Le canzoni più emotive della mia vita

Playlist

La mia esistenza, seppur relativamente breve, credo possa essere divisa e categorizzata, come all’interno di un faldone delle scuole medie: divisori colorati dell’edicola sottocasa e post it – con riferimenti a Francesco Sole – sulla copertina.
Suppongo che per tutti sia un po’ così: ricordiamo periodi di una serenità che ha saputo spaventarci ed altri dove, il famoso baratro, è arrivato ad una distanza pericolosa dai nostri piedi.
All’interno del nostro catalogo di vita, troveremo anche momenti dove l’ispirazione sembrava contornare persino le mura e momenti in cui, ci hanno insegnato talmente tanto, che sembrava il cuore potesse scoppiare dalla gioia.
Insomma, un’esistenza racchiude troppe cose dal peso e dalla caratura differente, per donare a tutte il giusto spazio.
La cosa che posso fare dunque, è parlare delle canzoni che, nei momenti che ritengo i più emotivamente forti della mia esistenza, erano lì.
Senza un motivo apparente ben preciso oppure per uno che non ho mai capito fino in fondo.
Queste canzoni sono il divisore colorato della mia esistenza.

Man In The Mirror – Michael Jackson

Se dovessi descrivere ciò che sono, ciò che voglio essere e quello che vorrei fare per me stessa e per gli altri, probabilmente getterei sul tavolo il testo di questa canzone.
Il tutto ad un punto tale che mi ha costretta a tatuarmi una frase del pezzo sull’avambraccio sinistro.

If I Had A Gun – Noel Gallagher’s High Flying Birds

Ho sempre adorato questa canzone.
E’ diventata una delle più emotive della mia esistenza, nel viaggio in auto più difficile della mia vita dove, la destinazione, non può fare altro che vomitarti addosso la realtà delle cose.

Who Wants To Live Forever – Queen

Non riconduco questo pezzo ad un frammento di vita in particolare, ma a ciò che è per me l’emotività nella sua concezione più materiale.
Questo pezzo per me è l’emotività.

Robbers – The 1975

Credo di aver deformato questo pezzo con le mie stesse mani, per quante sono le volte in cui l’ho interpellato.
Ci ho sempre rigettato tutta la delusione e la bellezza per quel momento (lunghissimo) della mia vita in cui, se aveste cercato sottona su google, vi sarebbe comparsa la mia fotografia in allegato.

Asleep – The Smiths

Questo pezzo racchiude tutto quello che non avrei mai saputo dire perchè, a volte, il dolore ti mozza il respiro in modi che non pensavi fossero umanamente possibili.
Eppure, la morsa che ti preme sulla gola esiste, ed è lì a provarti che tutto è potenziale, tutto viene a sfiorarti la punta delle dita un giorno o l’altro.

Quali sono le canzoni cardine della vostra vita?
Quelle che ne hanno scandito le fasi più decisive?
Mi piacerebbe leggervi nei commenti!

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Una birra con i TheGiornalisti – Live Report BS

Concerti - Recensioni

I punti che mi hanno spinto ad andare ad un concerto dei TheGiornalisti, sono fondamentalmente due:
1- le persone che lavorano con me sembrano essere state reclutate da un fanclub su Facebook;
2- una mattina alle cinque, dove Felicità Puttana risuonava potente nel mio abitacolo.

Succede dunque che al concerto dei TheGiornalisti ci arrivo ed il parterre, non è così indie alternative come lo immaginavo.
Piuttosto, la maggioranza, è costituita da coppiette più o meno – con un picco decisivo sul più – sopra i trent’anni, che mi danno la sensazione primitiva di quanto, probabilmente, saranno le varie Riccione e Completamente a scuotere il pubblico della serata.

Ogni concerto prevede, come molti di voi ben sanno, un’attesa di rito, durante la quale non suppongo però sia prevista l’uscita spaziale di Tommaso Paradiso, scalzo, da uno degli sbocchi laterali del palazzetto.
Il destino ed il Love Tour, hanno voluto che lo sbocco laterale del palazzetto fosse quello dove io poggiavo la schiena, dando vita alle foto che vi lascio qui sotto, scattate dalla mia amica decisamente più Usain Bolt di me.


Il concerto comincia alle 21.15 con una puntualità disarmante che, lo ammetto, credo mi abbia stupito.
Probabilmente, avevo un immaginario TheGiornalisti molto più egomaniac.
Il PalaGeorge di Montichiari sembra ruggire sin da subito letteralmente, in quanto l’acustica del luogo si rivela davvero di bassa qualità e, non sempre, permette di cogliere al meglio le liriche di Tommaso e compagni.

Il LOVE tour è un connubbio di gonfiabili e schizzi grafici da band tumbrl, membri dell’orchestra che sbucano dal sottosuolo e una parte corale che strizza l’occhio all’universo gospel.
Tutto carino, tutto suggestivo, a tratti, lievemente forzato.
Eppure la forza dei TheGiornalisti, risiede nella loro semplicità.
Risiede nella sensazione della penombra e della birra che ti fai la sera con gli amici, che si conclude con l’artista della compagnia che si piazza davanti ad un falò e ti racconta dell’ultimo pezzo che ha scritto.
Risiede nella spontaneità di un uomo che si china al cospetto di migliaia di persone dicendo che, la prossima canzone in scaletta, è stata scritta per te.
Ecco, i TheGiornalisti hanno la bellissima capacità di rendere intimo un palasport da gente che ce l’ha fatta senza l’obbligo di sovrastrutture che, sulla loro proposta musicale,  non fanno altro che assumere le sembianze di una forzatura.
Credo che si celi qui, la chiave del loro successo, fra un accenno fresco e malinconico agli anni Ottanta e la sensazione di trovarsi costantemente in un ambiente familiare.

Il concerto si conclude ed un filo di ragione ce l’avevo, perchè la maggioranza delle persone presenti, sembra attendere con ansia solo i pezzi radiofonici ultraproposti.
La scaletta vuole essere però, una congiunzione di ciò che i TheGiornalisti erano e di ciò che i TheGiornalisti sono.
Suppongo stia ai fans storici, decidere se il connubbio sia valso la candela.

Rivelazioni scottanti: il mio 2007 ed i Tokio Hotel

music friday

Fondamentalmente credo siano due, i fattori che sino ad ora sono emersi all’interno di questo blog.
Il primo è la mia marcata attitudine verso il drama.
Il secondo, è la mia marcata attitudine verso tutto ciò che è stato il 2007 e tutte le influenze emo propinate – e propinate ancora – in quel periodo.
Questo articolo, con molta probabilità, sarà la congiunzione di questi due fattori.

Dovete sapere che l’idea, è partita dal fatto che oggi cade l’anniversario da un concerto per cui ho lottato, come solo le ragazzine che scartano i biglietti Ticketone su Youtube hanno lottato.
Non nego di dovermi raccontare con un filo di imbarazzo in queste righe, perchè il concerto è quello dei Tokio Hotel e le mie reazioni vanno un filo controvento con tutto il radical chic decantato sino ad ora.
Non fraintendetemi, i Tokio Hotel non vanno analizzati come la band di undici anni fa, gente che si strappava i capelli e poi tentava di riposizionarli per riproporre l’acconciatura del tempo di Bill Kaulitz.
I Tokio Hotel, con gli anni, hanno acquistato una certa stabilità musicale che li ha condotti a produrre – autonomamente – degli album di tutto rispetto.
Il punto da trattare in questo articolo non è nemmeno questo però, nonostante alla fine troverete il consueto link con tutti i riferimenti discografici del caso.
Il punto è che, ci sono delle band o degli artisti, che abbatteranno sempre la nostra barriera da wild radical, conducendoci a delle reazioni tali, da dover proteggere i video dei relativi concerti con diciassette password.
Quella band per me, sono i Tokio Hotel.

E’ iniziato tutto nel lontano 2007 appunto, io avevo 9 anni e sta a voi decidere se fossi dannatamente precoce o già con inclinazioni drama queen nel sangue.
Succede che mi ritrovo in una stanza d’albergo al mare e mia madre, decide di accendere la tv su quello che era Il Mantra dei Tempi, il Festivalbar.
Compaiono questi ragazzi alla televisione ed io, chiedo a mia mamma di spegnere la televisione qualche secondo dopo.
Raga, avevo nove anni e di ragazzi con l’eyeliner così marcato non ne avevo mai visti.
Non potevo sapere che, lo smokey eye proposto dal cantante, sarebbe diventato Lo Smokey Eye.
La serata archivia tutto abbastanza velocemente, ma dentro di me, qualcosa, era già in funzione.
Ricordo solo, una volta a casa, di aver cominciato a raccogliere informazioni in tutti i modi possibili in cui, una bambina di nove anni, potesse raccogliere informazioni nel 2007: l’edicola e in particolare, la rivista Big.
Sentitevi pure liberi di inserire uno shoutout di ringraziamenti a Big.
Tutto ciò che ne è conseguito dopo, si racchiude fondamentalmente in poster attaccati nell’aula delle elementari e di fughe organizzate con le mie compagne di classe per raggiungere i concerti italiani.
Non temete, i piani consistevano in considerazioni diaboliche della serie: tu dici che vieni a fare i compiti a casa mia ed io a casa tua, invece prendiamo il treno e andiamo a Modena.

Il destino ha voluto poi che, i Tokio Hotel, li vedessi per la prima volta all’età di diciannove anni, mandando in fumo tutti i piani di fuga elaboratissimi del tempo.
Quella sera, in occasione di un concerto al Fabrique di Milano, speravo che l’età fosse dalla mia parte, ma sin dall’inizio, mi sono resa conto di non aver mai disinnescato le reazioni spropositate di quella bambina di nove anni. Anzi.
Lo stesso fattore si è puntualmente ripresentato nel concerto di un anno fa al Geox di Padova, ma questi sono segreti che rimarranno tra me e l’archivio del mio Huawei.

Avete delle band o degli artisti che vi hanno tolto tonnellate e tonnellate di dignità ai concerti?
Sarei curiosa di leggervi nei commenti! Alla prossima!

 

 

 

 

 

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XF12: slang, draghetti e pillole musicali

Concerti - Recensioni

La quantità di articoli che parlano di X Factor, in particolare nel giorno seguente alla puntata, potrebbe essere inferiore solo alle gaffe rigettate dalla Mara Maionchi Nazionale, nel corso della seconda puntata del talent.

Perciò, suppongo che mi piacerebbe analizzare la trasmissione da un altro punto di vista e, suppongo di volerlo fare, con un ritardo sulla linea temporale che mi permetta di proporlo nel modo più lucido possibile.
Scherzo, in realtà ho lavorato come una iena e non ho avuto il tempo di pubblicare.

SPOILER ALERT: il rischio, con un certo grado di consapevolezza, è quello di rivoltarmi d’un tratto, in un minestrone senza fine.
Un po’ come i Seveso Casino Palace che, con la loro proposta di Amore Capoeira, mi hanno fatto sospettare l’improvvisa apparizione sul palco di mia zia Pasqua, con un vassoio di tartine tra le mani (giusto per aggiungere ancora un pizzico di credibilità e coerenza alla performance).

Andando ad oscurare per un attimo il lato tecnico della trasmissione, vorrei soffermarmi su un aspetto che ogni volta mi sconvolge perché, seppur trash, rappresenta annualmente uno dei motivi per cui X Factor, mi fa raggiungere livelli di delirio mai sfiorati da nessun altro programma.
Il tutto risiede, sostanzialmente, nello slang adottato dai giudici.
A volte mi chiedo se, questi ultimi, vengano selezionati effettivamente per esperienza e cultura musicale, o per la capacità di partorire cimeli della caratura di Anche a Max Pezzali piace l’Heavy Metal ma non fa l’Heavy Metal oppure Volevo essere Lou Reed ma sono quello della vecchia che balla.
A proposito di Lodo Guenzi, a livello di slang può regalarci delle permanenti emozioni, anche perché io saluto già con un Ciao Draghetti , il 75% delle mie amicizie.
Se uniamo inoltre il suo tono vocale e l’accento da cartone animato, sono sin da subito in grado di proiettarmi in una spa di relax e soddisfazione.

La seconda puntata del talent ha celato diverse verità tra cui la scoperta del reale anno di nascita di Ghali (il 2012 secondo Mara), la conferma dell’appartenenza di Manuel Agnelli alla famiglia Cullen (dopo un’immersione improvvisa nella nebbia) e che, se ti risvegliassi Shaggy, potresti avere il microfono spento per 3/4 di esibizione, il tutto al fine di collaudare gli strumenti per TonyEffe.

Alla fine, sono stati i Red Bricks Foundation ad abbandonare la gara, contro un Emanuele Bertelli che, a mio avviso, aveva già bruciato la sua stella alle audition.
Curioso come, i Red Bricks, fossero la band con il livello strumentale più a fuoco all’interno del contest, supportati forse da un frontman troppo troppo difficile da cogliere, anche solo in superficie.
Ciò che è immediato e palese è quanto, il batterista della band, sia in realtà Ignazio Boschetto de Il Volo alla ricerca del brivido metal.
Il tutto, con la collaborazione del bassista, palesemente un Lorenzo Licitra, che ci riprova.

PREFERITI DELLA SERATA:

 

 
@credits : tutte le immagini riportate in questo pezzo sono state prese dal sito ufficiale di X Factor Italia :  https://xfactor.sky.it/xf12/concorrenti/

L’identità dei Måneskin è servita

Concerti - Recensioni

Sembra ieri quando, le audition di X Factor, sembravano porgerli al pubblico come i nuovi vincitori dopo tre minuti di esibizione ed io, dall’alto del mio divano, speravo celassero una certa cazzimma musicale perchè, quella visiva, ce l’avevano tutta.
Da quel momento di acqua sotto ai ponti ne è passata ed in merito, sono stati effettuati tutti i ragionamenti del caso secondo la quale – giustamente – una band non dimostra appieno il suo valore sino alla pubblicazione di pezzi propri.
Oggi abbiamo la prova del nove e si chiama Il Ballo Della Vita, il primo album di inediti dei Måneskin dopo l’esperienza del talent.

Se dovessi riassumere il disco in una parola, sin dall’albore dei primi ascolti, sarebbe senz’altro identità.
Il Ballo Della Vita è un disco che può trovare consensi o meno, a seconda della soggettività di ognuno ma che, indubbiamente, propone un’impronta identificativa netta e importante, fattore decisamente non scontato considerando la situazione discografica in Italia.
Insomma non è un album che, in radio, potrebbe fornire all’ascoltatore il dubbio su a chi appartenga la voce dalle casse, tantomeno l’orma strumentale.
Un altro elemento di spicco, è senz’altro il senso di rivalsa contenuto in praticamente tutti i pezzi, quasi in linea con la decantatissima Marlena.
Una rivalsa tale che, a metà dell’ascolto totale, l’istinto è quello di uscire in giardino in mutande ed urlare Ora ho la forza di rinascere / Lavare tutti i miei vestiti dalla polvere.

I Måneskin fanno il loro ingresso vero e proprio nel mercato discografico, con una proposta ben bilanciata tra l’inglese e l’italiano, anche se l’ago della bilancia verte prevalentemente su pezzi ritmati e uptempo.
Qui giunge l’aspetto, a mio avviso, più curioso del progetto.
Nella mia precedente recensione di Torna A Casa – potete trovarla qui – ho manifestato una certa confusione riguardo alla voce di Damiano vestita dell’abito affascinante – ma pericoloso –  della ballad.
Sono felice di ricredermi urlando a gran voce quanto, il pezzo più riuscito de Il Ballo Della Vita, sia proprio la ballad Le Parole Lontane , dove viene mostrata una venatura cantautorale e dalle atmosfere a tratti gotiche.
Ecco, mi sarebbe piaciuto ascoltare materiale maggiormente su questa linea nel disco, perchè trovo che, i Måneskin, abbiano delle possibilità positive anche in quel senso.
Questa, indubbiamente, è prevalentemente una considerazione personale, legata anche al fatto che il frontman Damiano, in ambito di liriche, ha dimostrato di possedere delle belle competenze.

Il Ballo Della Vita non è per il dinero, e non era necessaria la specifica nel featuring con Vegas Jones.
Quando un progetto racchiude personalità, i soldi non sono altro che una conseguenza.

Ad Halloween siamo tutti più emo

Playlist

Se dovessi riassumere la maggior parte dei 31 ottobre della mia esistenza, ne uscirebbe un videoclip dove vengo ritratta con le mani al cielo e il fuoco negli occhi, intenta a maledire tutta quella categoria di persone che, come per la maledizione della luna piena, ad ogni Halloween sembra diventare più incivile – nonchè costituita da teste di minchia.
Insomma, per donare una diagnosi più accurata, sono quel genere di persona che, fra lo scoppio di un petardo e il proprio corpo, preferirebbe interporre la distanza di un ordine restrittivo.
E’ anche vero che, odiare totalmente la festa di Halloween, sarebbe un enorme ammacco sul mio impeccabile CV da EMO comprovata e professionista, definizione che potrete cogliere appieno se avete vissuto il 2007 con un occhio solo perchè, l’altro, era seppellito dal frangione.

Infatti, nonostante l’intro abbastanza cruda, ci sono delle cose di Halloween che non odio ma che, al contrario, considero quasi dei principi.
All’inizio della lista troviamo i vampiri e la pelle bianca che mi conferisce, per il tempo di una notte, un aspetto più uniforme con il resto della società.
Poi ci mettiamo una spruzzata di Tim Burton, qualche film in ambientazione gotica e ritroviamo ancora una volta la musica.
Ci sono infatti delle canzoni, ma soprattutto dei videoclip, che alla fine di ottobre assumono un abito che li rende ancora più caratteristici.
Quelle che troverete nello spazio sottostante non sono le tipiche canzoni di Halloween, per quello c’è una playlist apposita – abbastanza figa – su Spotify.
Queste sono le mie canzoni di Halloween, condivisibili o inquietanti che siano!

1. GHOSTS – MICHAEL JACKSON


Il mio videoclip Halloween per eccellenza.
Esiste un’ulteriore versione di 39 minuti che trovate facilmente sul web.

2. LOVESONGS (THEY KILL ME) – CINEMA BIZARRE

Correva il 2007 e correvo anche io, in un’altra stanza, quando questo videoclip partiva su TRL.


3. WAKE ME UP BEFORE YOU GO-GO – WHAM!

No, non credo di dover intraprendere un percorso di terapia, anche se il primo passo per risolvere un problema, è ammettere di averne uno.
Che cosa vi devo dire, ho sempre percepito vibes abbastanza horror dalla leggiadria sonora di questa canzone.
La prova del nove è solo una: un viaggio in auto, un orario notturno abbastanza scabroso e questo pezzo in loop. Fatemi sapere!

4. SWEET DREAMS – MARYLIN MANSON VERSION

Bellissimo l’accostamento di George Michael avvolto in un maglione rosa, appena qui sopra.


5. DON’T THREATEN ME WITH A GOOD TIME – PANIC! AT THE DISCO

Perchè il tepore della voce di Brendon Urie, merita sempre delle venature horror.

Perfetto ragazzi, questa era la mia top five in onore di questo Halloween alle porte.
Quali sono i pezzi che invece sfoggiate voi per questa ricorrenza?
Sarei felice di leggerli nei commenti!
Alla prossima!

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A Star Is Born ed è destinata a brillare

Cinema

Se ne sta parlando in tutte le salse possibili e, complice, è sicuramente l’uscita molto fresca.
Ma quando guardi A Star Is Born per la prima volta e, in maniera decisamente repentina, desideri che ce ne siano altre, ci sono troppi aspetti di cui parlare per veicolare la pellicola ad una semplice uscita di un venerdì di ottobre.
Il primo fattore lampante, lo stesso che trovate fra le prime righe dei blog ad ogni clic, riguarda l’interpretazione magistrale di Lady Gaga, spogliata di una qualsiasi abituale sovrastruttura per lasciare spazio ad un qualcosa che assomiglia decisamente, al tepore di un’essenza.
Lady Gaga nella pellicola è Ally, un’aspirante musicista con questa voce e questo approccio alla musica in grado di sfogliare delle pagine di te che, solitamente, tendi a tenere alla fine del libro.
Ecco, questo potrebbe essere un degno riassunto dell’interpetazione sublime di Lady Gaga: ha costruito il personaggio dimenticando un qualsiasi tipo di costruzione, vestendo i panni di una riuscitissima congiunzione tra la forza e la fragilità dell’arte, attuando lo stesso processo ponendo sul tavolo la forza e la fragilità di una donna che ama, rivelandosi più volte la colonna portante della sua relazione, non vanificando però, momenti di smarrimento.
Perfetta, misurata e super espressiva, con un viso che sembra quasi richiedere lo schermo di un cinema.

Che dire poi di Bradley Cooper, il vettore perfetto per farti sentire sulla pelle i drammi che la dipendenza comporta.
Bradley regala un’interpretazione pregna di verità, a tratti straziante, ma che non smette nemmeno per un secondo di rivelarsi comunicativa.
Anche il suo approccio alla regia segue la stessa linea di pensiero e, alla fine del film, hai come la sensazione che Jackson Maine necessiti di Cooper per esistere in maniera convincente.

Il film è un piccolo gioiello, la trama non ha quel pizzico di radical chic che l’Oscar solitamente richiede, ma è supportata da colonne sonore qualitativamente impeccabili che, anche nei momenti di happiness, ti fanno voltare verso il tuo compagno di cinema per esordire con un sonoro “non ci credooo”.

Bello, struggente, in grado di farti affezionare ai personaggi e di donare una visione realistica di ciò che il mondo musicale rappresenta oggi, sopratutto fornendo uno specchietto ben definito dello stigma della cantante donna pop.

Andate a vederlo e considerate l’idea di infilare un pacco di Rotoloni Regina nella borsa.

 

 

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Le Nove Primavere di Ermal Meta

music friday

Dopo una selezione di pezzi up-tempo a fare da colonna sonora all’estate appena trascorsa, Ermal Meta torna a parlarci del suo ultimo album nelle vesti in cui, probabilmente, lo conosciamo meglio.
Il pezzo selezionato come nuovo singolo, è infatti 9 Primavere, un ritorno alle sonorità più intime e cantautorali dell’artista, con una vena radiofonica non indifferente.
Il brano sembra parlare della quotidianità di una storia d’amore facendo riferimento a momenti ben precisi e che sembrano coinvolgere un po’ tutti / Torno tardi mangia pure Non mi devi più aspettare / Spegni quella luce amore Fa un casino di rumore.

L’aspetto interessante di questa canzone verte principalmente nel modo in cui la quotidianità viene proposta.
Spesso infatti, scrivere di ciò che viviamo giornalmente, mette nella condizione di scrivere superficialmente o addirittura, di farlo male.
9 Primavere pone una riflessione veritiera della quotidianità che, con troppi fronzoli, non potrebbe di certo funzionare, ma lo fa mantenendo una raffinatezza di base tipica della penna di Meta, aspetto ricorrente anche nella sua discografia ed emerso durante il live report del concerto a Brescia (lo potete trovare qui).
Ermal Meta seleziona quindi, a mio parere, uno dei pezzi migliori di Non Abbiamo Armi per inaugurare la stagione musicale di questo autunno e rende onore ad un album testimone di una bellissima congiunzione tra la musica e le parole.

Torna Titanic (ma non torna la mia dignità)

Cinema

Ho capito quanto Leonardo DiCaprio fosse il mio tallone d’achille, in un indefinito giorno di circa sei anni fa.
Ricordo di essermi imbattuta in un tweet che decantasse quanto Titanic non avesse fatto piangere la persona in questione, senza insulti in background o cose di questo genere.
Con la maturità intellettuale che mi contraddistingueva in quegli anni, ricordo di aver segnalato il tweet nella sezione “contiene materiale offensivo o dannoso”.

Succede che trascorrono circa sei anni e, Titanic, esce nuovamente nelle sale cinema in occasione del ventennale d’uscita italiano.
Dovete sapere che, in questi sei anni, ho avuto la possibilità di vederlo una quarantina di volte e vi giuro, vorrei dirvi che il numero sopracitato sia il frutto della mia solita e concitata esagerazione ma, purtroppo, mentirei spudoratamente.
Succede anche che, penso di poter affermare con certezza, nessuna di queste quaranta volte mi abbia lasciato senza un emergency di fazzolettini Tempo nella dispensa.
L’ultima necessaria specifica riguarda quanto, negli anni, Leonardo DiCaprio sia diventato la mia concezione umana e ultraterrena di cinema, per interpretazioni MAGISTRALI della caratura di Shutter Island e Il Grande Gatsby, puntualmente presenti nella lista dei miei film preferiti in assoluto (anche se è per Jack Dawson, che mi butterei nelle acque gelide sotto il transatlantico).

Insomma, leggo la notizia della riproposta ed inizialmente, mi riprometto persino di non andarci per questa volta.
Ma poi, come una mina vagante, giunge le consapevolezza che anche in occasione di questo anniversario, piangerò le ultime briciole della mia dignità fra i piatti che nessuno aveva mai usato e le lenzuola dove nessuno aveva mai dormito (se non avete il mio grado di delirio Titanic, non capirete mai questa cit).

Così, per l’ennesima volta, all’interno della sala cinema si manifesta il mio di copione, che sfocia in tentativi – falliti – di trattenere i singhiozzi e mantenere una certa posa che si avvicini anche lontanamente alla ricerca di una qualsivoglia dignità.
Ma la conclusione è che SONO FELICE di perderla per Titanic, una stupefacente e divina Kate Winslet e la mia personalissima concezione attoriale, Leonardo DiCaprio.
Non ci sarà MAI un film che saprà abbattere le mie difese – immunitarie e non – come Titanic e scusate l’uso eccessivo del caps lock, ma Titanic merita l’esagerazione.

Non so cosa ne sarà della mia vita, se mi costruirò una famiglia, se punterò la mia esistenza sul lavoro, se diventerò la zia simpatica che gira il mondo.
So solamente che Titanic mi ridurrà sempre con la testa nascosta nella borsa –  o sotto il cuscino – per tutti i rewatch della mia esistenza.

 

 

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Il ritorno dei Twenty One Pilots con Trench

music friday

This is not rap, this is not hip hop
Just another attempt to make the voices stop

Cantavano così i Twenty One Pilots in HeavyDirtySoul, pezzo tratto dall’album che, oggi, è il creatore di aspettative dall’altezza considerevole sul nuovo progetto.
Un’altezza che vede, nell’eventualità di una caduta, poche possibilità di scampo.

Questo non è rap, questo non è hip hop e Trench si distacca ulteriormente da una qualsiasi categorizzazione.
Trench non è Blurryface, e non è ciò che ti aspetteresti da un sequel Twenty One Pilots.
I suoni cambiano abbastanza nettamente, mantenendo una certa connessione con il periodo antecedente solo nei singoli apripista, Jumpsuit e Nico and The Niners.
Il resto, si tramuta in atmosfere malinconiche, forse meno catchy ed immediate rispetto ai lavori precedenti ma che, nel complesso, funzionano.
Funzionano perchè il disco si rivela dannatamente vero ed è quasi palpabile il distacco musicale con ciò che ha rappresentato l’era prima di Trench.
Con distacco non mi sento di parlare di un’inversione di marcia o di rinnegare un certo tipo di percorso, lo stesso selezionato sino ad ora.
Trench è il distacco della sperimentazione, della ricerca di nuove identità mantenendo però un’impronta che, il mercato discografico di oggi, si dimentica spesso di offrire.
E con sperimentazione, non intendo ciò che si usa oggi per scusarsi di un disco mal riuscito o al di sotto delle aspettative.
Parlo dell’esigenza di non accontentarsi mai dell’acqua che tira al proprio mulino, per andare alla ricerca di sorgenti che potrebbero rivelarsi altrettanto proficue.
I Twenty One Pilots lo hanno fatto in questo album, non andando a tralasciare, per quanto mi riguarda, una certa intensità a livello testuale.
Un esempio lampante risiede in Neon Gravestones, il pezzo che, tra tutti, ha saputo catturare maggiormente la mia attenzione.

Il disco è stato pubblicato nella giornata di venerdì 5 ottobre e quindi, questa è solo la scrematura di un’opinione.
I dischi vanno divorati e vanno messi alla prova del tempo e Trench, deve ancora vivere tutti questi passaggi.
I Twenty One Pilots però, in questo continuo rinnovo di sè, possono rappresentare una bellissima realtà musicale per un lungo periodo di tempo.