Vince Mahmood e la strumentalizzazione è dietro l’angolo

too radical to be real

La domenica apre le sue braccia con una lieve pioggerellina di contorno.
Probabilmente, sono le lacrime di Claudio Baglioni e la consapevolezza di dover accantonare i duetti per un po’.
Quando Sanremo finisce ci sentiamo tutti un po’ più soli e, ciò che abbiamo snobbato per una settimana, andiamo a ricercarlo morbosamente all’interno delle playlist di Spotify anche se, Piccolo Grande Amore, non ha più quel vibe emotivo che rieccheggia nell’Ariston, mano sul cuore e sguardo rivolto al soffitto del salotto.

Il risveglio di questa domenica post sanremese ha il sapore dei Soldi, non perchè un parente ricco ci abbia piazzato un bonifico in banca – sia mai – ma perchè Mahmood ci ha regalato la vittoria più inaspettata degli ultimi anni.
Non perchè il pezzo non avesse una caratura interessante o non puntasse a posizioni proficue, ma di certo non avrei mai pensato di vedere il Leoncino fra le mani di Mahmood, mentre le due di notte stavano per rintoccare sull’orologio.
Vado a dormire decisamente stupita, ma con una sensazione tutto sommato positiva nella testa: vince un artista giovane e con una proposta accattivante sia dal punto di vista sonoro che testuale.
Certo, non avrei mai nemmeno lontanamente posizionato di mia volontà Soldi all’apice del cielo di Sanremo, ma va bene così e l’unica cosa che mi causa un’embolia polmonare è la decima posizione di Enrico Nigiotti.

Mi piace pensare che la linea di questa positività sia destinata a continuare anche al mio risveglio ma sfortunatamente, mi ricordo quanto Sanremo sia un bellissimo contesto violentato da una dose di strumentalizzazione che, a volte, è in grado di mozzarmi il respiro.
Vince Mahmood ed è subito in cantiere il dipinto secondo la quale, la sua, sia l’esistenza di un ragazzo egiziano fuggito da realtà improponibili e di quanto questo debba rappresentare uno switch immediato nella nostra cultura.
Secondo l’etica Sanremese – nonchè tipicamente italiana – Mahmood non vince perchè ha portato una canzone figa e lo ha fatto con uno stile ben delineato: Mahmood vince perchè si deve per forza urlare alla vittoria politica o al caso umano.
Tant’è che si coglie quasi un manto di delusione quando, in sala stampa, Mahmood annuncia – come se fosse un fattore musicalmente di rilievo – di essere un ragazzo 100% italiano, perchè il dipinto macchinato dalla Sala Stampa andrà a perdere sostanza.

Mi sveglio e prendo visione di un video che, fondamentalmente, rappresenta tutto ciò che io vorrei fare nella vita, ovvero scrivere e vivere conseguentemente di musica, nonchè dei racconti che ne derivano.
In questo video, vedo persone che hanno la fortuna di praticare questo mestiere nella quotidianità esultare ed urlare “merde!” alla proclamazione del terzo posto de Il Volo.
E allora capisco che, davvero, qualcosa non va.
Capisco che, quando il giorno dopo la fine di una kermesse dedicata alla musica ci ritroviamo a parlare di polemiche nervose, qualcosa non funziona e va cambiato.
Capisco che il giornalismo musicale in Italia è deteriorato e che, la musica, è un pretesto per vomitare sentenze che non avrebbero sfogo altrove.
Ci stanno le critiche e le recensioni perchè io stessa ne propongo sul mio spazio, ma il tutto deve sempre essere supportato da un aspetto prettamente tecnico.

Sanremo scivola via così, cominciando in uno spettro musicale che lì per lì non avevo ritenuto di troppo spessore e finisce con canzoni che, sera per sera, hanno costruito una propria riconoscibilità.
Fra tutti ho trovato tanta validità ed emozione nei pezzi di Enrico Nigiotti, Daniele Silvestri, Ultimo, Simone Cristicchi ed Ex Otago, senza disdegnare il riscatto di Loredana Bertè ed andando persino ad urlare a squarciagola A VENTISETTE COME AMYYY (Rolls Royce ndr). 


Too Radical To Be Real: Perchè Sanremo è Sanremo finisce qui!
Vi ringrazio per avermi seguito e per essere stati estremamente radical ed estremamente trash in mia compagnia.
Quali sono le vostre conclusioni in merito al podio finale del Festival?
Avete qualche considerazione sullo status del giornalismo musicale in Italia?


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Il podio di Sanremo secondo Micalien

too radical to be real

Nonostante il titolo del pezzo vada palesemente a citare il Vangelo, spero di non avere disguidi con i copyright ecclesiastici.

Anche la terza puntata del Festival ci fa ciao ciao con la manina e se chiudiamo gli occhi, riusciamo a percepire la mancanza dei vocalizzi di Claudio nostro e la corposità del suo fondotinta.


È tempo di bilanci: tutti i pezzi hanno avuto la possibilità di riscattarsi con il tepore di un ulteriore ascolto sul palco dell’Ariston e, le radio, stanno cominciando a spararli a raffica come in una grandinata di fine novembre.
Giunge così, inebriante, il momento in cui le nostre case si riscaldano di scommesse da casinò sulle canzoni in lizza per la vittoria, sbattendo sul tavolo teorie discografiche che manco Rudy Zerbi nei pomeridiani di Amici.
Qui di seguito trovate le mie considerazioni riguardo a ciò che, per mio modesto e discutibilissimo gusto personale, vorrei che si verificasse.
Nell’area subito sottostante, invece, andrò ad abbozzare ciò che, nell’eventualità di quello che ho potuto constatare, secondo me andrà ad accadere.

LA TOP 3 SECONDO MICALIEN.

Nel podio che vorrei, un Enrico Nigiotti emozionato solleva il Leoncino tanto ambito al cielo, mentre Ultimo e Daniele Silvestri applaudono il collega che i bookmakers avevano seppellito nelle statistiche.
Vi spiego subito il punto cardine del mio podio: il trionfo, sublime ed ineguagliabile, della scrittura.

Nonno Hollywood, in un universo prettamente Micalien, dovrebbe vincere perché dona il volto a momenti che, la consapevolezza di non poter rivivere, tende a tenere ben sigillati in uno scrigno di memoria difficile da riaprire.
Enrico Nigiotti scoperchia a mani aperte questo scrigno un po’ anche per chi non ha saputo farlo e lo fa riportando una vena cantautorale – a livello testuale ed interpretativo – di una qualità ed intensità estreme.

Il podio dovrebbe giocarselo Ultimo perché, nonostante abbia pezzi più intensi sulle spalle, porta un brano che dimostra che le nuove penne sono ancora un bagaglio su cui investire e da dove poter estrarre spunti che non sempre sono da gettare.

Anche Daniele Silvestri dovrebbe esserci perché il suo Argentovivo è un coltello che prima o poi è giusto che ti tagli.
Un po’ per la caratura di certe tematiche e un po’ per la bellezza ineguagliabile di saperle raccontare.

LA TOP 3 SECONDO SANREMO.

Nonostante mi sia capitato spessissimo di leggere online premonizioni riguardo la presenza sia di Ultimo che di Irama sul podio, ho l’impressione che ci sarà una sorta di selezione che, alla fine, condurrà solo uno dei due a giocarsi la vittoria finale.
E al momento, non ho idea di chi possa avere la meglio.

Per il resto, penso che anche Loredana Bertè possa avere speranze in questo senso, accompagnata da Simone Cristicchi che potrebbe avere una bella spinta al televoto in seguito alla serata dei duetti.

Quale sarebbe la vostra TOP 3 ideale?
E quella che vi aspettate?
Sarei felicissima di leggere i vostri riscontri nei commenti!

LEGGI QUI LA RUBRICA DI SANREMO
Too Radical To Be Real: Perchè Sanremo è Sanremo!
Too Radical To Be Real: la prima puntata di Sanremo
Too Radical To Be Real: la seconda puntata di Sanremo


Too Radical To Be Real: la seconda puntata di Sanremo

too radical to be real

Una temperatura primaverile investe la mia città in questi giorni ed è subito un exploit di cappotti gettati nei sedili posteriori e un fischiettio di buon umore a risuonare negli abitacoli.
Eppure c’è un gelo, un gelo di base che sembra mozzare il respiro prima che vada a compiere la sua totale ascesa.
Non cammino più per le strade con la spensieratezza di un tempo e credo di non essere la sola a provare la stessa – macabra – sensazione sulla pelle.
Fisso imperterrita i vicoletti bui, gli angoli nascosti delle strade e persino i solchi cechi dei marciapiedi.
Perché il timore non è più quello di vedere Pennywise fuoriuscire dal sottosuolo, ma bensì Claudio Baglioni con un microfono in mano e la proposta velata ma evidente di cimentarsi in un duetto.

La seconda puntata di Sanremo inizia così, con brandelli di discografia che zio Claudio non aveva ancora proposto e un sorriso accondiscendente a documentare il tutto, in attesa di uno switch della metodologia di conduzione che – spoiler – non arriverà.
Il secondo appuntamento del Festival merita un’analisi prettamente gestionale, perché i dodici brani riproposti non hanno particolarmente RIBBBBALTATO – grazie Alessandro Borghese – le carte in tavola rispetto alla serata inaugurale.
Sì, il pezzo di Paola Turci si riscatta in modo lieve, la standing ovation alla Bertè ribalta le premonizioni dei bookmakers e la Stampa – a quanto ho percepito – simpatizza per Rolls Royce.

Fra tutti questi frammenti di seconde possibilità, tralasciando gli ascolti dei brani, era la conduzione che doveva proporre prove o smentite delle fievoli impressioni della serata precedente e ricevere di conseguenza, la possibilità di riscatto più ambita.
Eppure questo riscatto non arriva mai e man mano che la serata scorre – come uno sciroppo amaro per la bronchite – il buio cala sull’umorismo tipico che sfocia nell’imbarazzo dei presenti in sala.
Io ve lo giuro, trarre conclusioni snob e da blogger acida come la marmellata scaduta nel 2004 non è mia intenzione, tantomeno ritengo che queste critichette bohemienne siano la strada verso il fantomatico mondo delle views e dei consensi Tumbrl.
Semplicemente, non riuscirei a ridere delle gag proposte dai Claudio e dalla Virgi Nazionale nemmeno se mi proponessero un tête-à-tête con Leonardo DiCaprio per farlo.
Non so se invecchiare mi inacidisce o se, l’apertura di questo blog, mi abbia trasformato in un inceneritore di emozioni: eppure la mia seconda serata della kermesse viaggia a rilento, fra messaggi su Whatsapp dove chiedo ripetutamente se fosse il mio televisore ad avere problemi o se lo sketch fosse stato proposto realmente.

Il lato interessante della serata sfocia nel constatare come, la Sala Stampa, abbia innalzato i nomi che rendevano questo Sanremo di marcatura indie, operazione che la Giuria Demoscopica ha gettato nella zona rossa solo la sera prima.

Cosa ne pensate della classifica parziale proposta dalla Sala Stampa?
E della seconda puntata in generale?
Ci riaggiorniamo domani!


Too Radical To Be Real: la prima puntata di Sanremo

too radical to be real

Immaginatevi il tepore deserto di una tangenziale alle dieci di sera, io che finisco di lavorare a quell’ora e un solo urlo che si solleva soave dall’alto di una Ypsilon: Claudio Baglioni, aspettami! 
Successivamente vi chiedo di proiettarvi nella tetra immagine del mio corpo riverso sul divano – con un fiatone di natura prettamente polmonare – mentre Sanremo scorre dinamico – ma non troppo – alla tv.
Benissimo: ora possiamo cominciare ad inoltrarci in quella che sarà la prima sezione di Too Radical To Be Real.

PS. Solitamente non amo categorizzare le canzoni all’interno di un numero.
Nel caso di questa rubrica però, la classificazione mi risulta fondamentale, per permettervi di cogliere in quale parte delle mie preferenze i pezzi vanno a collocarsi.

FRANCESCO RENGA – ASPETTO CHE TORNI VOTO 6+

Francesco Renga è diventato un interprete caratteristico a tal punto che sarebbe opportuno considerare di aggiungere il termine Rengoso, allo slang musicale, per tutti quei pezzi con testi di una bella caratura e una spinta vocale considerevole.
Il pezzo tipicamente Rengoso per l’appunto, forse un filo meno immediato.

NINO D’ANGELO E LIVIO CORI – UN’ALTRA LUCE VOTO 5

Ecco che arriva come un proiettile la pillola Clementino/Hunt che ci pigliamo ormai da qualche anno a questa parte.
L’unica differenza è che, in questo caso, il rapper è Nino D’Angelo.
Faccio molta fatica a cogliere l’intenzione del pezzo e tutt’oggi non la trovo.

NEK – MI FARO’ TROVARE PRONTO VOTO 7-

Nek è una stazione radiofonica fatta e finita, tant’è che dovrebbe considerare di cambiare il nome d’arte in Nek 102.5.
E’ come se conoscesse minuziosamente le sonorità che fanno battere ad intermittenza le nocche sul volante e le riproponesse in questo pezzo.

ZEN CIRCUS – L’AMORE E’ UNA DITTATURA VOTO 5

Gli Zen Circus inaugurano il primo tributo visivo a Ermal Meta.
Perdo le venature del pezzo sin dall’inizio perchè l’interpretazione è molto confusa e finisce per confondere anche me.

IL VOLO – MUSICA CHE RESTA VOTO 7.5

Nonostante parlare male de Il Volo faccia views e doni quel pizzico di radical chic agli articoli, fondamentalmente è da stronzi.
Potrebbero cantare anche la lista della spesa, andando comunque a fare solletico ad un’emotività repressa ma presente.
Il testo non è da Premio Lunezia, ma il loro potere sta nel proportelo come se lo fosse.

LOREDANA BERTE’ – COSA TI ASPETTI DA ME? VOTO 7

Loredana propone un ruggito radiofonico che la vede proseguire su una linea di innovazione che percorre ormai da due anni a questa parte.
Il pezzo sembra proporre un’interessante linfa vitale.

DANIELE SILVESTRI – ARGENTOVIVO VOTO 7.5

Daniele Silvestri si ritaglia il suo posto nella kermesse con un pezzo che, la tendenza al taglio, ce l’ha tutta.
Il testo è diretto, spigoloso ed arriva dritto come una spada.

FEDERICA E SHADE – SENZA FARLO APPOSTA VOTO 6

Federica Carta e Shade propongono un pezzo che troverà riscontro fra un target di pubblico che già possiedono.
Per puntare più in alto, il pezzo non possiede la credibilità testuale necessaria.

ULTIMO – I TUOI PARTICOLARI VOTO 7 +

Ultimo ci propone un testo che mi fa ancora sperare nelle nuove penne del cantautorato italiano, ma in una versione estremamente Tizianosa (Ferro ndr) di se stesso.
Ciò non toglie che il pezzo navighi in acque estremamente proficue.

PAOLA TURCI – L’ULTIMO OSTACOLO VOTO 5

La rima Minuti/Saluti mi causa lì per lì qualche scompenso emotivo.
Il pezzo è fin troppo educato e viaggia su un Trenord che non arriva mai.

MOTTA – DOV’E’ L’ITALIA VOTO 5

Motta riprende il secondo tributo visivo della serata ad Ermal Meta ma il pezzo non mi fa cogliere quale sia il messaggio e a quale natura appartenga o voglia appartenere.

BOOMDABASH – PER UN MILIONE VOTO 5 –

Virginia Raffaele annuncia una schiera di 127 autori e successivamente veniamo a conoscenza di quella che sarà la prossima sigla del Cornetto Algida. Benissimo!

PATTY PRAVO E MATTIA BRIGA – UN PO’ COME NELLA VITA VOTO 6

Il disguido tecnico mi fa venire voglia di abbracciarli e, allo stesso tempo, di nascondere un ghigno beffardo sotto al cuscino.
Il pezzo è da risentire, ma il connubbio non risulta così improbabile come previsto.

SIMONE CRISTICCHI – ABBI CURA DI ME VOTO 7.5

Il testo è magistrale e l’interpretazione sancisce un matrimonio di intensità emotiva.
Se avesse avuto un guizzo strumentale in più, avrebbe sfiorato hype di emotività superiore.

ACHILLE LAURO – ROLLS ROYCE VOTO 5

Il testo va a solleticare intrighi di fattanza che solitamente tengo nel cassetto, ma la parte strumentale del pezzo è una linea piatta sull’elettrocardiogramma.

ARISA – MI SENTO BENE VOTO 5+

Il pezzo di Arisa sembra tratto dal sequel di Split perchè, lo switch emotivo del ritornello, è degno delle ventiquattro personalità.
Un’allegria molesta di cui non sentivo troppo il bisogno.

NEGRITA – I RAGAZZI STANNO BENE VOTO 6

I Negrita fanno parte di quella schiera di tanto caratteristici da poter creare un genere a parte a loro nome.
La canzone si fa sentire volentieri ma accantonare altrettanto volentieri

GHEMON – ROSE VIOLA VOTO 5

Ghemon annuncia la sua collaborazione con Crudelia Demon nel vestiario e pone sul palco una vocalità Nina Zilli che non gli avevo mai associato prima d’ora.
Testo lievemente intricato ma non mi conduce da nessuna parte.

EINAR- PAROLE NUOVE VOTO 6+

Einar si ricollega al mondo di Split con una ballad dove il ritornello sfocia in vibes tamarri Steve Aoki post 2013.
In compenso lui mostra una credibilità che solitamente non propone.

EX OTAGO – SOLO UNA CANZONE VOTO 7-

In un tripudio di denim, gli Ex Otago portano un pezzo che coniuga una bella spinta testuale e una base ben strutturata.
Inoltre, il cantante, è potenziale materiale da milf idol. (Tommaso Paradiso, trema!)

ANNA TATANGELO – LE NOSTRE ANIME DI NOTTE  VOTO 5

Pensare all’anima di Gigi di notte risulta un filo creepy e falsa l’ascolto in partenza.
La canzone non è altro che l’ennesimo pezzo Tatangeloso che ti aspetteresti dalla Tatangelo.

IRAMA – LA RAGAZZA CON IL CUORE DI LATTA VOTO 8

Irama sfoggia ben in alto la bandiera che congiunge la sua essenza artistica: testi ben strutturati ed immediatezza espositiva.
La sua catfight al televoto non sarà altro che con Ultimo e il suo fandom.

ENRICO NIGIOTTI – NONNO HOLLYWOOD VOTO 9

La vena emotiva di questo pezzo ti travolge come un treno in corsa e legge tutte quelle pagine di un diario segreto che tendi a tenere ben richiuso nel cassetto.
Enrico Nigiotti con questo pezzo trova la chiave di questo cassetto.

MAHMOOD – SOLDI 6.5

Mahmood è l’evoluzione di Madh, nel nickname e nei vibes vocali.
Se i virtuosisimi dell’interpete a volte sfiorano l’eccesso, il pezzo è strumentalmente interessante.

Il premio Range Rover sulle gengive della serata, va senz’altro allo sketch in compagnia di Claudio Santamaria.

Ragazzi, che ne pensate della prima serata di Sanremo?
Sarei molto felice di leggervi nei commenti!

Too Radical To Be Real: perché Sanremo è Sanremo!

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Prima di questo blog, mi sono sempre ostinata a snobbare un certo tipo di meccanismi – prevalentemente di natura musicale – per poi assisterne alla decantazione per antonomasia, in compagnia della dignitosa privacy del mio salotto.
Ebbene sì: faccio parte di quella schiera di italiani che, la seconda settimana di Febbraio alla domanda “hai visto Sanremo?” risponde con una smorfia indecisa, ma in realtà conosce a memoria la scaletta della serata e il numero di cravatte cambiate da Baglioni.

Questo post, vuole assumere le sembianze di un annuncio definitivo ed ufficiale: questa settimana infatti, Micalien verrà inebriato dal profumo ardente dei fiori di Sanremo, nonostante non ci sia più l’ombra di una margherita mezza morta da diciassette anni, sul palco dell’Ariston.
Ogni giorno infatti, per tutta la durata della kermesse, troverete una rubrica di recensioni delle serate del Festival, dove potremmo esprimerci insieme sulle canzoni e commentare le varie cadute di stile – di natura artistica o meno – che ci investiranno come Range Rover impazzite.
Leggete dunque questa piccola capsule come una lieve critica un poco bohemienne al papillon di Vuitton del cane del signor Sanremo, lo stesso che mi condurrà successivamente a sposarmici, imparando poi ad amarlo con tutte le sue trashate e i pezzi discutibili che inserirò nelle playlist segrete di Spotify.

Too radical to be real: perché Sanremo è Sanremo vorrà essere di vostra compagnia nei momenti in cui, Baglioni, andrà a sfoderare i brandelli di discografia rimasta incompiuta lo scorso anno.
Preparate dunque i plaid, un pacchetto di Tarallucci e la vena da blogger inacidito che nascondete sotto il cuscino: Febbraio è giunto ed è ora di tirarla fuori.

Voi guarderete Sanremo? Vi siete già costruiti delle piccole aspettative in base ai testi pubblicati in anteprima?
Sarei felice di leggervi nei commenti!


Nuovi suoni: benvenuti nel mondo Lovecats

underground!

Il mio primo aggancio con i Lovecats, nasce da un’importante sfilza di link dove, il mouse, sembra orientarsi istintivamente sull’indice dell’indie alternative.
Diciamocelo senza troppi fronzoli: quando l’indie alternative chiama, Micalien acchiappa il telefono e risponde.

I Lovecats sono una band di tre amici che, i più radical, andrebbero a categorizzare in tutto quel bellissimo mondo underground che, sotto il calore della superficie, cela perle rare e bellissimi spunti di ascolto.
Mi sento di sostenere quanto questo sia il caso perchè l’EP Lovecats, in uscita il 4 Febbraio, è uno di quei progetti dove, l’incontro, è sempre premonizione di scoperte molto piacevoli.

Preceduto dall’avvenire di Mrs Moon, nonchè il pezzo più forte del progetto, Lovecats è un’insieme di un sacco di fattori che, insieme, funzionano.
Il motore trainante del disco è indubbiamente un’identità sonora molto solida, indice probabilmente, di un quantitativo di palchi calcati importante e che consente di porre il giusto nervo ad ogni pezzo.
Piero, il cantante della band, mi racconta di quanto Lovecats sia il risultato naturale dell’unione di background molto diversi ma che, nella totalità dell’EP, trovano un’uscita molto lineare.

Il punto focale del disco, oltre a quello precedentemente citato, riguarda quello che personalmente mi piace definire “sguardo sonoro”.
Quello dei Lovecats, e più precisamente del progetto in questione, sembra essere proiettato verso venature di un’ Inghilterra dalla verve sporca, con una punta di glam costante a bilanciare il tutto.
All’interno del disco sono riscontrabili – nonchè davvero misurate ed apprezzabili – influenze velate di artisti come James Bay, Queens Of The Stone Age e una manciata dei Death Cab For Cutie.

Lovecats, come precedentemente citato, è disponibile nel corso della giornata di oggi ed è possibile prenderne visione su Soundcloud e sulle piattaforme digitali e di streaming.

I Lovecats, sono inoltre presenti sui canali social.
Vi consiglio di monitorarli per ulteriori informazioni e per prendere consapevolezza di nuovi suoni che, a mio avviso, vale la pena di introdurre nelle vostre playlist.

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Tokio Hotel: esce Melancholic Paradise

music friday

Il music friday ci saluta con la mano inaugurando così il mese di Febbraio.
Lo stesso fanno i Tokio Hotel presentando al pubblico Melancholic Paradise, il primo singolo di un nuovo progetto in cantiere.

Se avete letto Rivelazioni scottanti: il mio 2007 ed i Tokio Hotel, la lettura di questo articolo risulterà inevitabilmente falsata: non potrete cogliere nemmeno una venatura di credibilità e distacco nelle parole che leggerete di seguito.
La mia promessa, d’altro canto, è di accontonare i sentimenti pregni di affetto, i poster e la matita nera in un angolo, per tentare di donarvi un aspetto più che oggettivo sul brano e sulla direzione intrapresa dai Tokio Hotel.

Melancholic Paradise non è altro che il proseguimento coerente di una linea ben marcata già intrapresa dagli ultimi due album della band, Dream Machine e Kings Of Suburbia.
I Tokio Hotel non parlano più tramite l’uso di chitarroni scabrosi e suoni mozzati da ambientazioni gotiche.
E’ come se, le cantine di Berlino, fossero state ristrutturate e trasformate in moderni club sulle vie più in e mainstream di Los Angeles.
Nonostante la mia possa sembrare una visione – appunto – malinconica, non è necessariamente un male.
Se si ascoltano gli album dei Tokio Hotel rispettando la cronologia, è palese quanto il cordone ombelicale delle origini, sia stato staccato in maniera fievole, come se ogni brano avesse già il capo rivolto ad un elettronica soft oggi definitiva.

Melancholic Paradise sancisce inoltre un ulteriore matrimonio, oltre a quello decantatissimo e alle porte di Tom Kaulitz.
Stiamo parlando dell’unione fra il cantante Bill ed il suo falsetto, ormai un tripudio proposto e riproposto in un quantitativo di pezzi consistente e che, neanche a dirlo, domina anche le atmosfere del nuovo singolo.
Il brano nel complesso funziona perchè trainato da riferimenti disco anni 70 – presenti ma soft – e perchè propone una base sonora ben pensata e catchy, nonostante il primo ascolto non giochi a suo favore nell’immediato.

I Tokio Hotel presenteranno il pezzo in questione, ed il nuovo progetto, in un nuovo tour che toccherà anche l’Italia.
Ve lo dico in modo tale da prepararvi – psicologicamente – per il live report che ne conseguirà.