Vince Mahmood e la strumentalizzazione è dietro l’angolo

too radical to be real

La domenica apre le sue braccia con una lieve pioggerellina di contorno.
Probabilmente, sono le lacrime di Claudio Baglioni e la consapevolezza di dover accantonare i duetti per un po’.
Quando Sanremo finisce ci sentiamo tutti un po’ più soli e, ciò che abbiamo snobbato per una settimana, andiamo a ricercarlo morbosamente all’interno delle playlist di Spotify anche se, Piccolo Grande Amore, non ha più quel vibe emotivo che rieccheggia nell’Ariston, mano sul cuore e sguardo rivolto al soffitto del salotto.

Il risveglio di questa domenica post sanremese ha il sapore dei Soldi, non perchè un parente ricco ci abbia piazzato un bonifico in banca – sia mai – ma perchè Mahmood ci ha regalato la vittoria più inaspettata degli ultimi anni.
Non perchè il pezzo non avesse una caratura interessante o non puntasse a posizioni proficue, ma di certo non avrei mai pensato di vedere il Leoncino fra le mani di Mahmood, mentre le due di notte stavano per rintoccare sull’orologio.
Vado a dormire decisamente stupita, ma con una sensazione tutto sommato positiva nella testa: vince un artista giovane e con una proposta accattivante sia dal punto di vista sonoro che testuale.
Certo, non avrei mai nemmeno lontanamente posizionato di mia volontà Soldi all’apice del cielo di Sanremo, ma va bene così e l’unica cosa che mi causa un’embolia polmonare è la decima posizione di Enrico Nigiotti.

Mi piace pensare che la linea di questa positività sia destinata a continuare anche al mio risveglio ma sfortunatamente, mi ricordo quanto Sanremo sia un bellissimo contesto violentato da una dose di strumentalizzazione che, a volte, è in grado di mozzarmi il respiro.
Vince Mahmood ed è subito in cantiere il dipinto secondo la quale, la sua, sia l’esistenza di un ragazzo egiziano fuggito da realtà improponibili e di quanto questo debba rappresentare uno switch immediato nella nostra cultura.
Secondo l’etica Sanremese – nonchè tipicamente italiana – Mahmood non vince perchè ha portato una canzone figa e lo ha fatto con uno stile ben delineato: Mahmood vince perchè si deve per forza urlare alla vittoria politica o al caso umano.
Tant’è che si coglie quasi un manto di delusione quando, in sala stampa, Mahmood annuncia – come se fosse un fattore musicalmente di rilievo – di essere un ragazzo 100% italiano, perchè il dipinto macchinato dalla Sala Stampa andrà a perdere sostanza.

Mi sveglio e prendo visione di un video che, fondamentalmente, rappresenta tutto ciò che io vorrei fare nella vita, ovvero scrivere e vivere conseguentemente di musica, nonchè dei racconti che ne derivano.
In questo video, vedo persone che hanno la fortuna di praticare questo mestiere nella quotidianità esultare ed urlare “merde!” alla proclamazione del terzo posto de Il Volo.
E allora capisco che, davvero, qualcosa non va.
Capisco che, quando il giorno dopo la fine di una kermesse dedicata alla musica ci ritroviamo a parlare di polemiche nervose, qualcosa non funziona e va cambiato.
Capisco che il giornalismo musicale in Italia è deteriorato e che, la musica, è un pretesto per vomitare sentenze che non avrebbero sfogo altrove.
Ci stanno le critiche e le recensioni perchè io stessa ne propongo sul mio spazio, ma il tutto deve sempre essere supportato da un aspetto prettamente tecnico.

Sanremo scivola via così, cominciando in uno spettro musicale che lì per lì non avevo ritenuto di troppo spessore e finisce con canzoni che, sera per sera, hanno costruito una propria riconoscibilità.
Fra tutti ho trovato tanta validità ed emozione nei pezzi di Enrico Nigiotti, Daniele Silvestri, Ultimo, Simone Cristicchi ed Ex Otago, senza disdegnare il riscatto di Loredana Bertè ed andando persino ad urlare a squarciagola A VENTISETTE COME AMYYY (Rolls Royce ndr). 


Too Radical To Be Real: Perchè Sanremo è Sanremo finisce qui!
Vi ringrazio per avermi seguito e per essere stati estremamente radical ed estremamente trash in mia compagnia.
Quali sono le vostre conclusioni in merito al podio finale del Festival?
Avete qualche considerazione sullo status del giornalismo musicale in Italia?


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Il podio di Sanremo secondo Micalien

too radical to be real

Nonostante il titolo del pezzo vada palesemente a citare il Vangelo, spero di non avere disguidi con i copyright ecclesiastici.

Anche la terza puntata del Festival ci fa ciao ciao con la manina e se chiudiamo gli occhi, riusciamo a percepire la mancanza dei vocalizzi di Claudio nostro e la corposità del suo fondotinta.


È tempo di bilanci: tutti i pezzi hanno avuto la possibilità di riscattarsi con il tepore di un ulteriore ascolto sul palco dell’Ariston e, le radio, stanno cominciando a spararli a raffica come in una grandinata di fine novembre.
Giunge così, inebriante, il momento in cui le nostre case si riscaldano di scommesse da casinò sulle canzoni in lizza per la vittoria, sbattendo sul tavolo teorie discografiche che manco Rudy Zerbi nei pomeridiani di Amici.
Qui di seguito trovate le mie considerazioni riguardo a ciò che, per mio modesto e discutibilissimo gusto personale, vorrei che si verificasse.
Nell’area subito sottostante, invece, andrò ad abbozzare ciò che, nell’eventualità di quello che ho potuto constatare, secondo me andrà ad accadere.

LA TOP 3 SECONDO MICALIEN.

Nel podio che vorrei, un Enrico Nigiotti emozionato solleva il Leoncino tanto ambito al cielo, mentre Ultimo e Daniele Silvestri applaudono il collega che i bookmakers avevano seppellito nelle statistiche.
Vi spiego subito il punto cardine del mio podio: il trionfo, sublime ed ineguagliabile, della scrittura.

Nonno Hollywood, in un universo prettamente Micalien, dovrebbe vincere perché dona il volto a momenti che, la consapevolezza di non poter rivivere, tende a tenere ben sigillati in uno scrigno di memoria difficile da riaprire.
Enrico Nigiotti scoperchia a mani aperte questo scrigno un po’ anche per chi non ha saputo farlo e lo fa riportando una vena cantautorale – a livello testuale ed interpretativo – di una qualità ed intensità estreme.

Il podio dovrebbe giocarselo Ultimo perché, nonostante abbia pezzi più intensi sulle spalle, porta un brano che dimostra che le nuove penne sono ancora un bagaglio su cui investire e da dove poter estrarre spunti che non sempre sono da gettare.

Anche Daniele Silvestri dovrebbe esserci perché il suo Argentovivo è un coltello che prima o poi è giusto che ti tagli.
Un po’ per la caratura di certe tematiche e un po’ per la bellezza ineguagliabile di saperle raccontare.

LA TOP 3 SECONDO SANREMO.

Nonostante mi sia capitato spessissimo di leggere online premonizioni riguardo la presenza sia di Ultimo che di Irama sul podio, ho l’impressione che ci sarà una sorta di selezione che, alla fine, condurrà solo uno dei due a giocarsi la vittoria finale.
E al momento, non ho idea di chi possa avere la meglio.

Per il resto, penso che anche Loredana Bertè possa avere speranze in questo senso, accompagnata da Simone Cristicchi che potrebbe avere una bella spinta al televoto in seguito alla serata dei duetti.

Quale sarebbe la vostra TOP 3 ideale?
E quella che vi aspettate?
Sarei felicissima di leggere i vostri riscontri nei commenti!

LEGGI QUI LA RUBRICA DI SANREMO
Too Radical To Be Real: Perchè Sanremo è Sanremo!
Too Radical To Be Real: la prima puntata di Sanremo
Too Radical To Be Real: la seconda puntata di Sanremo


Too Radical To Be Real: la seconda puntata di Sanremo

too radical to be real

Una temperatura primaverile investe la mia città in questi giorni ed è subito un exploit di cappotti gettati nei sedili posteriori e un fischiettio di buon umore a risuonare negli abitacoli.
Eppure c’è un gelo, un gelo di base che sembra mozzare il respiro prima che vada a compiere la sua totale ascesa.
Non cammino più per le strade con la spensieratezza di un tempo e credo di non essere la sola a provare la stessa – macabra – sensazione sulla pelle.
Fisso imperterrita i vicoletti bui, gli angoli nascosti delle strade e persino i solchi cechi dei marciapiedi.
Perché il timore non è più quello di vedere Pennywise fuoriuscire dal sottosuolo, ma bensì Claudio Baglioni con un microfono in mano e la proposta velata ma evidente di cimentarsi in un duetto.

La seconda puntata di Sanremo inizia così, con brandelli di discografia che zio Claudio non aveva ancora proposto e un sorriso accondiscendente a documentare il tutto, in attesa di uno switch della metodologia di conduzione che – spoiler – non arriverà.
Il secondo appuntamento del Festival merita un’analisi prettamente gestionale, perché i dodici brani riproposti non hanno particolarmente RIBBBBALTATO – grazie Alessandro Borghese – le carte in tavola rispetto alla serata inaugurale.
Sì, il pezzo di Paola Turci si riscatta in modo lieve, la standing ovation alla Bertè ribalta le premonizioni dei bookmakers e la Stampa – a quanto ho percepito – simpatizza per Rolls Royce.

Fra tutti questi frammenti di seconde possibilità, tralasciando gli ascolti dei brani, era la conduzione che doveva proporre prove o smentite delle fievoli impressioni della serata precedente e ricevere di conseguenza, la possibilità di riscatto più ambita.
Eppure questo riscatto non arriva mai e man mano che la serata scorre – come uno sciroppo amaro per la bronchite – il buio cala sull’umorismo tipico che sfocia nell’imbarazzo dei presenti in sala.
Io ve lo giuro, trarre conclusioni snob e da blogger acida come la marmellata scaduta nel 2004 non è mia intenzione, tantomeno ritengo che queste critichette bohemienne siano la strada verso il fantomatico mondo delle views e dei consensi Tumbrl.
Semplicemente, non riuscirei a ridere delle gag proposte dai Claudio e dalla Virgi Nazionale nemmeno se mi proponessero un tête-à-tête con Leonardo DiCaprio per farlo.
Non so se invecchiare mi inacidisce o se, l’apertura di questo blog, mi abbia trasformato in un inceneritore di emozioni: eppure la mia seconda serata della kermesse viaggia a rilento, fra messaggi su Whatsapp dove chiedo ripetutamente se fosse il mio televisore ad avere problemi o se lo sketch fosse stato proposto realmente.

Il lato interessante della serata sfocia nel constatare come, la Sala Stampa, abbia innalzato i nomi che rendevano questo Sanremo di marcatura indie, operazione che la Giuria Demoscopica ha gettato nella zona rossa solo la sera prima.

Cosa ne pensate della classifica parziale proposta dalla Sala Stampa?
E della seconda puntata in generale?
Ci riaggiorniamo domani!


Too Radical To Be Real: la prima puntata di Sanremo

too radical to be real

Immaginatevi il tepore deserto di una tangenziale alle dieci di sera, io che finisco di lavorare a quell’ora e un solo urlo che si solleva soave dall’alto di una Ypsilon: Claudio Baglioni, aspettami! 
Successivamente vi chiedo di proiettarvi nella tetra immagine del mio corpo riverso sul divano – con un fiatone di natura prettamente polmonare – mentre Sanremo scorre dinamico – ma non troppo – alla tv.
Benissimo: ora possiamo cominciare ad inoltrarci in quella che sarà la prima sezione di Too Radical To Be Real.

PS. Solitamente non amo categorizzare le canzoni all’interno di un numero.
Nel caso di questa rubrica però, la classificazione mi risulta fondamentale, per permettervi di cogliere in quale parte delle mie preferenze i pezzi vanno a collocarsi.

FRANCESCO RENGA – ASPETTO CHE TORNI VOTO 6+

Francesco Renga è diventato un interprete caratteristico a tal punto che sarebbe opportuno considerare di aggiungere il termine Rengoso, allo slang musicale, per tutti quei pezzi con testi di una bella caratura e una spinta vocale considerevole.
Il pezzo tipicamente Rengoso per l’appunto, forse un filo meno immediato.

NINO D’ANGELO E LIVIO CORI – UN’ALTRA LUCE VOTO 5

Ecco che arriva come un proiettile la pillola Clementino/Hunt che ci pigliamo ormai da qualche anno a questa parte.
L’unica differenza è che, in questo caso, il rapper è Nino D’Angelo.
Faccio molta fatica a cogliere l’intenzione del pezzo e tutt’oggi non la trovo.

NEK – MI FARO’ TROVARE PRONTO VOTO 7-

Nek è una stazione radiofonica fatta e finita, tant’è che dovrebbe considerare di cambiare il nome d’arte in Nek 102.5.
E’ come se conoscesse minuziosamente le sonorità che fanno battere ad intermittenza le nocche sul volante e le riproponesse in questo pezzo.

ZEN CIRCUS – L’AMORE E’ UNA DITTATURA VOTO 5

Gli Zen Circus inaugurano il primo tributo visivo a Ermal Meta.
Perdo le venature del pezzo sin dall’inizio perchè l’interpretazione è molto confusa e finisce per confondere anche me.

IL VOLO – MUSICA CHE RESTA VOTO 7.5

Nonostante parlare male de Il Volo faccia views e doni quel pizzico di radical chic agli articoli, fondamentalmente è da stronzi.
Potrebbero cantare anche la lista della spesa, andando comunque a fare solletico ad un’emotività repressa ma presente.
Il testo non è da Premio Lunezia, ma il loro potere sta nel proportelo come se lo fosse.

LOREDANA BERTE’ – COSA TI ASPETTI DA ME? VOTO 7

Loredana propone un ruggito radiofonico che la vede proseguire su una linea di innovazione che percorre ormai da due anni a questa parte.
Il pezzo sembra proporre un’interessante linfa vitale.

DANIELE SILVESTRI – ARGENTOVIVO VOTO 7.5

Daniele Silvestri si ritaglia il suo posto nella kermesse con un pezzo che, la tendenza al taglio, ce l’ha tutta.
Il testo è diretto, spigoloso ed arriva dritto come una spada.

FEDERICA E SHADE – SENZA FARLO APPOSTA VOTO 6

Federica Carta e Shade propongono un pezzo che troverà riscontro fra un target di pubblico che già possiedono.
Per puntare più in alto, il pezzo non possiede la credibilità testuale necessaria.

ULTIMO – I TUOI PARTICOLARI VOTO 7 +

Ultimo ci propone un testo che mi fa ancora sperare nelle nuove penne del cantautorato italiano, ma in una versione estremamente Tizianosa (Ferro ndr) di se stesso.
Ciò non toglie che il pezzo navighi in acque estremamente proficue.

PAOLA TURCI – L’ULTIMO OSTACOLO VOTO 5

La rima Minuti/Saluti mi causa lì per lì qualche scompenso emotivo.
Il pezzo è fin troppo educato e viaggia su un Trenord che non arriva mai.

MOTTA – DOV’E’ L’ITALIA VOTO 5

Motta riprende il secondo tributo visivo della serata ad Ermal Meta ma il pezzo non mi fa cogliere quale sia il messaggio e a quale natura appartenga o voglia appartenere.

BOOMDABASH – PER UN MILIONE VOTO 5 –

Virginia Raffaele annuncia una schiera di 127 autori e successivamente veniamo a conoscenza di quella che sarà la prossima sigla del Cornetto Algida. Benissimo!

PATTY PRAVO E MATTIA BRIGA – UN PO’ COME NELLA VITA VOTO 6

Il disguido tecnico mi fa venire voglia di abbracciarli e, allo stesso tempo, di nascondere un ghigno beffardo sotto al cuscino.
Il pezzo è da risentire, ma il connubbio non risulta così improbabile come previsto.

SIMONE CRISTICCHI – ABBI CURA DI ME VOTO 7.5

Il testo è magistrale e l’interpretazione sancisce un matrimonio di intensità emotiva.
Se avesse avuto un guizzo strumentale in più, avrebbe sfiorato hype di emotività superiore.

ACHILLE LAURO – ROLLS ROYCE VOTO 5

Il testo va a solleticare intrighi di fattanza che solitamente tengo nel cassetto, ma la parte strumentale del pezzo è una linea piatta sull’elettrocardiogramma.

ARISA – MI SENTO BENE VOTO 5+

Il pezzo di Arisa sembra tratto dal sequel di Split perchè, lo switch emotivo del ritornello, è degno delle ventiquattro personalità.
Un’allegria molesta di cui non sentivo troppo il bisogno.

NEGRITA – I RAGAZZI STANNO BENE VOTO 6

I Negrita fanno parte di quella schiera di tanto caratteristici da poter creare un genere a parte a loro nome.
La canzone si fa sentire volentieri ma accantonare altrettanto volentieri

GHEMON – ROSE VIOLA VOTO 5

Ghemon annuncia la sua collaborazione con Crudelia Demon nel vestiario e pone sul palco una vocalità Nina Zilli che non gli avevo mai associato prima d’ora.
Testo lievemente intricato ma non mi conduce da nessuna parte.

EINAR- PAROLE NUOVE VOTO 6+

Einar si ricollega al mondo di Split con una ballad dove il ritornello sfocia in vibes tamarri Steve Aoki post 2013.
In compenso lui mostra una credibilità che solitamente non propone.

EX OTAGO – SOLO UNA CANZONE VOTO 7-

In un tripudio di denim, gli Ex Otago portano un pezzo che coniuga una bella spinta testuale e una base ben strutturata.
Inoltre, il cantante, è potenziale materiale da milf idol. (Tommaso Paradiso, trema!)

ANNA TATANGELO – LE NOSTRE ANIME DI NOTTE  VOTO 5

Pensare all’anima di Gigi di notte risulta un filo creepy e falsa l’ascolto in partenza.
La canzone non è altro che l’ennesimo pezzo Tatangeloso che ti aspetteresti dalla Tatangelo.

IRAMA – LA RAGAZZA CON IL CUORE DI LATTA VOTO 8

Irama sfoggia ben in alto la bandiera che congiunge la sua essenza artistica: testi ben strutturati ed immediatezza espositiva.
La sua catfight al televoto non sarà altro che con Ultimo e il suo fandom.

ENRICO NIGIOTTI – NONNO HOLLYWOOD VOTO 9

La vena emotiva di questo pezzo ti travolge come un treno in corsa e legge tutte quelle pagine di un diario segreto che tendi a tenere ben richiuso nel cassetto.
Enrico Nigiotti con questo pezzo trova la chiave di questo cassetto.

MAHMOOD – SOLDI 6.5

Mahmood è l’evoluzione di Madh, nel nickname e nei vibes vocali.
Se i virtuosisimi dell’interpete a volte sfiorano l’eccesso, il pezzo è strumentalmente interessante.

Il premio Range Rover sulle gengive della serata, va senz’altro allo sketch in compagnia di Claudio Santamaria.

Ragazzi, che ne pensate della prima serata di Sanremo?
Sarei molto felice di leggervi nei commenti!

Too Radical To Be Real: perché Sanremo è Sanremo!

too radical to be real

Prima di questo blog, mi sono sempre ostinata a snobbare un certo tipo di meccanismi – prevalentemente di natura musicale – per poi assisterne alla decantazione per antonomasia, in compagnia della dignitosa privacy del mio salotto.
Ebbene sì: faccio parte di quella schiera di italiani che, la seconda settimana di Febbraio alla domanda “hai visto Sanremo?” risponde con una smorfia indecisa, ma in realtà conosce a memoria la scaletta della serata e il numero di cravatte cambiate da Baglioni.

Questo post, vuole assumere le sembianze di un annuncio definitivo ed ufficiale: questa settimana infatti, Micalien verrà inebriato dal profumo ardente dei fiori di Sanremo, nonostante non ci sia più l’ombra di una margherita mezza morta da diciassette anni, sul palco dell’Ariston.
Ogni giorno infatti, per tutta la durata della kermesse, troverete una rubrica di recensioni delle serate del Festival, dove potremmo esprimerci insieme sulle canzoni e commentare le varie cadute di stile – di natura artistica o meno – che ci investiranno come Range Rover impazzite.
Leggete dunque questa piccola capsule come una lieve critica un poco bohemienne al papillon di Vuitton del cane del signor Sanremo, lo stesso che mi condurrà successivamente a sposarmici, imparando poi ad amarlo con tutte le sue trashate e i pezzi discutibili che inserirò nelle playlist segrete di Spotify.

Too radical to be real: perché Sanremo è Sanremo vorrà essere di vostra compagnia nei momenti in cui, Baglioni, andrà a sfoderare i brandelli di discografia rimasta incompiuta lo scorso anno.
Preparate dunque i plaid, un pacchetto di Tarallucci e la vena da blogger inacidito che nascondete sotto il cuscino: Febbraio è giunto ed è ora di tirarla fuori.

Voi guarderete Sanremo? Vi siete già costruiti delle piccole aspettative in base ai testi pubblicati in anteprima?
Sarei felice di leggervi nei commenti!


Nuovi suoni: benvenuti nel mondo Lovecats

underground!

Il mio primo aggancio con i Lovecats, nasce da un’importante sfilza di link dove, il mouse, sembra orientarsi istintivamente sull’indice dell’indie alternative.
Diciamocelo senza troppi fronzoli: quando l’indie alternative chiama, Micalien acchiappa il telefono e risponde.

I Lovecats sono una band di tre amici che, i più radical, andrebbero a categorizzare in tutto quel bellissimo mondo underground che, sotto il calore della superficie, cela perle rare e bellissimi spunti di ascolto.
Mi sento di sostenere quanto questo sia il caso perchè l’EP Lovecats, in uscita il 4 Febbraio, è uno di quei progetti dove, l’incontro, è sempre premonizione di scoperte molto piacevoli.

Preceduto dall’avvenire di Mrs Moon, nonchè il pezzo più forte del progetto, Lovecats è un’insieme di un sacco di fattori che, insieme, funzionano.
Il motore trainante del disco è indubbiamente un’identità sonora molto solida, indice probabilmente, di un quantitativo di palchi calcati importante e che consente di porre il giusto nervo ad ogni pezzo.
Piero, il cantante della band, mi racconta di quanto Lovecats sia il risultato naturale dell’unione di background molto diversi ma che, nella totalità dell’EP, trovano un’uscita molto lineare.

Il punto focale del disco, oltre a quello precedentemente citato, riguarda quello che personalmente mi piace definire “sguardo sonoro”.
Quello dei Lovecats, e più precisamente del progetto in questione, sembra essere proiettato verso venature di un’ Inghilterra dalla verve sporca, con una punta di glam costante a bilanciare il tutto.
All’interno del disco sono riscontrabili – nonchè davvero misurate ed apprezzabili – influenze velate di artisti come James Bay, Queens Of The Stone Age e una manciata dei Death Cab For Cutie.

Lovecats, come precedentemente citato, è disponibile nel corso della giornata di oggi ed è possibile prenderne visione su Soundcloud e sulle piattaforme digitali e di streaming.

I Lovecats, sono inoltre presenti sui canali social.
Vi consiglio di monitorarli per ulteriori informazioni e per prendere consapevolezza di nuovi suoni che, a mio avviso, vale la pena di introdurre nelle vostre playlist.

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Tokio Hotel: esce Melancholic Paradise

music friday

Il music friday ci saluta con la mano inaugurando così il mese di Febbraio.
Lo stesso fanno i Tokio Hotel presentando al pubblico Melancholic Paradise, il primo singolo di un nuovo progetto in cantiere.

Se avete letto Rivelazioni scottanti: il mio 2007 ed i Tokio Hotel, la lettura di questo articolo risulterà inevitabilmente falsata: non potrete cogliere nemmeno una venatura di credibilità e distacco nelle parole che leggerete di seguito.
La mia promessa, d’altro canto, è di accontonare i sentimenti pregni di affetto, i poster e la matita nera in un angolo, per tentare di donarvi un aspetto più che oggettivo sul brano e sulla direzione intrapresa dai Tokio Hotel.

Melancholic Paradise non è altro che il proseguimento coerente di una linea ben marcata già intrapresa dagli ultimi due album della band, Dream Machine e Kings Of Suburbia.
I Tokio Hotel non parlano più tramite l’uso di chitarroni scabrosi e suoni mozzati da ambientazioni gotiche.
E’ come se, le cantine di Berlino, fossero state ristrutturate e trasformate in moderni club sulle vie più in e mainstream di Los Angeles.
Nonostante la mia possa sembrare una visione – appunto – malinconica, non è necessariamente un male.
Se si ascoltano gli album dei Tokio Hotel rispettando la cronologia, è palese quanto il cordone ombelicale delle origini, sia stato staccato in maniera fievole, come se ogni brano avesse già il capo rivolto ad un elettronica soft oggi definitiva.

Melancholic Paradise sancisce inoltre un ulteriore matrimonio, oltre a quello decantatissimo e alle porte di Tom Kaulitz.
Stiamo parlando dell’unione fra il cantante Bill ed il suo falsetto, ormai un tripudio proposto e riproposto in un quantitativo di pezzi consistente e che, neanche a dirlo, domina anche le atmosfere del nuovo singolo.
Il brano nel complesso funziona perchè trainato da riferimenti disco anni 70 – presenti ma soft – e perchè propone una base sonora ben pensata e catchy, nonostante il primo ascolto non giochi a suo favore nell’immediato.

I Tokio Hotel presenteranno il pezzo in questione, ed il nuovo progetto, in un nuovo tour che toccherà anche l’Italia.
Ve lo dico in modo tale da prepararvi – psicologicamente – per il live report che ne conseguirà.




Nuovi suoni: l’universo di Ekat Bork

underground!

Il mio approccio con Ekat Bork ed il suo ultimo progetto Kontrol, raggiunge il massimo del suo hype in un viaggio in auto dove, il meteo, fornisce l’impressione recondita di trovarsi in un videoclip fine Anni 90.

Ekat Bork é un’artista di origini siberiane che vanta alle spalle diversi progetti e che, mi viene descritta, come fiera portatrice di un sound che ti pone sull’attenti, in virtù di una sperimentazione di nuove sonorità sempre dietro l’angolo.
Decido dunque di andarmi a gettare in questo decantato pericolo e mi cimento nell’ascolto di questo piccolo universo che, anche se lì per lì non ne ero ancora a conoscenza, mi avrebbe condotto in un mondo di congiunzioni bellissime e super riuscite.

Kontrol è un EP composto da quattro pezzi dal profumo inebriante di paesi nordici, ghiaccio ed elettropop, che trova il massimo della sua celebrazione nell’unione con la voce di Ekat, un velluto in contrasto e comunione con la natura apparentemente artificiale del genere proposto.
I pezzi sono un connubio di sensualità, ricerca e un’importante imponenza testuale, in costante convivenza con un’elaborazione sonora molto attuale.

Man mano che si lascia scoprire, Kontrol, si rivela un EP elegante, evitando però il rischio e l’hamartia delle interpreti femminili eleganti: la poca immediatezza.
Se il disco è in grado di colpirmi in maniera abbastanza immediata infatti, non è certo definibile di facile comprensione.
Suppongo, avendo spulciato fra la discografia di Ekat, che l’intento fosse proprio quello.

Resta il fatto che, su tutti, il brano che ha saputo rapire la mia attenzione e canalizzarla in meandri di hype assoluto, è stato Heroin.
Ritengo infatti che sia Heroin, il tassello del puzzle che possa riassumere e congiungere tutte le analisi sopracitate, nonché un singolo che riterrei super versatile anche in contesti più mainstream.

Se foste interessati ad ampliare la sfera elettropop con una proposta molto valida, il mio consiglio verte senz’altro su Kontrol e sul percorso generale di Ekat.
Potete monitorare le sue attività social sulle piattaforme che vi lascio qui di seguito ed ascoltare il suo album nei link di riferimento.

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Michael Jackson: tutto ciò che i media non ti hanno detto

Rumore e pensieri

La motivazione che mi ha spinto ad aprire questo blog, verte prevalentemente nel voler raccontare la musica in molte delle sue sfaccettature.
Vi chiedo scusa dunque se, nell’esposizione di questo pezzo, andrò inevitabilmente ad allontanarmi dalla musica nel suo senso più stretto, per toccare aspetti ben distanti dalla natura di questo spazio.

Nel corso di queste giornate, viene diffusa la notizia che in occasione di un festival cinematografico molto rinomato, verrà proiettato un documentario destinato senza dubbio a provocare forti discussioni.
La pellicola infatti, andrebbe a porre all’attenzione del pubblico testimonianze riguardanti abusi sessuali che, Michael Jackson, avrebbe perpetrato a danno di due bambini, all’epoca di sette e dieci anni.
In questo articolo non troverete riferimenti precisi ai nomi degli accusatori, dei produttori del progetto e del contesto in cui quest’ultimo verrà pubblicizzato: sono facilmente rintracciabili su Internet e non voglio ricamare un contesto – studiato ad hoc – per la promozione di certi meccanismi.
In questo articolo, non troverete nemmeno i deliri di una fan con la convinzione che Michael Jackson fosse la reincarnazione terrena di un angelo: non fornirei comunque una visione obbiettiva, a prescindere da dove l’asticella delle mie opinioni vada a pendere.

Vorrei che questo articolo si tramutasse in una ricostruzione dei fatti oggettiva perchè, troppe volte, la figura umana e artistica di Michael Jackson è stata contaminata da informazioni inesatte o trasmesse per sentito dire.
Questo articolo vuole essere il filo conduttore di una rielaborazione chiara e netta delle accuse fatte a Jackson per permettere sì, di costruirsi un’opinione propria, conclamata però da una conoscenza dei fatti che vada oltre le radici di un giornalismo becero che predilige le sentenze facili e la bocca intrisa di gossip.

Le prime accuse.

Le prime accuse di molestie su minore, ricadono su Michael Jackson attorno al 1993 quando, un dentista radiato dall’albo, lo accusa di aver molestato il figlio tredicenne.
Il dentista formalizza le accuse in sede civile, ovvero limitandosi alla richiesta di un indennizzo monetario a carico di Jackson.
È in questo momento che, Michael Jackson ed il suo team, commettono il primo errore fondamentale di questa infinita scarica di scandali e accuse.
Decidono infatti di versare agli accusatori un’importante somma di denaro, per tentare probabilmente di salvare l’immagine dell’artista, ormai ridotta in brandelli.
Solo dopo, vengono alla luce delle telefonate in cui l’accusatore sostiene apertamente di voler distruggere Jackson perchè non aveva voluto prestargli dei soldi, adibiti probabilmente, alla sua riammissione all’albo.
Pochi mesi dopo la morte di Michael, avvenuta nel 2009, l’ormai adulto e presunto vittima di molestie, ammette quanto le accuse fossero tutta un’invenzione del padre, nel tentativo di estorcere soldi al cantante.
Il padre del ragazzo, dopo le dichiarazioni del figlio, si toglie la vita sparandosi un colpo di pistola.

Nuove casistiche e sviluppo definitivo.

Trascorrono circa dieci anni e nuove polemiche vengono alla luce.
Il filo conduttore, parte dalla messa in onda di un documentario che, travisando totalmente le parole di Jackson, fornisce dichiarazioni che andrebbero a sostenere quanto per Michael, fosse normale condividere il proprio letto con dei minorenni.
La troupe di Michael Jackson, ormai abituata a certi exploit di delirio pseudo-giornalistico, decide però di registrare con una telecamera nascosta l’intera ripresa del docufilm, pubblicando poco dopo la totalità del girato in un’elaborazione molto chiara.
Vi lascio in allegato il materiale per permettervi di avere una visione più completa.



L’entità della seconda molestia cardine, arriva proprio in questo periodo, da una famiglia che Michael aveva ospitato nel suo decantatissimo ranch.
Il tutto parte e si sviluppa dalla testimonianza presente nel documentario sopracitato dove, il ragazzino in questione, sostiene di aver condiviso il letto con Jackson nel senso più improprio del termine.
Solo il tempo fa emergere il tempestoso passato della famiglia accusatrice che, alle spalle, cela un’importante quantitativo di denunce molto simili, ai danni di personaggi famosi e aziende rinomate.
Un esempio lampante risiede in un caso risalente a qualche anno prima dove, uno dei figli della donna, viene fermato in seguito ad un piccolo furto all’interno di un supermercato.
Nella stessa occasione, il ragazzo, andrà a sostenere di aver visto una guardia dello spazio commerciale in questione, picchiare e molestare sua madre.
Solo durante il “processo Jackson”, ammetterà di essersi inventato tutto sotto suggerimento della madre stessa, per accapparrarsi l’indennizzo di 100.000 dollari proposto dalla catena di supermercati.
Per quanto riguarda le accuse mosse direttamente al cantante, furono riscontrate parecchie discordanze fra i racconti della famiglia accusatrice e le evidenze effettivamente a disposizione.
L’insieme di tutti questi fattori – ed una serie di dettagli a sfondo prettamente legale (nel caso foste interessati ad ampliare il discorso trovate tutto facilmente sul web) portano la Corte a decretare l’innocenza totale di Jackson.
Nel giugno del 2005 Michael Jackson è ritenuto dunque non colpevole di tutti i capi d’imputazione per mancanza di evidenze che andassero effettivamente a provare, la veridicità dei fatti.

Nel caso specifico di questo nuovo documentario, le persone da cui partono queste testimonianze sono persone che, sotto giuramento, hanno sostenuto di non aver mai subito o riscontrato atteggiamenti impropri da parte di Michael Jackson o che comunque, hanno già intentato cause milionarie ritrattando più volte le accuse.

Tengo nuovamente a sottolineare quanto, questo articolo, voglia essere solo un elemento chiarificatore di fatti che, troppo spesso, non vengono riportati o presi in considerazione.
L’omissione dei nomi delle persone in questione e dei progetti trattati, è totalmente voluta perchè non ritengo sia necessario pubblicizzare o decantare personaggi o situazioni, alla ricerca dichiarata di pubblicità e celebrazione.
I fatti sopracitati non sono frutto di interpretazioni o di opinioni personali, si limitano ad essere una narrazione di avvenimenti realmente accaduti e che hanno giocato un ruolo fondamentale nel corso del processo ai danni di Michael Jackson.

Spero che, in seguito alla lettura di questo pezzo, possiate avere una visione più chiara di un caso sì, ultra trattato, ma poco conosciuto nella veridicità delle sue radici.

pic credits @ mj edits on tumbrl
youtube credits @ Valexina78



Playlist da traffico molesto e viaggi in auto indimenticabili

Playlist

I legami che ci vincolano a volte sono impossibili da spiegare.
Ci uniscono anche quando sembra che i legami si debbano spezzare.
Certi legami sfidano le distanze e il tempo e la logica.
Perché ci sono legami che sono semplicemente… destinati ad essere.

Meredith Grey



Diceva così Meredith Grey, ancora inconsapevole che, da lì a poco, avrebbe perso 5/4 della sua famiglia e dell’equipe ospedaliero con cui era solita collaborare.
Dicevo così io, in concessionaria, quando stavo per acquistare quella che sarebbe entrata nella storia come La Prima Macchina Della Mia Vita.
Ho sempre avuto una concezione abbastanza irrealistica della mia auto, sin dai tempi in cui i miei occhi hanno incrociato i suoi abbaglianti.
Non l’ho mai percepita come un banale mezzo di trasporto come, un occhio inesperto, può constatare.
La guida ha sempre rappresentato per me una specie di Super Bowl dove poter sfoderare acuti che Beyoncè levate, nonchè la location perfetta per la manifestazione di una veridicità che, la vita sociale e la civiltà, non ti permettono di esternare.
Dovete sapere che, sin dai tempi in cui gestivo la frizione come se fosse un problema governativo, la mia soddisfazione si celava dietro al fatto di quanti cd fighi avessi creato per la mia autoradio.
E nonostante sia trascorso qualche anno e il mio status di guida non sia più un pericolo per il 94% degli automobilisti – grazie papi – uno dei motivi cardine che mi spingono a navigare l’intricato universo delle strade italiane, si cela ancora una volta dietro alla musica.
Ecco dunque, come creare legami indissolubili e duraturi con la vostra auto, tramite l’aiuto delle nostre amatissime playlist.


1) Un pezzo rap da memorizzare

Aggiungete alla vostra playlist un pezzo che vi metta nelle condizioni di sfoggiare barre tali, da farvi sentire un vero e proprio Rap God.
Fate tesoro dei viaggi in solitudine per fare pratica, per poi sparare a raffica la vostra attitudine ai – fortunatissimi – passeggeri.

Consigli :
Look At Me Now – Chris Brown ft Lil Wayne, Busta Rhymes
Manolo – Trip Lee ft Lecrae
Doubt – Twenty One Pilots

2) Pillole di musical

Selezionate il musical clou dei vostri anni e ribollite nella confortevole – e spesso imbarazzante – acqua termale a getto diretto sui vostri ricordi.
Consigliato per i viaggi lunghi e in compagnia.

Consigli :
Summer Nights – Grease
Never Enough – The Greatest Showman
Breaking Free – High School Musical


3) Canzoni incazzate

Ottime per quelle strade che, sapete, vi condurranno inesorabilmente alla radice proficua e radicata di un traffico che sembra aspettare solo voi.
Indicatissime anche prima di andare al lavoro.

Consigli :
Rape Me – Nirvana
Morphine – Michael Jackson
Over Again – Mike Shinoda

4) Sezione di acuti e virtuosismi

Ritornelli che sembrano sfiorare picchi di note che non credevi esistessero, fino a quando il fuoco nelle corde vocali ne sfiora uno e non lascia scampo ad ulteriori dubbi.
Attenzione: questi pezzi vi inducono a pensare di avere talenti che, in realtà, non possedete.
E’ solo l’hype del momento.

Consigli:
Halo – Beyoncè
My Heart Will Go On – Celine Dion
Million Reasons – Lady Gaga


5) Pezzi da videoclip

Dove il vento sembra vibrare sui vostri capelli come solo nei servizi fotografici di America’s Next Top Model avete visto.
Le strade sembrano infinite ed il cemento, è colpito solo dal tepore delle vostre ruote.
Vi chiedete se tutto sia deserto per rendere l’atmosfera poetica o se siete gli unici stronzi ad andare a lavorare in orari improponibili.

Consigli:
There Is A Light That Never Goes Out – The Smiths

Little By Little – Oasis
Jesus To A Child – George Michael


6) Riff caratteristici che non perdonano

Tutto quell’universo che verte in sound che ti inducono a cambiare la marcia solo nel momento in cui la ritmica del pezzo lo impone e non quando, il motore, sembra tenderti la mano in un saluto eterno e definitivo.

Consigli:
Another One Bites The Dust – Queen
Perm – Bruno Mars
Why’d You Only Call Me When You’re High? – Arctic Monkeys

Quali sono i vostri must da automobilisti conclamati?
Sarei felice di leggervi nei commenti!


Pic from @ElvinaInWonderland Tumbrl