Ermal Meta @ Piazza Duomo BS – Live Report

Concerti - Recensioni

Il timore del meteo sembra vacillare su tutti i presenti un po’ come una sentenza di morte ma, sorprendentemente, il clima sembra collaborare e unirsi d’un tratto al team di Ermal Meta.
Un team, quello accorso per la data di Brescia, incline prevalentemente al girl power, caratterizzato solamente in maniera sporadica da qualche presenza maschile.

Tra dita incrociate e k-way sommersi nello zaino, la serata vede la luce verso le 21.30, in seguito ad un opening che, mea culpa, sento di ritenere non particolarmente all’altezza per motivi prettamente legati ai testi, suppongo.
Ermal fa il suo ingresso sul palco accompagnato da una band con cui, sin da subito, sembra danzare alla perfezione, complici sicuramente mesi di tour ben aizzati sulle spalle.
I primi pezzi si fanno strada fra l’ultimo album e i piacevoli ricordi – non troppo lontani – dei precedenti.
Le tematiche cambiano fra di loro e con esse le ritmiche, ma sin da subito un fattore risulta palpabile: è come se, Ermal Meta, fosse in grado di posizionare una telecamera nell’esistenza di chi lo ascolta e di chi lo vive, trattando di momenti che probabilmente abbiamo vissuto o che, è in grado di trasmettere al punto tale, da farci provare la sensazione o il desiderio di averli vissuti.
L’ipotetica telecamera di Ermal, non mira e non punta però a spiarci, bensì a raccoglierci, e al contempo raccogliersi, tentando di donare una comprensione e un volto a eventi di vita che, altrimenti, rimarrebbero lì, segregati in uno spazio e in un tempo a cui non tutti possono accedere.

Il tutto, mantenendo una penna raffinata, seppur diretta e senza fronzoli di contorno.
E sento il dovere di specificarlo perché, molto spesso, si ritiene che solamente chi fa della semplicità il proprio stile di scrittura, possa parlare della vita delle persone.
Semplicemente, non credo sia così.

La prova lampante di tutto ciò di cui ho parlato qui sopra, risiede e calza a pennello durante l’esecuzione di Caro Antonello, pezzo tratto dall’album Non Abbiamo Armi.
Il brano è di una delicatezza mostruosa a livello di atmosfere e non risulta particolarmente immediato a livello melodico, eppure, mantiene un taglio sporco che lo rende accattivante e dannatamente vero al tempo stesso.

Durante il live, Ermal non fa affidamento solo al mondo più intimo tipico della sua discografia, ma regala al suo pubblico una varietà importante di pezzi up tempo che gestisce dannatamente bene, soprattutto a livello di presenza scenica.
I testimoni? Indubbiamente i miei polpacci indolenziti, ma dovrete credermi sulla parola.

Insomma, Ermal Meta dimostra di avere una voce che potrebbe portarlo sulle stelle se solo lo chiedesse, una presenza scenica molto piacevole e coinvolgente, nonché una buona tecnica in vari strumenti musicali (anche se, suppongo, raggiunga la sua piena essenza nel pianoforte).
Eppure, e ne sono fermamente convinta, la sua reale forza risiede nella potenza dei suoi testi.
Si parla di amore, di violenza, terrorismo, perdita, infanzia e riscatto, ed è incredibile come riesca a dare un volto bellissimo e intricato a una varietà così vasta di sensazioni, seppur spesso trattate e ritrattate.
Per intenderci, se ricevessi due testi in anonimo, entrambi su una tematica a vostra scelta, probabilmente potrei riconoscere le parole di Meta.
Non per la ripetitività della proposta, bensì per la riconoscibilità dello stile.

Per capire meglio cosa intendo, vi consiglio vivamente l’ascolto di pezzi come Lettera a mio padre, Mi salvi chi può e Schegge, tra l’altro tutti grandi presenti nella tracklist della serata.

Insomma, è sempre bello per me, vedere le parole prendere forma e acquisirne un’altra ancora nella vita delle persone.
Ma, probabilmente, è ancor più bello vedere l’autore mentre le propone, con l’intensità e la naturalezza, del giorno in cui le ha poste nel mondo.

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