamo gli occhi, riusciamo a percepire la mancanza dei vocalizzi di Claudio nostro e la corposità del suo fondotinta.


È tempo di bilanci: tutti i pezzi hanno avuto la possibilità di riscattarsi con il tepore di un ulteriore ascolto sul palco dell’Ariston e, le radio, stanno cominciando a spararli a raffica come in una grandinata di fine novembre.
Giunge così, inebriante, il momento in cui le nostre case si riscaldano di scommesse da casinò sulle canzoni in lizza per la vittoria, sbattendo sul tavolo teorie discografiche che manco Rudy Zerbi nei pomeridiani di Amici.
Qui di seguito trovate le mie considerazioni riguardo a ciò che, per mio modesto e discutibilissimo gusto personale, vorrei che si verificasse.
Nell’area subito sottostante, invece, andrò ad abbozzare ciò che, nell’eventualità di quello che ho potuto constatare, secondo me andrà ad accadere.

LA TOP 3 SECONDO MICALIEN.

Nel podio che vorrei, un Enrico Nigiotti emozionato solleva il Leoncino tanto ambito al cielo, mentre Ultimo e Daniele Silvestri applaudono il collega che i bookmakers avevano seppellito nelle statistiche.
Vi spiego subito il punto cardine del mio podio: il trionfo, sublime ed ineguagliabile, della scrittura.

Nonno Hollywood, in un universo prettamente Micalien, dovrebbe vincere perché dona il volto a momenti che, la consapevolezza di non poter rivivere, tende a tenere ben sigillati in uno scrigno di memoria difficile da riaprire.
Enrico Nigiotti scoperchia a mani aperte questo scrigno un po’ anche per chi non ha saputo farlo e lo fa riportando una vena cantautorale – a livello testuale ed interpretativo – di una qualità ed intensità estreme.

Il podio dovrebbe giocarselo Ultimo perché, nonostante abbia pezzi più intensi sulle spalle, porta un brano che dimostra che le nuove penne sono ancora un bagaglio su cui investire e da dove poter estrarre spunti che non sempre sono da gettare.

Anche Daniele Silvestri dovrebbe esserci perché il suo Argentovivo è un coltello che prima o poi è giusto che ti tagli.
Un po’ per la caratura di certe tematiche e un po’ per la bellezza ineguagliabile di saperle raccontare.

LA TOP 3 SECONDO SANREMO.

Nonostante mi sia capitato spessissimo di leggere online premonizioni riguardo la presenza sia di Ultimo che di Irama sul podio, ho l’impressione che ci sarà una sorta di selezione che, alla fine, condurrà solo uno dei due a giocarsi la vittoria finale.
E al momento, non ho idea di chi possa avere la meglio.

Per il resto, penso che anche Loredana Bertè possa avere speranze in questo senso, accompagnata da Simone Cristicchi che potrebbe avere una bella spinta al televoto in seguito alla serata dei duetti.

Quale sarebbe la vostra TOP 3 ideale?
E quella che vi aspettate?
Sarei felicissima di leggere i vostri riscontri nei commenti!

LEGGI QUI LA RUBRICA DI SANREMO
Too Radical To Be Real: Perchè Sanremo è Sanremo!
Too Radical To Be Real: la prima puntata di Sanremo
Too Radical To Be Real: la seconda puntata di Sanremo


Too Radical To Be Real: la seconda puntata di Sanremo

too radical to be real

Una temperatura primaverile investe la mia città in questi giorni ed è subito un exploit di cappotti gettati nei sedili posteriori e un fischiettio di buon umore a risuonare negli abitacoli.
Eppure c’è un gelo, un gelo di base che sembra mozzare il respiro prima che vada a compiere la sua totale ascesa.
Non cammino più per le strade con la spensieratezza di un tempo e credo di non essere la sola a provare la stessa – macabra – sensazione sulla pelle.
Fisso imperterrita i vicoletti bui, gli angoli nascosti delle strade e persino i solchi cechi dei marciapiedi.
Perché il timore non è più quello di vedere Pennywise fuoriuscire dal sottosuolo, ma bensì Claudio Baglioni con un microfono in mano e la proposta velata ma evidente di cimentarsi in un duetto.

La seconda puntata di Sanremo inizia così, con brandelli di discografia che zio Claudio non aveva ancora proposto e un sorriso accondiscendente a documentare il tutto, in attesa di uno switch della metodologia di conduzione che – spoiler – non arriverà.
Il secondo appuntamento del Festival merita un’analisi prettamente gestionale, perché i dodici brani riproposti non hanno particolarmente RIBBBBALTATO – grazie Alessandro Borghese – le carte in tavola rispetto alla serata inaugurale.
Sì, il pezzo di Paola Turci si riscatta in modo lieve, la standing ovation alla Bertè ribalta le premonizioni dei bookmakers e la Stampa – a quanto ho percepito – simpatizza per Rolls Royce.

Fra tutti questi frammenti di seconde possibilità, tralasciando gli ascolti dei brani, era la conduzione che doveva proporre prove o smentite delle fievoli impressioni della serata precedente e ricevere di conseguenza, la possibilità di riscatto più ambita.
Eppure questo riscatto non arriva mai e man mano che la serata scorre – come uno sciroppo amaro per la bronchite – il buio cala sull’umorismo tipico che sfocia nell’imbarazzo dei presenti in sala.
Io ve lo giuro, trarre conclusioni snob e da blogger acida come la marmellata scaduta nel 2004 non è mia intenzione, tantomeno ritengo che queste critichette bohemienne siano la strada verso il fantomatico mondo delle views e dei consensi Tumbrl.
Semplicemente, non riuscirei a ridere delle gag proposte dai Claudio e dalla Virgi Nazionale nemmeno se mi proponessero un tête-à-tête con Leonardo DiCaprio per farlo.
Non so se invecchiare mi inacidisce o se, l’apertura di questo blog, mi abbia trasformato in un inceneritore di emozioni: eppure la mia seconda serata della kermesse viaggia a rilento, fra messaggi su Whatsapp dove chiedo ripetutamente se fosse il mio televisore ad avere problemi o se lo sketch fosse stato proposto realmente.

Il lato interessante della serata sfocia nel constatare come, la Sala Stampa, abbia innalzato i nomi che rendevano questo Sanremo di marcatura indie, operazione che la Giuria Demoscopica ha gettato nella zona rossa solo la sera prima.

Cosa ne pensate della classifica parziale proposta dalla Sala Stampa?
E della seconda puntata in generale?
Ci riaggiorniamo domani!


Too Radical To Be Real: la prima puntata di Sanremo

too radical to be real

Immaginatevi il tepore deserto di una tangenziale alle dieci di sera, io che finisco di lavorare a quell’ora e un solo urlo che si solleva soave dall’alto di una Ypsilon: Claudio Baglioni, aspettami! 
Successivamente vi chiedo di proiettarvi nella tetra immagine del mio corpo riverso sul divano – con un fiatone di natura prettamente polmonare – mentre Sanremo scorre dinamico – ma non troppo – alla tv.
Benissimo: ora possiamo cominciare ad inoltrarci in quella che sarà la prima sezione di Too Radical To Be Real.

PS. Solitamente non amo categorizzare le canzoni all’interno di un numero.
Nel caso di questa rubrica però, la classificazione mi risulta fondamentale, per permettervi di cogliere in quale parte delle mie preferenze i pezzi vanno a collocarsi.

FRANCESCO RENGA – ASPETTO CHE TORNI VOTO 6+

Francesco Renga è diventato un interprete caratteristico a tal punto che sarebbe opportuno considerare di aggiungere il termine Rengoso, allo slang musicale, per tutti quei pezzi con testi di una bella caratura e una spinta vocale considerevole.
Il pezzo tipicamente Rengoso per l’appunto, forse un filo meno immediato.

NINO D’ANGELO E LIVIO CORI – UN’ALTRA LUCE VOTO 5

Ecco che arriva come un proiettile la pillola Clementino/Hunt che ci pigliamo ormai da qualche anno a questa parte.
L’unica differenza è che, in questo caso, il rapper è Nino D’Angelo.
Faccio molta fatica a cogliere l’intenzione del pezzo e tutt’oggi non la trovo.

NEK – MI FARO’ TROVARE PRONTO VOTO 7-

Nek è una stazione radiofonica fatta e finita, tant’è che dovrebbe considerare di cambiare il nome d’arte in Nek 102.5.
E’ come se conoscesse minuziosamente le sonorità che fanno battere ad intermittenza le nocche sul volante e le riproponesse in questo pezzo.

ZEN CIRCUS – L’AMORE E’ UNA DITTATURA VOTO 5

Gli Zen Circus inaugurano il primo tributo visivo a Ermal Meta.
Perdo le venature del pezzo sin dall’inizio perchè l’interpretazione è molto confusa e finisce per confondere anche me.

IL VOLO – MUSICA CHE RESTA VOTO 7.5

Nonostante parlare male de Il Volo faccia views e doni quel pizzico di radical chic agli articoli, fondamentalmente è da stronzi.
Potrebbero cantare anche la lista della spesa, andando comunque a fare solletico ad un’emotività repressa ma presente.
Il testo non è da Premio Lunezia, ma il loro potere sta nel proportelo come se lo fosse.

LOREDANA BERTE’ – COSA TI ASPETTI DA ME? VOTO 7

Loredana propone un ruggito radiofonico che la vede proseguire su una linea di innovazione che percorre ormai da due anni a questa parte.
Il pezzo sembra proporre un’interessante linfa vitale.

DANIELE SILVESTRI – ARGENTOVIVO VOTO 7.5

Daniele Silvestri si ritaglia il suo posto nella kermesse con un pezzo che, la tendenza al taglio, ce l’ha tutta.
Il testo è diretto, spigoloso ed arriva dritto come una spada.

FEDERICA E SHADE – SENZA FARLO APPOSTA VOTO 6

Federica Carta e Shade propongono un pezzo che troverà riscontro fra un target di pubblico che già possiedono.
Per puntare più in alto, il pezzo non possiede la credibilità testuale necessaria.

ULTIMO – I TUOI PARTICOLARI VOTO 7 +

Ultimo ci propone un testo che mi fa ancora sperare nelle nuove penne del cantautorato italiano, ma in una versione estremamente Tizianosa (Ferro ndr) di se stesso.
Ciò non toglie che il pezzo navighi in acque estremamente proficue.

PAOLA TURCI – L’ULTIMO OSTACOLO VOTO 5

La rima Minuti/Saluti mi causa lì per lì qualche scompenso emotivo.
Il pezzo è fin troppo educato e viaggia su un Trenord che non arriva mai.

MOTTA – DOV’E’ L’ITALIA VOTO 5

Motta riprende il secondo tributo visivo della serata ad Ermal Meta ma il pezzo non mi fa cogliere quale sia il messaggio e a quale natura appartenga o voglia appartenere.

BOOMDABASH – PER UN MILIONE VOTO 5 –

Virginia Raffaele annuncia una schiera di 127 autori e successivamente veniamo a conoscenza di quella che sarà la prossima sigla del Cornetto Algida. Benissimo!

PATTY PRAVO E MATTIA BRIGA – UN PO’ COME NELLA VITA VOTO 6

Il disguido tecnico mi fa venire voglia di abbracciarli e, allo stesso tempo, di nascondere un ghigno beffardo sotto al cuscino.
Il pezzo è da risentire, ma il connubbio non risulta così improbabile come previsto.

SIMONE CRISTICCHI – ABBI CURA DI ME VOTO 7.5

Il testo è magistrale e l’interpretazione sancisce un matrimonio di intensità emotiva.
Se avesse avuto un guizzo strumentale in più, avrebbe sfiorato hype di emotività superiore.

ACHILLE LAURO – ROLLS ROYCE VOTO 5

Il testo va a solleticare intrighi di fattanza che solitamente tengo nel cassetto, ma la parte strumentale del pezzo è una linea piatta sull’elettrocardiogramma.

ARISA – MI SENTO BENE VOTO 5+

Il pezzo di Arisa sembra tratto dal sequel di Split perchè, lo switch emotivo del ritornello, è degno delle ventiquattro personalità.
Un’allegria molesta di cui non sentivo troppo il bisogno.

NEGRITA – I RAGAZZI STANNO BENE VOTO 6

I Negrita fanno parte di quella schiera di tanto caratteristici da poter creare un genere a parte a loro nome.
La canzone si fa sentire volentieri ma accantonare altrettanto volentieri

GHEMON – ROSE VIOLA VOTO 5

Ghemon annuncia la sua collaborazione con Crudelia Demon nel vestiario e pone sul palco una vocalità Nina Zilli che non gli avevo mai associato prima d’ora.
Testo lievemente intricato ma non mi conduce da nessuna parte.

EINAR- PAROLE NUOVE VOTO 6+

Einar si ricollega al mondo di Split con una ballad dove il ritornello sfocia in vibes tamarri Steve Aoki post 2013.
In compenso lui mostra una credibilità che solitamente non propone.

EX OTAGO – SOLO UNA CANZONE VOTO 7-

In un tripudio di denim, gli Ex Otago portano un pezzo che coniuga una bella spinta testuale e una base ben strutturata.
Inoltre, il cantante, è potenziale materiale da milf idol. (Tommaso Paradiso, trema!)

ANNA TATANGELO – LE NOSTRE ANIME DI NOTTE  VOTO 5

Pensare all’anima di Gigi di notte risulta un filo creepy e falsa l’ascolto in partenza.
La canzone non è altro che l’ennesimo pezzo Tatangeloso che ti aspetteresti dalla Tatangelo.

IRAMA – LA RAGAZZA CON IL CUORE DI LATTA VOTO 8

Irama sfoggia ben in alto la bandiera che congiunge la sua essenza artistica: testi ben strutturati ed immediatezza espositiva.
La sua catfight al televoto non sarà altro che con Ultimo e il suo fandom.

ENRICO NIGIOTTI – NONNO HOLLYWOOD VOTO 9

La vena emotiva di questo pezzo ti travolge come un treno in corsa e legge tutte quelle pagine di un diario segreto che tendi a tenere ben richiuso nel cassetto.
Enrico Nigiotti con questo pezzo trova la chiave di questo cassetto.

MAHMOOD – SOLDI 6.5

Mahmood è l’evoluzione di Madh, nel nickname e nei vibes vocali.
Se i virtuosisimi dell’interpete a volte sfiorano l’eccesso, il pezzo è strumentalmente interessante.

Il premio Range Rover sulle gengive della serata, va senz’altro allo sketch in compagnia di Claudio Santamaria.

Ragazzi, che ne pensate della prima serata di Sanremo?
Sarei molto felice di leggervi nei commenti!

Too Radical To Be Real: perché Sanremo è Sanremo!

too radical to be real

Prima di questo blog, mi sono sempre ostinata a snobbare un certo tipo di meccanismi – prevalentemente di natura musicale – per poi assisterne alla decantazione per antonomasia, in compagnia della dignitosa privacy del mio salotto.
Ebbene sì: faccio parte di quella schiera di italiani che, la seconda settimana di Febbraio alla domanda “hai visto Sanremo?” risponde con una smorfia indecisa, ma in realtà conosce a memoria la scaletta della serata e il numero di cravatte cambiate da Baglioni.

Questo post, vuole assumere le sembianze di un annuncio definitivo ed ufficiale: questa settimana infatti, Micalien verrà inebriato dal profumo ardente dei fiori di Sanremo, nonostante non ci sia più l’ombra di una margherita mezza morta da diciassette anni, sul palco dell’Ariston.
Ogni giorno infatti, per tutta la durata della kermesse, troverete una rubrica di recensioni delle serate del Festival, dove potremmo esprimerci insieme sulle canzoni e commentare le varie cadute di stile – di natura artistica o meno – che ci investiranno come Range Rover impazzite.
Leggete dunque questa piccola capsule come una lieve critica un poco bohemienne al papillon di Vuitton del cane del signor Sanremo, lo stesso che mi condurrà successivamente a sposarmici, imparando poi ad amarlo con tutte le sue trashate e i pezzi discutibili che inserirò nelle playlist segrete di Spotify.

Too radical to be real: perché Sanremo è Sanremo vorrà essere di vostra compagnia nei momenti in cui, Baglioni, andrà a sfoderare i brandelli di discografia rimasta incompiuta lo scorso anno.
Preparate dunque i plaid, un pacchetto di Tarallucci e la vena da blogger inacidito che nascondete sotto il cuscino: Febbraio è giunto ed è ora di tirarla fuori.

Voi guarderete Sanremo? Vi siete già costruiti delle piccole aspettative in base ai testi pubblicati in anteprima?
Sarei felice di leggervi nei commenti!