I Måneskin che non ti aspetti con Torna a Casa

music friday

Il music friday è sempre un pentolone di novità per chi, sulle vie di settembre, si rende conto di ascoltare, con una certa dose di imbarazzo nel cuore, la stessa playlist dai meandri di giugno.
Oggi tornano i Måneskin, perchè chiamarsi il secondo posto più inaspettato nella storia di un talent show pareva brutto, nonchè lievemente prolisso.
Tornano con una proposta che abbandona – per il momento –  le venature a cui ci avevano abituati durante X Factor e con i singoli post talent.
Il pezzo si chiama Torna A Casa e quando il play scatta su Spotify, ti chiedi se l’account Premium sia effettivamente scaduto e si sia riattivata l’inesorabile riproduzione casuale.
Poi, fa il suo corso anche la voce di Damiano David e, in un certo senso, a casa ci ritorni un poco anche tu.
Riconoscibile, ruvida ma che, lì per lì, sembra non si rivesta perfettamente dell’abito di una ballad.
Il testo prosegue incontrando lievi scivoloni, con riferimenti all’impossibilità di avere una vita perfetta in assenza della decantata Marlena, ma compensa poi con up pazzeschi, in particolare a livello della seconda strofa / Voglio arrivare dove l’occhio umano si interrompe / Prima ero quiete perchè oggi sarò la tempesta.
Ed è incredibile notare come, certe sonorità e certi picchi testuali, siano di inevitabile riferimento ad un tipo di atmosfere cantautorali che non avrei mai pensato che i Måneskin sfiorassero, o volessero mai sfiorare.
Certo, il brano probabilmente non riveste le mura della casa ideale dei Måneskin, ma non credo nemmeno che questo fosse l’intento.
Piuttosto, è palese come la band sia in grado di valutare e abbandonare più zone di comfort, fattore che sapremo analizzare con decisione nel momento in cui il primo album, verrà definitivamente alla luce.
Nel frattempo mi sento di dire che, i Måneskin, siano la scoperta più interessante e valida che l’edizione italiana di X Factor, abbia mai saputo regalarci.
E se continueranno ad avere fame di fare strada, quella vera, sapranno imprimere un’orma ben riconoscibile nel panorama musicale italiano.

 

Col sangue sulle mani scalerò tutte le vette
Voglio arrivare dove l’occhio umano si interrompe
Per imparare a perdonare tutte le mie colpe
Perché anche gli angeli, a volte,
Han paura della morte

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Pillole in viaggio (niente di Narcos)

Rumore e pensieri, Viaggi

Oggi ho capito di essere cambiata quando, per la prima volta nella vita, ho letteralmente guardato negli occhi un treno merci passare alla velocità tipica dei treni merce nelle stazioni dei treni (merce e non solo).

Questa cosa me la porto dietro da quando, mia nonna Paola – Paolina per gli intimissimi – mi accompagnava da piccola a vedere i treni passare, solo noi due e il tepore di una bicicletta, la stessa che, nonna, incolpava sempre di non decollare mai realmente.

Il tutto terminava puntualmente nella mia figura minuta – ebbene sì, c’è stato un periodo in cui la mia figura poteva considerarsi relativamente minuta – nascosta dietro la sua gonna, con la sola curiosità di uno sguardo a bucare la scena.

Non so quanti anni siano passati, ma oggi portavo quello stesso sguardo, ma non c’era nonna a dividermi da quello che da sempre, è il mio timore.

Lei ha un quantitativo di preoccupazioni importante sulle spalle oggi e a volte, se la guardate bene, potete coglierlo anche nel verde dei suoi occhi.

Ma è incredibile vedere come, nonostante il tempo passi, trascorra e intacchi quelle che consideriamo le nostre fondamenta, ci sono tasselli che vestiranno sempre l’abito della costante.

Quei pomeriggi alla stazione dei treni sono la nostra costante e, quando ne parliamo, il tempo si ferma a bere il nostro stesso caffè e noi, ci emozioniamo ancora.

Ciò che ascolti a Londra rimane per sempre

Playlist, Viaggi

Non so se, quella che sto per raccontare, sia una sensazione comune o meno.

Se proprio devo essere sincera, non sono nemmeno certa del fatto che, questo articolo, non possa rivelarsi d’un tratto un mero tripudio di parole senza capo nè coda.
Ma ho deciso di tentare, soprattutto perché mi piacciono le conclusioni che non arrivano e i navigatori di parole che non portano mai alla meta predestinata.

Succede che decido di fare un viaggio a Londra e un conseguente – nonché necessario – report della mia esperienza che, tra l’altro, potete trovare qui.
Succede anche che, faccio il mio ritorno in patria poco dopo, ma ci ritorno in un senso prettamente fisico.
Un qualcosa di indefinito ed indefinibile vaga ancora per quelle strade e non so se sia la mia tendenza all’esagerazione a parlare o se, effettivamente, un qualcosa di me sia rimasto laggiú.
Grazie a Dio non mi riferisco a documenti ed oggetti personali, altrimenti tutti questi ricami letterari sarebbero sostituiti da una gif di me stessa mentre mi prendo a sberle, in maniera insistente e continuativa.

Allora tento di recuperare quelle sensazioni e scopro di avere un importante quantitativo di gigabyte sul cellulare per farlo.
Cerco di inserirmi nuovamente nelle vibrazioni dei video e delle innumerevoli fotografie eppure, riesco ad attuare il mio check-in aereo mentale, solo grazie alle canzoni che mi ci hanno accompagnato, per quelle strade.
E d’un tratto, mi rendo conto di quanto la musica sia in grado di stupirmi ancora una volta, anche quando credo di aver scoperto tutti i suoi assi nella manica.

Ho deciso cosí, di parlarvi di tutte quelle canzoni che hanno accompagnato i miei passi, nel momento in cui le mie Adidas, hanno sorvolato il suolo londinese.
Non perché tutto questo debba avere una ragione o possa imprimere dentro chi mi leggerà, informazioni di vitale importanza.
Il solo nesso logico di questo articolo, vuole che queste quattro mura, prendano d’un tratto le sembianze imponenti di Trafalgar Square o il caos ordinario di Camden.

E se volete salire a bordo, il gate chiude tra pochi minuti.


The A Team – Ed Sheeran

 

Ci sono io seduta su un gradino, Trafalgar Square che mi porge il suo abbraccio e un artista di strada con la sua chitarra, i CD masterizzati con le sue demo ed i suoi desideri sparsi per terra.
D’un tratto The A Team prende forma e colore in quella che sarà la colonna sonora del mio viaggio.
E sento di ringraziare quel ragazzo: non ricordo il tuo nome, ma ricorderò per sempre il brivido della tua voce dall’alto del mio gradino.


You Know I’m No Good – Amy Winehouse

 

Un banchetto di vinili a Camden Town, l’ardore pungente dell’incenso e le dita impazzite alla ricerca di un disco che non avrei saputo inserire nel bagaglio a mano.
Il ragazzo del mercatino mi aiuta a mettere in ordine i dischi e i pensieri, mentre Amy fuoriesce da una cassa malridotta.

Something In The Way – Nirvana

 

Il grigiore rassicurante del cielo e del Tamigi, un vento che non sembra avere rivali.
Le persone circolano sul Tower Bridge, con stupore e abitudine sotto le scarpe.
Io mi nutro del mio stupore del momento, sognando fosse abitudine.

The Girl Is Mine – Michael Jackson ft. Paul McCartney

Io e la mia migliore amica mentre sorridiamo e lasciamo scorrere qualche lacrima all’interno dell’esibizione Michael Jackson On The Wall.
E in quei sorrisi e quelle lacrime, ci sono occhi che hanno visto tanto insieme, gli stessi che scruteranno ancora tanto altro.

Love It If We Made It – The 1975

 

Perché ho sempre desiderato che la voce di Matty Healy mi accompagnasse in una      visione british che andasse oltre le fotografie del Big Ben su Google Immagini.


Roxanne – The Police

Nonché l’unica canzone che Spotify mi permettesse di riprodurre durante il volo in aereo.
Ricordate sempre di scaricare gli album offline o avrete, come nel mio caso, la percezione che Sting vi aspetti a Stansted, considerando il quantitativo esagerato di volte in cui la riproduzione del pezzo è ripartita.

Insomma, ci sono altre canzoni che hanno camminato al mio fianco durante il mio viaggio a Londra e le trovate tutte proprio cliccando qui!
Credo non sia opportuno descriverle una per volta e donare di conseguenza un volto ad ogni canzone, o il pezzo assumerebbe un taglio estremamente sanremese con la conduzione di Claudio Baglioni.
Lascio che siate voi a fornire agli altri brani una location e un’emozione.

E per quanto riguarda la vostra esperienza, ci sono dei viaggi o dei luoghi che avete visitato, a cui associate inevitabilmente un brano o un album?
Fatemi sapere, alla prossima!

 

Ermal Meta @ Piazza Duomo BS – Live Report

Concerti - Recensioni

Il timore del meteo sembra vacillare su tutti i presenti un po’ come una sentenza di morte ma, sorprendentemente, il clima sembra collaborare e unirsi d’un tratto al team di Ermal Meta.
Un team, quello accorso per la data di Brescia, incline prevalentemente al girl power, caratterizzato solamente in maniera sporadica da qualche presenza maschile.

Tra dita incrociate e k-way sommersi nello zaino, la serata vede la luce verso le 21.30, in seguito ad un opening che, mea culpa, sento di ritenere non particolarmente all’altezza per motivi prettamente legati ai testi, suppongo.
Ermal fa il suo ingresso sul palco accompagnato da una band con cui, sin da subito, sembra danzare alla perfezione, complici sicuramente mesi di tour ben aizzati sulle spalle.
I primi pezzi si fanno strada fra l’ultimo album e i piacevoli ricordi – non troppo lontani – dei precedenti.
Le tematiche cambiano fra di loro e con esse le ritmiche, ma sin da subito un fattore risulta palpabile: è come se, Ermal Meta, fosse in grado di posizionare una telecamera nell’esistenza di chi lo ascolta e di chi lo vive, trattando di momenti che probabilmente abbiamo vissuto o che, è in grado di trasmettere al punto tale, da farci provare la sensazione o il desiderio di averli vissuti.
L’ipotetica telecamera di Ermal, non mira e non punta però a spiarci, bensì a raccoglierci, e al contempo raccogliersi, tentando di donare una comprensione e un volto a eventi di vita che, altrimenti, rimarrebbero lì, segregati in uno spazio e in un tempo a cui non tutti possono accedere.

Il tutto, mantenendo una penna raffinata, seppur diretta e senza fronzoli di contorno.
E sento il dovere di specificarlo perché, molto spesso, si ritiene che solamente chi fa della semplicità il proprio stile di scrittura, possa parlare della vita delle persone.
Semplicemente, non credo sia così.

La prova lampante di tutto ciò di cui ho parlato qui sopra, risiede e calza a pennello durante l’esecuzione di Caro Antonello, pezzo tratto dall’album Non Abbiamo Armi.
Il brano è di una delicatezza mostruosa a livello di atmosfere e non risulta particolarmente immediato a livello melodico, eppure, mantiene un taglio sporco che lo rende accattivante e dannatamente vero al tempo stesso.

Durante il live, Ermal non fa affidamento solo al mondo più intimo tipico della sua discografia, ma regala al suo pubblico una varietà importante di pezzi up tempo che gestisce dannatamente bene, soprattutto a livello di presenza scenica.
I testimoni? Indubbiamente i miei polpacci indolenziti, ma dovrete credermi sulla parola.

Insomma, Ermal Meta dimostra di avere una voce che potrebbe portarlo sulle stelle se solo lo chiedesse, una presenza scenica molto piacevole e coinvolgente, nonché una buona tecnica in vari strumenti musicali (anche se, suppongo, raggiunga la sua piena essenza nel pianoforte).
Eppure, e ne sono fermamente convinta, la sua reale forza risiede nella potenza dei suoi testi.
Si parla di amore, di violenza, terrorismo, perdita, infanzia e riscatto, ed è incredibile come riesca a dare un volto bellissimo e intricato a una varietà così vasta di sensazioni, seppur spesso trattate e ritrattate.
Per intenderci, se ricevessi due testi in anonimo, entrambi su una tematica a vostra scelta, probabilmente potrei riconoscere le parole di Meta.
Non per la ripetitività della proposta, bensì per la riconoscibilità dello stile.

Per capire meglio cosa intendo, vi consiglio vivamente l’ascolto di pezzi come Lettera a mio padre, Mi salvi chi può e Schegge, tra l’altro tutti grandi presenti nella tracklist della serata.

Insomma, è sempre bello per me, vedere le parole prendere forma e acquisirne un’altra ancora nella vita delle persone.
Ma, probabilmente, è ancor più bello vedere l’autore mentre le propone, con l’intensità e la naturalezza, del giorno in cui le ha poste nel mondo.

The Kolors @ Chiari – Live Report

Concerti - Recensioni

Chiari, una calda serata di fine estate.

Sento di ribadire la posizione geografica in quanto, le demo di attesa in sottofondo, sono rigorosamente in testo Naples, accompagnate da basi strumentali di natura elettronica che mi fanno riflettere su quanto, un disco del genere, potrebbe non uscire mai dal lettore CD della mia auto.
Non mi dilungo eccessivamente e, con una certa agilità, passo al fatto che stiamo per addentrarci in quella che a breve, sarà la tappa bresciana del tour dei The Kolors.

La serata si avvia verso le 21.30 e la setlist si apre prontamente verso orizzonti che il grande pubblico, quello della Vodafone e dei ritornelli immediati, probabilmente ha mancato di conoscere.
Non per ignoranza, ma semplicemente perchè, il concetto Kolors proposto in Italia, non va troppo oltre una pubblicità televisiva e la vittoria di un rinomatissimo talent show.
E non ci sarebbe nulla di male, se solo la capacità di gestione e proposta del suono di questi ragazzi, rientrasse nelle descrizioni di poco fa.
La scaletta verte prevalentemente, verso un album che gli albori di Amici non li aveva ancora neppur immaginati, ma che, a mio modesto parere, qualitativamente parlando batte a mani basse i progetti discografici della band nel periodo post talent.
Il disco in questione prende il nome di I Want e suppongo che ascoltarlo vi farebbe cogliere appieno le venature più sottili che sto tentando di proporvi in questo articolo.
La produzione potrà risultare più grezza, ma sono i suoni e gli arrangiamenti a donare ai Kolors una verità e una direzione, che qui in Italia potrebbe far impallidire il mercato discografico (se solo non fossimo in Italia).
Infatti la presentazione live di questi pezzi rende alla perfezione, e vengono portate alla luce sonorità, prevalentemente anni 80, in grado di coinvolgere anche i più scettici della piazza, non indifferenti ai richiami – sempre attuali – del passato.
Qui si introduce un altro fattore che, nel live dei Kolors, ho saputo apprezzare tantissimo.
Parlo infatti dei numerosi  riferimenti a band, solisti e icone del passato a livello di sound e, talvolta, anche a livello vocale, da parte del frontman Stash.
Il rischio, in questi casi, sarebbe di incorrere in scimmiottamenti imbarazzanti che dovrebbero far meditare su un’eventuale emigrazione immediata in un Paese straniero.
In questo caso, si tratta però di riferimenti appunto, pillole strumentali che sono chiaramente frutto di uno studio e una tecnica non indifferenti.

Non mancano le cover, anch’esse prevalentemente orientate sulla decade Eighties, pezzi dei Queen e dei Duran Duran, dove Stash conferma di schierarsi Team Duran nell’eterna sfida con gli Spandau Ballet (e per questo, acquisisce ancor di più la mia stima).

L’evento si fa strada in un live di circa un’ora e mezza e non nega al suo pubblico momenti  di natura prettamente strumentale, di una certa solidità tecnica.
Insomma, la gavetta è palpabile e non sto parlando dei pomeridiani di Amici e delle salette di prova con i professori.
Vetrina rispettabilissima, per l’amor del cielo, ma diamo ai Kolors quel che è dei Kolors.

Azzeccatissima la scelta, inoltre, di inserire un bassista nella band, fattore indubbiamente fondamentale nella riuscita strumentale della serata.

Insomma, questo live mi ha donato diversi spunti di riflessione, ma uno su tutti ha fatto breccia nella mia mente: è così importante, rassicurante a tratti, porre delle etichette, musicalmente parlando, nel nostro Paese?
O se il sentimento di categorizzare si rivelasse così necessario, non si potrebbe effettuare in seguito a una scorpacciata di informazione sugli artisti in questione?

 

RTL 102.5 Power Hits e l’ascesa di Jared Leto

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RTL 102.5 organizza per il secondo anno consecutivo la celebrazione del tormentone dell’estate, il tutto, nella suggestivissima cornice dell’Arena di Verona, rigorosamente sold out da settimane.

Non nego di serbare un filo di preoccupazione considerando che, se ci fosse una voce sul dizionario ad indicare l’esistenza meno estiva del pianeta, probabilmente trovereste il mio nome e numero di telefono.
Non fraintendetemi, non disdegno ombrelloni, l’acqua salata sulla pelle e i ritornelli catchy che sembrano martellarti il cervello: tendo solo a disdegnarli in maniera molto rapida.
Ma questo è un mare in cui, almeno per il momento, non nuoteremo.
La serata comincia puntuale alle 20.30 e, da subito, si coglie la maestosità con la quale la radio più ascoltata d’Italia ha organizzato minuziosamente questo evento.
Testimone ne è certamente l’elicottero che sorvola l’Arena per annunciare l’inizio dell’evento che, Angelo Baiguini promette, non terminerà prima di quattro ore.
Un altro rantolo di sudore e preoccupazione divampa sulla mia fronte: mi chiedo se alla fine dello show sarà un capello bianco a donarmi un’aria più saggia ed autoritaria, oppure una marcata ruga di espressione.

Si susseguono esibizioni di ordinaria partecipazione passiva, a momenti musicali di un certo spessore, performance che a distanza di 14 ore sento di non ricordare totalmente a spaccati emozionali che probabilmente mi hanno lasciato qualcosa.
Nelle scoperte positive sento di inserire innanzitutto le esibizioni di Ultimo, bellissima congiunzione tra la freschezza di parole nuove e la maturità pregna di sostanza e spessore nel proporle.
Il suo con Fabrizio Moro è, a mio avviso, il duetto più riuscito dell’estate, nonostante di estivo non abbia effettivamente nulla.
Pollice riverso al cielo anche per Calcutta, portatore di testi che non riesco mai a classificare totalmente in una colonna di spessore ma che, per questo motivo, considero geniali e sempre degni di una corretta analisi.
E poi è stato l’unico a dire che la sua di Arena, era più bella, in una serata tripudio di belli che siete.
Brava e super piacevole anche Alice Merton, un’iniezione di venature british in una serata cautamente nazional popolare.

Poi arriva l’exploit, il mio personalissimo momento di up, chiamatelo come meglio credete ma sto parlando del momento in cui un concerto si tramuta nel concerto.
I Thirty Seconds To Mars si fanno strada sul palco, si presentano sommessamente e in un attimo, Jared Leto – in una mise che amplifica sempre di più le voci di corridoio sulla sua presunta identità evangelica – invita tre quarti di venue sul palco.
Ragazzi, credetemi quando vi dico che un terrore così arguto e profondo, l’ho riscontrato solo negli occhi degli addetti alla sicurezza che ieri sera prestavano servizio in Arena.
Tra un “maledizione qui si finisce a Studio Apertoe un “mannaggia Ilaria non aveva proprio torto sulla cazzimma dei Thirty” , l’ormai duo, si porta a casa due esibizioni al cardiopalma (in tutti i sensi) e si rivela la colonna portante della serata.

Si prosegue con ulteriori momenti musicali più o meno degni di nota e , più volte, mi ritrovo a desiderare ardentemente di avere il carisma e l’eccentricità di Renato Zero e Cristiano Malgioglio, alla loro rispettiva età.

L’estate 2018 alla fine, se la porta a casa Loredana Bertè in featuring con i Boomdabash e mi sento felice per lei.
Non che la Bertè abbia bisogno di un award estivo per affermare la sua grandezza, ma la luce del riscatto e della rinascita sul suo volto, chiudono in bellezza questa serata.
Questa lunga, lunghissima serata.