Il trionfo di Anastasio e della scrittura di qualità

music friday

 

Guardo X Factor da un quantitativo di tempo immemore e, in maniera concreta, non ho mai colto appieno i parametri secondo la quale si dovrebbe – o non si dovrebbe – decretare un vincitore.
Non ho mai capito se si dovesse correre in nome del percorso fatto nel programma oppure, se dovessimo sederci tutti ad un tavolino immaginario e attuare un ragionamento in ottica discografica.
La vittoria di Anastasio, a mio parere, rappresenta la congiunzione di questi due fattori e decreta la meritocrazia di una vittoria in un programma in cui – storicamente – è l’eterno secondo a sollevare la tanto ambita X.
Anastasio ha meritato la vittoria del talent perchè, nonostante debba sempre essere un aspetto cardine, in Italia ci stiamo dimenticando di quanto la scrittura dovrebbe essere in rilievo, alla base di un progetto artistico.
Anastasio, inoltre, ha vinto con le parole un contesto in cui non si era mai dato un peso fondamentale ai testi e, seppur non totalmente classificabile nella sfera rap, potrebbe regalarci pezzi che si distanzino da Lamborghini placcate in oro e bling bling.
Sino al momento del verdetto, ritenevo i giochi più che aperti con la concorrente Naomi, la cui eventuale vittoria non sarebbe stata uno scandalo in quanto possibilità vocali, ma avrebbe rivangato aspramente un certo effetto boomerang post Licitra piuttosto amaro.
Look At Me Now, il pezzo con la quale Fedez ha precisato un paio di volte di aver rilanciato il percorso della cantante, è arrivato troppo tardi, ma rischiava comunque di rappresentare ciò che Who Wants To Live Forever rappresentò per Lorenzo Licitra l’anno precedente: il motivo dell vittoria.
Conclude il suo percorso molto bene Luna, poco incisiva nel duetto con Mengoni, ma decisamente in riscatto nell’esplosività del suo medley.
L’amaro in bocca rimane per i Bowland, quarti classificati in una serata che doveva dare loro di più, in nome di un percorso che non li ha mai visti tremare da un livello sempre altissimo dove, cadere, non avrebbe risparmiato rovinosi scivoloni.

In generale, la finale di X Factor 12, si è rivelata più godibile rispetto alle aspettative che mi ero posta.
Diciamocelo, in toto, l’edizione non ha brillato per momenti al cardiopalma e, nonostante l’habitué sia una coperta rassicurante, è palese quanto il programma necessiti di una riverniciata che, probabilmente, partirà dal tavolo dei giudici.
Manuel ha perso l’entusiasmo in una cherofobia senza fine, Fedez ha sparato tutte le sue cartucce e Lodo non ha mai sfoderato le unghie in un ambiente di gatti rabbiosi.
Mara Maionchi salva il tavolo, rivelandosi competente e intrattenitrice sempreverde, come del resto Alessandro Cattelan, il presentatore più versatile, piacevole e dall’attitudine internazionale che abbiamo in Italia.

X Factor si conclude qui, ma è arrivato il momento che sia il Fattore X a parlare.
Lo vedremo in classifica e nelle piazze.

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Il Ballo Della Vita Tour – Live Report

Concerti - Recensioni

Il Ballo Della Vita Tour dei Måneskin, accorre al Gran Teatro Morato di Brescia e classificare il pubblico in range di generazione / tendenza musicale apparente o una qualsiasi altra categorizzazione, è pressochè impossibile.
In prevalenza, sembrano spiccare genitori in compagnia di bambini non troppo grandi o forse, è l’elemento che mi lascia maggiormente di stucco.
Certamente, l’impronta del post talent lascia un marchio pressochè indelebile sulle persone che poi decideranno di venire a sentirti o meno, ma ammetto che la foga di alcune bambine dinnanzi ai déshabillé di Damiano David, mi ha divertito tantissimo.

Il concerto comincia alle 21.30 e, la mezz’ora di ritardo rispetto alle indicazioni sul biglietto, mi ha fatto cogliere le prime venature di DNA da zia lamentosa delle caverne.
Ma sin dall’inizio, mi ritrovo a perdonare tutto.
E con me la bambina di sette anni, il padre al fianco e la coppia un filo più in là.
Damiano David sale sul palco e pone all’attenzione della sua audience, la definizione pura e sacrosanta del Fattore X, la stessa attribuita a Lorenzo Licitra solo un anno prima.
E’ nato per questo, per fare della sua lussuosa dimora il palco, per esibirsi ed esibire un qualcosa che ti dà l’idea di essere molto naturale e curato allo stesso tempo.
Non voglio assumere le sembianze di un piccolo Manuel Agnelli, ma questi ragazzi non vanno oltre i diciannove anni di età e sembra che abitino i palchi che calcano, da anni ben antecedenti persino alla loro stessa nascita.
Nel corso della serata, i Måneskin si cimentano con suoni e gestualità che, se proposti con un filo di voga in più o in meno, possono darti le sembianze dello Zecchino D’Oro o di Festa In Piazza, a seconda del punto in cui l’asticella va a premere.
Eppure loro conoscono le misure, conoscono ciò che potrebbe rivelarsi troppo o troppo poco, musicalmente e stilisticamente parlando.
Sanno ciò che stanno proponendo come se fosse il frutto di serate all’insegna del fallimento e anni di nottate trascorse alla ricerca della perfezione.
Il Fattore X risiede proprio qui: non hanno avuto il tempo materiale per sperimentare tutti questi passaggi eppure, li propongono tutti sul palco.

La serata è la congiunzione tra testi molto potenti in italiano, accenni strumentali credibilissimi sui pezzi in inglese e una fortissima convinzione nel progetto che si sta portando avanti.
E no ragazzi, non è necessariamente un male.
Uno dei fili conduttore del progetto Måneskin è questa convinzione, dai più giudicata fastidiosa, che va però a braccetto con una bellissima sostanza.
Sostanza rivelata appieno ne Il Ballo Della Vita Tour, a sostegno dello stesso album – ancora più credibile live – nella presentazione di una serata musicale solida e che vale la pena di sperimentare.

Il tour è il veicolo di un messaggio potente, incline a tutta la positività che deriva dal credere in se stessi e in ciò che si porta avanti.
Il talent, se utilizzato come una corretta vetrina di esposizione, non produce solo confezioni effimere destinate all’oblio.
I Måneskin, su questa linea, ne sono la prova.

Bohemian Rhapsody – Il film

Cinema

Bohemian Rhapsody esce al cinema il 29 novembre e, sin da quel momento, Facebook e colleghi, assumono le parvenze di giganteschi ed eclettici fans club dei Queen.
Decido di andare a vedere il film, per un quantitativo di motivi che sarebbe inutile – e prolisso – spiegare.
Diciamo che, i fattori principali, nascono dal voler rimpiangere ancora una volta la mia età anagrafica e dalla convinzione che, una pellicola sui Queen fatta come si deve, non possa fare altro che arricchirti.
Musicalmente, umanamente, musicalmente ancora.
All’interno del film ci sono degli aspetti chiave che, a mio avviso, ne rappresentano il cardine della potenza.
Il primo è indubbiamente l’interpretazione di Rami Malek,  alle prese con un ruolo sul confine fra il raggiungimento dell’elitè assoluto e l’esilio da 38 Paesi.
Il suo tête-à-tête con la Queen per eccellenza, poteva rivelarsi un mero e sconvolgente scimmiottamento di un personaggio super super – super – complesso e da un milione di sfumature a caratterizzarlo.
Invece, ad un certo punto, la sensazione in sala era quella di assistere ad un film interpretato e diretto dallo stesso Freddie, in una continua danza tra l’immenso genio, l’inenarrabile performer e l’uomo, fragile, con le spalle sempre più orientate verso la solitudine, man mano che il film procede.
Magistrale, fedele e senza quel farfallio di eccesso che poteva gettarlo nella rovina.

La seconda colonna portante del progetto è poter assistere – anche se indirettamente – alla creazione di canzoni che, anche solo definire canzoni, ti fa sentire un po’ follower delle playlist di PopHits Italia su Spotify.
Sono ormai compagne di vita, compagne dalla bellezza e della caratura di We Will Rock You, nata dal battito scostante di mani e piedi, in una giornata in studio dove Freddie era in ritardo.
Per non parlare di Bohemian Rhapsody, una perla rarissima che, poco prima dell’uscita ufficiale, veniva considerata solo rarissima (senza l’ombra di una benchè minima accezione positiva).
Il terzo fattore dominante in Bohemian Rhapsody, rappresenta e scandisce la definizione di ciò che una band, nel suo significato più intricato e profondo, dovrebbe essere.
Credo che tutto il talento e l’estro di questo mondo, non possano trovare espressione e merito, senza il supporto – tecnico ed emotivo – della nave madre.
Freddie aveva un bisogno essenziale, a tratti viscerale della band e la band, nutriva questo stesso bisogno nei confronti di Freddie.

Non è tutto oro quel che luccica ed il film, sotto certi aspetti, va a marcare aspetti più marginali, tralasciando fattori dalla caratura più incisiva e di natura musicale.
Grandi assenti gli approcci primitivi di Freddie alla musica, alla sua voce e alla scrittura dei suoi testi.
Comprensibilmente, il grande schermo, richiede una parte strong di quello che è il backstage della vita dell’artista ma il ricamo romanzato di alcune scene, ne toglie verità e calore.

Nel complesso, il film, rientra maggiormente nella positività delle aspettative.
Non sarà radical chic come una buona parte di giornalisti online sperava ma, questo fattore, lo rende maggiormente vicino al popolo e a chi, per motivi anagrafici o per altro, non ha vissuto i Queen e la loro discografia come merita di essere vissuta e amata.

 

The 1975 – A Brief Inquiry Into Online Relationships

music friday

La maggior parte delle volte in cui mi ritrovo a parlare dei 1975, è pressochè inevitabile che, la persona a cui mi sto riferendo, mi chieda che genere facciano in specifico o, quanto meno, in quale genere possano essere catalogati.
La mia risposta, quasi in automatico, è che io il genere dei 1975, non ho mai capito quale fosse.
Le opzioni , quando avvengono questo tipo di considerazioni, sono fondamentalmente due.
La prima potrebbe riguardare quanto, la band in questione, abbia un’impronta talmente fievole da provare a gettarsi in quasiasi sorgente d’acqua, pur di fare musica.
La seconda invece, potrebbe riguardare il fatto che, sempre la band in questione, possa avere una maestria tale da potersi destreggiare su più fronti – a livello strumentale e di spunti testuali – risultando credibile nella maggior parte dei casi.
Ecco, ho sempre ritenuto la discografia The 1975 degna di essere catalogata nella seconda opzione nonchè, questa impossibilità di categorizzarli in qualsiasi range, la loro più grande forza.

Nel corso della giornata di questo – gelido – 30 Novembre, potremmo avere le conferme di quanto citato qui sopra o le clamorose smentite.
Il tutto in un progetto – attesissimo – che prende il nome di A Brief Inquiry Into Online Relationships.
Il fil rouge, nonchè conduttore dell’album, a detta di Matty e compagni vuole essere un’analisi sul rapporto e sulle influenze che la globalizzazione – e nello specifico Internet – ha portato sulla nostra società.

Il tema trova il suo terreno fertile grazie a testi potentissimi, talmente diretti da essere in grado di fornire quasi delle immagini a livello mentale, in supporto ai concetti trattati.
L’album mantiene spesso un’ombra quasi gotica, che raggiunge l’apice della sua inquietudine all’interno di The Man Who Married a Robot , un tête-à-tête con Siri che ti mozza il respiro.

 

Il disco profuma di Inghilterra, di cantine deteriorate dai suoni delle chitarre, di musicisti jazz afroamericani, di attualità e di politica, di instrumental che ti consumano le dita e di pop americano al limite del radiofonico.
Ed è riuscitissimo.
E’ riuscitissimo perchè analizza sì, l’avvento tecnologico in tutta la sua inquietudine, ma non ne dà una visione retrograda o totalmente deviante.
E’ riuscitissimo perchè è la congiunzione di un sacco di aspetti, temi e spunti che qualsiasi altra band avrebbe potuto tramutare in un accozzaglia di oggetti senza arte nè parte.
Ma non i 1975.
I 1975 presentano un progetto – il loro migliore probabilmente – che li rende una delle pochissime band sul mercato con una personalità talmente definita, da gettare all’aria una qualsiasi categorizzazione.

 

pic credits : @the1975 Instagram

 

Gli inediti di X Factor 12 – Pagelle e Recensioni

Concerti - Recensioni

La quinta puntata di X Factor 12 ha segnato l’ingresso dei concorrenti rimasti nel tanto agoniato – quanto sopravvalutato – mercato discografico italiano.
Nel corso della serata, ho avuto modo di riscontrare conferme, momenti di lieve ed effimero stupore e scivoloni di una portata non indifferente.
La cosa più corretta da fare, in questo caso, è insidiarsi lievemente più in profondità, andando ad analizzare ogni singola proposta discografica nella sua totalità.

Luna – Los Angeles VOTO: 5

Ritengo che, l’inedito proposto da Luna, rappresenti il più grande scivolone della serata.
Le aspettative erano alte – molto, per quanto mi riguarda – ed il risultato, non si è allontanato troppo da una confezione regalo cartoon friendly troppo elementare, per la caratura delle sue possibilità.
Certo, Luna ha sedici anni – come più volte puntualizzato dal buon Agnelli- ma le sconfinate occasioni dettate del suo talento, non possono e non devono riassumersi in un pezzo che, anche solo definire commerciale, è un complimento.


Renza – Cielo Inglese VOTO: 6

La grande hamartia di Renza è che, la sua decantata eleganza, possa sfociare nel confine sottile con quella che è l’ostentazione di quest’ultima e una derivata pesantezza.
L’inedito, sembra sfiorare più volte questa eterna condizione, ma regge abbastanza bene i colpi con un testo delicato – anche se in certi punti forzato ad un radical chic  all’apparenza obbligatorio – e supportato da strofe in congiunzione con ciò che è contemporaneo e ciò che non lo è più.


Anastasio – La Fine Del Mondo VOTO: 8

Che bella la gente che scrive, che bella la gente che ha la possibilità di collocare il suo genere cardine all’interno della scrittura.
Anastasio propone la sua penna – dritta come una spada – in un pezzo che unisce tutta la raffinatezza dei suoi testi ed un elemento “grezzo” costante che ne costituisce la forza.
Incredibile però come, la produzione infighettata, tolga intenzione al brano, molto più immediato in presentazione alle auditions.


Sherol – Non Ti Avevo Ma Ti Ho Perso VOTO: 5

Il pezzo comincia e il testo, ti mette nella predisposizione apparente di commuoverti.
Poi arriva il ritornello e , con lui, una base che definire imbarazzante e totalmente fuori linea, sarebbe riduttivo.
D’un tratto, la sensazione, è quella di trovarsi a cantare Hey Jude sulla base di Runnin’ di Beyoncè o di posizionare un bradipo su un tapis roulant a mille.
Non so quale fosse la direzione da voler intraprendere, ma il brano non ne vede di positive all’orizzonte.


Naomi – Like The Rain VOTO: 5

L’inedito di Naomi è talmente confezionato ad hoc per emozionare che, alla fine, finisce per non farlo.
Le liriche, le sonorità e le intenzioni da ballatona breathtaking, raccontano di un brano che una qualsiasi grande voce potrebbe interpretare, senza l’aggiunta di nulla di personale.

Bowland – Don’t Stop Me VOTO 7.5

Credibili, ipnotici e strumentalmente solidissimi.
La canzone è un viaggio di notte che, sino alla fine, non sai esattamente dove ti condurrà ma al contempo, è in grado di sussurrarti che la destinazione ne varrà la pena.

Leo Gassman – Piume VOTO 6.5

Canzone lineare e pulita, un po’ come il percorso di Leo all’interno del talent.
A tratti il brano sembra invecchiarlo e sembra sfiorare momenti di up che poi, in concreto, non raggiunge.
Indubbio è che, la Vie En Rose di Gassman, sia l’italiano.


Martina Attili – Cherofobia VOTO: 8

Martina Attili torna al check- in con la sua carta d’imbarco per eccellenza, in un racconto intricato e semplice di situazioni e fobie che, pronunciate da Martina, ti mozzano il respiro.
I riferimenti musicali sono palesi – troppo – ma il pezzo, regala un’emotività tagliente.

Le canzoni più emotive della mia vita

Playlist

La mia esistenza, seppur relativamente breve, credo possa essere divisa e categorizzata, come all’interno di un faldone delle scuole medie: divisori colorati dell’edicola sottocasa e post it – con riferimenti a Francesco Sole – sulla copertina.
Suppongo che per tutti sia un po’ così: ricordiamo periodi di una serenità che ha saputo spaventarci ed altri dove, il famoso baratro, è arrivato ad una distanza pericolosa dai nostri piedi.
All’interno del nostro catalogo di vita, troveremo anche momenti dove l’ispirazione sembrava contornare persino le mura e momenti in cui, ci hanno insegnato talmente tanto, che sembrava il cuore potesse scoppiare dalla gioia.
Insomma, un’esistenza racchiude troppe cose dal peso e dalla caratura differente, per donare a tutte il giusto spazio.
La cosa che posso fare dunque, è parlare delle canzoni che, nei momenti che ritengo i più emotivamente forti della mia esistenza, erano lì.
Senza un motivo apparente ben preciso oppure per uno che non ho mai capito fino in fondo.
Queste canzoni sono il divisore colorato della mia esistenza.

Man In The Mirror – Michael Jackson

Se dovessi descrivere ciò che sono, ciò che voglio essere e quello che vorrei fare per me stessa e per gli altri, probabilmente getterei sul tavolo il testo di questa canzone.
Il tutto ad un punto tale che mi ha costretta a tatuarmi una frase del pezzo sull’avambraccio sinistro.

If I Had A Gun – Noel Gallagher’s High Flying Birds

Ho sempre adorato questa canzone.
E’ diventata una delle più emotive della mia esistenza, nel viaggio in auto più difficile della mia vita dove, la destinazione, non può fare altro che vomitarti addosso la realtà delle cose.

Who Wants To Live Forever – Queen

Non riconduco questo pezzo ad un frammento di vita in particolare, ma a ciò che è per me l’emotività nella sua concezione più materiale.
Questo pezzo per me è l’emotività.

Robbers – The 1975

Credo di aver deformato questo pezzo con le mie stesse mani, per quante sono le volte in cui l’ho interpellato.
Ci ho sempre rigettato tutta la delusione e la bellezza per quel momento (lunghissimo) della mia vita in cui, se aveste cercato sottona su google, vi sarebbe comparsa la mia fotografia in allegato.

Asleep – The Smiths

Questo pezzo racchiude tutto quello che non avrei mai saputo dire perchè, a volte, il dolore ti mozza il respiro in modi che non pensavi fossero umanamente possibili.
Eppure, la morsa che ti preme sulla gola esiste, ed è lì a provarti che tutto è potenziale, tutto viene a sfiorarti la punta delle dita un giorno o l’altro.

Quali sono le canzoni cardine della vostra vita?
Quelle che ne hanno scandito le fasi più decisive?
Mi piacerebbe leggervi nei commenti!

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Una birra con i TheGiornalisti – Live Report BS

Concerti - Recensioni

I punti che mi hanno spinto ad andare ad un concerto dei TheGiornalisti, sono fondamentalmente due:
1- le persone che lavorano con me sembrano essere state reclutate da un fanclub su Facebook;
2- una mattina alle cinque, dove Felicità Puttana risuonava potente nel mio abitacolo.

Succede dunque che al concerto dei TheGiornalisti ci arrivo ed il parterre, non è così indie alternative come lo immaginavo.
Piuttosto, la maggioranza, è costituita da coppiette più o meno – con un picco decisivo sul più – sopra i trent’anni, che mi danno la sensazione primitiva di quanto, probabilmente, saranno le varie Riccione e Completamente a scuotere il pubblico della serata.

Ogni concerto prevede, come molti di voi ben sanno, un’attesa di rito, durante la quale non suppongo però sia prevista l’uscita spaziale di Tommaso Paradiso, scalzo, da uno degli sbocchi laterali del palazzetto.
Il destino ed il Love Tour, hanno voluto che lo sbocco laterale del palazzetto fosse quello dove io poggiavo la schiena, dando vita alle foto che vi lascio qui sotto, scattate dalla mia amica decisamente più Usain Bolt di me.


Il concerto comincia alle 21.15 con una puntualità disarmante che, lo ammetto, credo mi abbia stupito.
Probabilmente, avevo un immaginario TheGiornalisti molto più egomaniac.
Il PalaGeorge di Montichiari sembra ruggire sin da subito letteralmente, in quanto l’acustica del luogo si rivela davvero di bassa qualità e, non sempre, permette di cogliere al meglio le liriche di Tommaso e compagni.

Il LOVE tour è un connubbio di gonfiabili e schizzi grafici da band tumbrl, membri dell’orchestra che sbucano dal sottosuolo e una parte corale che strizza l’occhio all’universo gospel.
Tutto carino, tutto suggestivo, a tratti, lievemente forzato.
Eppure la forza dei TheGiornalisti, risiede nella loro semplicità.
Risiede nella sensazione della penombra e della birra che ti fai la sera con gli amici, che si conclude con l’artista della compagnia che si piazza davanti ad un falò e ti racconta dell’ultimo pezzo che ha scritto.
Risiede nella spontaneità di un uomo che si china al cospetto di migliaia di persone dicendo che, la prossima canzone in scaletta, è stata scritta per te.
Ecco, i TheGiornalisti hanno la bellissima capacità di rendere intimo un palasport da gente che ce l’ha fatta senza l’obbligo di sovrastrutture che, sulla loro proposta musicale,  non fanno altro che assumere le sembianze di una forzatura.
Credo che si celi qui, la chiave del loro successo, fra un accenno fresco e malinconico agli anni Ottanta e la sensazione di trovarsi costantemente in un ambiente familiare.

Il concerto si conclude ed un filo di ragione ce l’avevo, perchè la maggioranza delle persone presenti, sembra attendere con ansia solo i pezzi radiofonici ultraproposti.
La scaletta vuole essere però, una congiunzione di ciò che i TheGiornalisti erano e di ciò che i TheGiornalisti sono.
Suppongo stia ai fans storici, decidere se il connubbio sia valso la candela.

Rivelazioni scottanti: il mio 2007 ed i Tokio Hotel

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Fondamentalmente credo siano due, i fattori che sino ad ora sono emersi all’interno di questo blog.
Il primo è la mia marcata attitudine verso il drama.
Il secondo, è la mia marcata attitudine verso tutto ciò che è stato il 2007 e tutte le influenze emo propinate – e propinate ancora – in quel periodo.
Questo articolo, con molta probabilità, sarà la congiunzione di questi due fattori.

Dovete sapere che l’idea, è partita dal fatto che oggi cade l’anniversario da un concerto per cui ho lottato, come solo le ragazzine che scartano i biglietti Ticketone su Youtube hanno lottato.
Non nego di dovermi raccontare con un filo di imbarazzo in queste righe, perchè il concerto è quello dei Tokio Hotel e le mie reazioni vanno un filo controvento con tutto il radical chic decantato sino ad ora.
Non fraintendetemi, i Tokio Hotel non vanno analizzati come la band di undici anni fa, gente che si strappava i capelli e poi tentava di riposizionarli per riproporre l’acconciatura del tempo di Bill Kaulitz.
I Tokio Hotel, con gli anni, hanno acquistato una certa stabilità musicale che li ha condotti a produrre – autonomamente – degli album di tutto rispetto.
Il punto da trattare in questo articolo non è nemmeno questo però, nonostante alla fine troverete il consueto link con tutti i riferimenti discografici del caso.
Il punto è che, ci sono delle band o degli artisti, che abbatteranno sempre la nostra barriera da wild radical, conducendoci a delle reazioni tali, da dover proteggere i video dei relativi concerti con diciassette password.
Quella band per me, sono i Tokio Hotel.

E’ iniziato tutto nel lontano 2007 appunto, io avevo 9 anni e sta a voi decidere se fossi dannatamente precoce o già con inclinazioni drama queen nel sangue.
Succede che mi ritrovo in una stanza d’albergo al mare e mia madre, decide di accendere la tv su quello che era Il Mantra dei Tempi, il Festivalbar.
Compaiono questi ragazzi alla televisione ed io, chiedo a mia mamma di spegnere la televisione qualche secondo dopo.
Raga, avevo nove anni e di ragazzi con l’eyeliner così marcato non ne avevo mai visti.
Non potevo sapere che, lo smokey eye proposto dal cantante, sarebbe diventato Lo Smokey Eye.
La serata archivia tutto abbastanza velocemente, ma dentro di me, qualcosa, era già in funzione.
Ricordo solo, una volta a casa, di aver cominciato a raccogliere informazioni in tutti i modi possibili in cui, una bambina di nove anni, potesse raccogliere informazioni nel 2007: l’edicola e in particolare, la rivista Big.
Sentitevi pure liberi di inserire uno shoutout di ringraziamenti a Big.
Tutto ciò che ne è conseguito dopo, si racchiude fondamentalmente in poster attaccati nell’aula delle elementari e di fughe organizzate con le mie compagne di classe per raggiungere i concerti italiani.
Non temete, i piani consistevano in considerazioni diaboliche della serie: tu dici che vieni a fare i compiti a casa mia ed io a casa tua, invece prendiamo il treno e andiamo a Modena.

Il destino ha voluto poi che, i Tokio Hotel, li vedessi per la prima volta all’età di diciannove anni, mandando in fumo tutti i piani di fuga elaboratissimi del tempo.
Quella sera, in occasione di un concerto al Fabrique di Milano, speravo che l’età fosse dalla mia parte, ma sin dall’inizio, mi sono resa conto di non aver mai disinnescato le reazioni spropositate di quella bambina di nove anni. Anzi.
Lo stesso fattore si è puntualmente ripresentato nel concerto di un anno fa al Geox di Padova, ma questi sono segreti che rimarranno tra me e l’archivio del mio Huawei.

Avete delle band o degli artisti che vi hanno tolto tonnellate e tonnellate di dignità ai concerti?
Sarei curiosa di leggervi nei commenti! Alla prossima!

 

 

 

 

 

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XF12: slang, draghetti e pillole musicali

Concerti - Recensioni

La quantità di articoli che parlano di X Factor, in particolare nel giorno seguente alla puntata, potrebbe essere inferiore solo alle gaffe rigettate dalla Mara Maionchi Nazionale, nel corso della seconda puntata del talent.

Perciò, suppongo che mi piacerebbe analizzare la trasmissione da un altro punto di vista e, suppongo di volerlo fare, con un ritardo sulla linea temporale che mi permetta di proporlo nel modo più lucido possibile.
Scherzo, in realtà ho lavorato come una iena e non ho avuto il tempo di pubblicare.

SPOILER ALERT: il rischio, con un certo grado di consapevolezza, è quello di rivoltarmi d’un tratto, in un minestrone senza fine.
Un po’ come i Seveso Casino Palace che, con la loro proposta di Amore Capoeira, mi hanno fatto sospettare l’improvvisa apparizione sul palco di mia zia Pasqua, con un vassoio di tartine tra le mani (giusto per aggiungere ancora un pizzico di credibilità e coerenza alla performance).

Andando ad oscurare per un attimo il lato tecnico della trasmissione, vorrei soffermarmi su un aspetto che ogni volta mi sconvolge perché, seppur trash, rappresenta annualmente uno dei motivi per cui X Factor, mi fa raggiungere livelli di delirio mai sfiorati da nessun altro programma.
Il tutto risiede, sostanzialmente, nello slang adottato dai giudici.
A volte mi chiedo se, questi ultimi, vengano selezionati effettivamente per esperienza e cultura musicale, o per la capacità di partorire cimeli della caratura di Anche a Max Pezzali piace l’Heavy Metal ma non fa l’Heavy Metal oppure Volevo essere Lou Reed ma sono quello della vecchia che balla.
A proposito di Lodo Guenzi, a livello di slang può regalarci delle permanenti emozioni, anche perché io saluto già con un Ciao Draghetti , il 75% delle mie amicizie.
Se uniamo inoltre il suo tono vocale e l’accento da cartone animato, sono sin da subito in grado di proiettarmi in una spa di relax e soddisfazione.

La seconda puntata del talent ha celato diverse verità tra cui la scoperta del reale anno di nascita di Ghali (il 2012 secondo Mara), la conferma dell’appartenenza di Manuel Agnelli alla famiglia Cullen (dopo un’immersione improvvisa nella nebbia) e che, se ti risvegliassi Shaggy, potresti avere il microfono spento per 3/4 di esibizione, il tutto al fine di collaudare gli strumenti per TonyEffe.

Alla fine, sono stati i Red Bricks Foundation ad abbandonare la gara, contro un Emanuele Bertelli che, a mio avviso, aveva già bruciato la sua stella alle audition.
Curioso come, i Red Bricks, fossero la band con il livello strumentale più a fuoco all’interno del contest, supportati forse da un frontman troppo troppo difficile da cogliere, anche solo in superficie.
Ciò che è immediato e palese è quanto, il batterista della band, sia in realtà Ignazio Boschetto de Il Volo alla ricerca del brivido metal.
Il tutto, con la collaborazione del bassista, palesemente un Lorenzo Licitra, che ci riprova.

PREFERITI DELLA SERATA:

 

 
@credits : tutte le immagini riportate in questo pezzo sono state prese dal sito ufficiale di X Factor Italia :  https://xfactor.sky.it/xf12/concorrenti/

L’identità dei Måneskin è servita

Concerti - Recensioni

Sembra ieri quando, le audition di X Factor, sembravano porgerli al pubblico come i nuovi vincitori dopo tre minuti di esibizione ed io, dall’alto del mio divano, speravo celassero una certa cazzimma musicale perchè, quella visiva, ce l’avevano tutta.
Da quel momento di acqua sotto ai ponti ne è passata ed in merito, sono stati effettuati tutti i ragionamenti del caso secondo la quale – giustamente – una band non dimostra appieno il suo valore sino alla pubblicazione di pezzi propri.
Oggi abbiamo la prova del nove e si chiama Il Ballo Della Vita, il primo album di inediti dei Måneskin dopo l’esperienza del talent.

Se dovessi riassumere il disco in una parola, sin dall’albore dei primi ascolti, sarebbe senz’altro identità.
Il Ballo Della Vita è un disco che può trovare consensi o meno, a seconda della soggettività di ognuno ma che, indubbiamente, propone un’impronta identificativa netta e importante, fattore decisamente non scontato considerando la situazione discografica in Italia.
Insomma non è un album che, in radio, potrebbe fornire all’ascoltatore il dubbio su a chi appartenga la voce dalle casse, tantomeno l’orma strumentale.
Un altro elemento di spicco, è senz’altro il senso di rivalsa contenuto in praticamente tutti i pezzi, quasi in linea con la decantatissima Marlena.
Una rivalsa tale che, a metà dell’ascolto totale, l’istinto è quello di uscire in giardino in mutande ed urlare Ora ho la forza di rinascere / Lavare tutti i miei vestiti dalla polvere.

I Måneskin fanno il loro ingresso vero e proprio nel mercato discografico, con una proposta ben bilanciata tra l’inglese e l’italiano, anche se l’ago della bilancia verte prevalentemente su pezzi ritmati e uptempo.
Qui giunge l’aspetto, a mio avviso, più curioso del progetto.
Nella mia precedente recensione di Torna A Casa – potete trovarla qui – ho manifestato una certa confusione riguardo alla voce di Damiano vestita dell’abito affascinante – ma pericoloso –  della ballad.
Sono felice di ricredermi urlando a gran voce quanto, il pezzo più riuscito de Il Ballo Della Vita, sia proprio la ballad Le Parole Lontane , dove viene mostrata una venatura cantautorale e dalle atmosfere a tratti gotiche.
Ecco, mi sarebbe piaciuto ascoltare materiale maggiormente su questa linea nel disco, perchè trovo che, i Måneskin, abbiano delle possibilità positive anche in quel senso.
Questa, indubbiamente, è prevalentemente una considerazione personale, legata anche al fatto che il frontman Damiano, in ambito di liriche, ha dimostrato di possedere delle belle competenze.

Il Ballo Della Vita non è per il dinero, e non era necessaria la specifica nel featuring con Vegas Jones.
Quando un progetto racchiude personalità, i soldi non sono altro che una conseguenza.